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IL PREZZO DELLA GUERRA | Il petrolio aggira Hormuz, i militari presidiano il Golfo e in Bahrain arretrano le libertà

Lo Stretto resta una delle grandi strozzature energetiche del mondo, ma dopo sei mesi di guerra produttori e armatori stanno imparando ad aggirarlo. L’Iran rischia così di consumare la propria principale leva economica. Intanto il conflitto ridisegna rotte, basi militari e politica interna dei Paesi del Golfo.


Per mesi lo Stretto di Hormuz è stato presentato come il grande rubinetto nelle mani dell’Iran. Bastava stringerlo e una parte consistente dell’energia mondiale avrebbe cominciato a mancare. Sei mesi di guerra stanno mostrando una realtà più complicata: il rubinetto esiste ancora, ma il mondo sta imparando lentamente a costruirgli attorno altri tubi.

Secondo i dati di Kpler riportati da Al-Monitor, nella settimana terminata il 27 settembre attraverso Hormuz sono transitati in media 13,19 milioni di barili di petrolio al giorno, circa il settantasette per cento dei 17,13 milioni precedenti alla guerra. Una ripresa importante, anche se il traffico complessivo resta lontano dai livelli precedenti al conflitto e parte delle navi continua a viaggiare con i sistemi di localizzazione spenti.

È il paradosso che adesso pesa sulla strategia iraniana. Più Teheran utilizza Hormuz per creare instabilità, più produttori, compagnie di navigazione e governi investono per ridurre la dipendenza dallo stretto. Trasferimenti di greggio da nave a nave, nuove rotte e soprattutto infrastrutture terrestri stanno progressivamente modificando la geografia dell’energia.

L’Arabia Saudita ne è l’esempio più evidente. L’oleodotto Est-Ovest porta il greggio dai giacimenti orientali fino a Yanbu, sul Mar Rosso, permettendo di evitare Hormuz. Dopo l’attacco con droni dell’11 settembre, che aveva colpito tre stazioni di pompaggio, Riyadh ha ricominciato ad aumentare i volumi nella condotta. Reuters stima che attraverso questa infrastruttura possano essere dirottati circa quattro milioni di barili al giorno, quasi il quattro per cento dell’offerta mondiale.

Ma non esistono vie di fuga gratuite. Quando Yanbu si è fermata, l’Arabia Saudita ha dovuto aumentare nuovamente le spedizioni attraverso Hormuz e i trasferimenti nave-nave nel Golfo dell’Oman hanno raggiunto limiti di capacità, con congestione e fortissimi aumenti dei costi di trasporto. Oggi le esportazioni saudite da Yanbu stanno nuovamente riprendendo e i flussi di greggio del Golfo stanno tornando verso i livelli medi del 2025. Il Brent, però, resta sopra i cento dollari e i costi di trasporto e dei prodotti raffinati continuano a pesare.

La guerra, insomma, non elimina le strozzature: le sposta. E spostandole porta con sé anche missili, radar e soldati.

Se il petrolio saudita viene trasferito dal Golfo Persico al Mar Rosso, diventano strategici Yanbu e Bab el-Mandeb. Proprio la rete regionale iraniana, gli Houthi, i missili e il programma nucleare vengono indicati da analisti locali, che preferiscono restare anonimi, come le altre grandi leve rimaste a Teheran mentre quella di Hormuz perde progressivamente efficacia.

Anche questo ha però un costo politico. Il 24 settembre ottanta Paesi hanno sottoscritto alle Nazioni Unite una dichiarazione che chiede la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz e condanna sia le azioni iraniane sia quelle degli Houthi contro la navigazione. A presentarla è stato il ministro degli Esteri del Bahrain, Abdullatif bin Rashid Al Zayani. Ed è proprio il Bahrain a mostrare l’altro volto di questa guerra.

Il piccolo regno del Golfo ospita una delle principali strutture militari statunitensi della regione ed è stato colpito durante il conflitto da droni e missili iraniani. Ma contemporaneamente la guerra esterna è diventata il contesto nel quale le autorità hanno ulteriormente ristretto lo spazio politico interno.

Secondo Amwaj.media, dall’inizio della guerra oltre trecento persone sono state arrestate; alcune sono state condannate a pene comprese tra un anno e l’ergastolo. Tre parlamentari sono stati espulsi dopo avere criticato modifiche alla legge sulla cittadinanza e l’attuale legislatura è stata prolungata invece di andare alle elezioni previste per questo autunno. Le autorità sostengono che queste misure siano necessarie per la sicurezza nazionale e accusano alcuni degli interessati di sostegno all’Iran o di rapporti con soggetti stranieri.

Le organizzazioni per i diritti umani contestano questa lettura. Human Rights Watch ha documentato arresti di persone accusate per manifestazioni pacifiche, opinioni espresse sui social o diffusione di immagini degli attacchi. Una dichiarazione pubblicata a maggio da quattro organizzazioni indicava 284 persone detenute, tra cui ventiquattro minorenni.

Ancora più controversa è la questione della cittadinanza. Il 27 aprile il Bahrain l’ha revocata a sessantanove persone di origine iraniana. Secondo Human Rights Watch e il Bahrain Institute for Rights and Democracy, tra loro vi erano trentatré bambini e almeno quarantasei persone sarebbero diventate apolidi. Il governo ha motivato i provvedimenti sostenendo che alcuni interessati avessero manifestato simpatia per le azioni iraniane o collaborato con soggetti stranieri.

Amwaj.media lega questa stretta alla storia recente del Paese. Nei primi anni Duemila il Bahrain aveva avviato un processo di riforma con il ritorno della vita parlamentare, la liberazione di prigionieri politici, il rientro degli esiliati e maggiori spazi per stampa e società civile. Molti di quei progressi furono ridimensionati dopo le proteste del 2011. Il conflitto del 2026 sta accentuando nuovamente quella tendenza; esponenti delle istituzioni bahreinite respingono invece l’accusa che la guerra venga utilizzata come pretesto per reprimere il dissenso e rivendicano la necessità delle misure adottate. È questo forse il pezzo di carta geografica che mancava. La guerra contro l’Iran non corre soltanto tra Teheran e Washington. Parte da Hormuz, entra negli oleodotti sauditi, raggiunge Yanbu, scende verso Bab el-Mandeb, segue le petroliere, sposta basi e sistemi di difesa e arriva infine dentro i parlamenti, nelle redazioni, nelle piazze e nelle case del Golfo.

L’Iran conserva ancora la capacità di rendere Hormuz pericoloso. Conserva missili, programma nucleare e relazioni regionali. Ma dopo sei mesi appare più evidente il limite di queste armi: ogni volta che vengono utilizzate, gli avversari imparano qualcosa su come neutralizzarle. E intanto il conto continua a crescere. Non soltanto in barili, dollari e carburante. Anche in soldati, libertà e diritti.


Fonti principali: Al-Monitor, Reuters, Amwaj.media, Human Rights Watch, Bahrain Institute for Rights and Democracy. Consultate il 30 settembre 2026.



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