Diritti

IO OBIETTO | Non con il mio corpo, il mio lavoro, il mio consenso. Emergency porta il ripudio della guerra in Parlamento

Non prendere un fucile. Ma anche non costruirlo, non trasportarlo, non progettare ciò che servirà a una guerra. Emergency prova a trasformare il ripudio scritto nell’articolo 11 della Costituzione in un diritto individuale concretamente esercitabile.


È partita la raccolta firme per “Io obietto la guerra”, la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Emergency nell’ambito della campagna R1PUD1A. Servono cinquantamila firme per portarla in Parlamento. Nel primo fine settimana ne erano state raccolte novemila.

Il principio è semplice e, nel tempo del riarmo europeo, tutt’altro che innocuo: un cittadino deve poter dichiarare che non metterà a disposizione della guerra il proprio corpo, il proprio lavoro e il proprio consenso.

La proposta prevede l’istituzione in ogni Comune di un registro degli obiettori di coscienza alla guerra. Chi vi aderisce dichiara di rifiutare l’uso delle armi e della violenza e il coinvolgimento nelle attività connesse o funzionali a un conflitto. L’iscrizione sarebbe tutelata dalle norme sulla privacy e revocabile in qualsiasi momento.

Ed è qui che la proposta compie il salto più interessante. L’obiezione non riguarderebbe soltanto il servizio militare. Potrebbe farla valere, per esempio, un lavoratore della logistica chiamato a movimentare armi, un tecnico impiegato nella loro produzione o un ricercatore al quale venga chiesto di mettere le proprie competenze a disposizione dell’industria bellica. Emergency propone che l’esercizio di questo diritto non possa comportare sanzioni o altri pregiudizi per chi lo esercita.

Il testo, composto da una relazione introduttiva e otto articoli, è stato redatto con la collaborazione di Domenico Gallo, magistrato ed ex presidente di sezione della Corte di Cassazione, della costituzionalista Alessandra Algostino e dell’avvocata Veronica Dini. Richiama gli articoli 2, 3, 11, 19 e 21 della Costituzione e indica nell’articolo 51 del Codice penale il riferimento per la causa di non punibilità legata all’esercizio di un diritto.

C’è poi la questione della leva. Il servizio militare obbligatorio in Italia è sospeso dal 2005. Il Codice dell’ordinamento militare consente però di ripristinare la chiamata alle armi in determinate circostanze. La proposta vuole quindi garantire preventivamente anche il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, evitando che un eventuale ritorno della leva trovi i cittadini senza una tutela chiara.

Ma forse il passaggio politicamente più forte riguarda ciò che può accadere prima ancora di arrivare in caserma. La proposta punta a riconoscere una tutela anche a chi, coerentemente con il ripudio della guerra, si opponga con metodi nonviolenti al trasferimento di armi e strumenti letali verso zone di conflitto.

Non è difficile capire perché una proposta simile arrivi proprio adesso. La guerra è tornata ad essere presentata in Europa non più come l’ultima catastrofe da evitare, ma come una possibilità con cui prepararsi a convivere. Si aumentano le spese militari, si riconvertono produzioni, si discute di eserciti, munizioni, deterrenza e nuove generazioni da preparare alla difesa.

Emergency prova a girare il ragionamento: se gli Stati si preparano alla guerra, anche chi rifiuta di parteciparvi deve potersi preparare alla pace.

La raccolta firme è un nuovo passaggio della campagna R1PUD1A, lanciata nel 2024 per rimettere al centro l’articolo 11 della Costituzione e contrastare la normalizzazione della guerra nel dibattito pubblico. Secondo Emergency, la campagna ha coinvolto finora oltre 700 Comuni, 1.500 scuole e più di 300 cinema, teatri e festival.

Perché “l’Italia ripudia la guerra” rischia di diventare una bella frase da leggere nelle cerimonie se, quando la guerra arriva davvero, il singolo cittadino non dispone di strumenti concreti per dire di no.

Non con il mio corpo. Non con il mio lavoro. Non con il mio consenso. E stavolta il ripudio della guerra non resta appeso a una parete.
Si firma. La proposta può essere sottoscritta online attraverso la piattaforma del Ministero della Giustizia con identità digitale.



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