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L’ITALIA IN GUERRA | Dal Baltico al Golfo, quanto manca perché una “missione” diventi un’operazione bellica

Un Eurofighter italiano abbatte un drone nei cieli della Lettonia. Altri caccia decollano per intercettare velivoli russi. Nel Golfo centinaia di militari italiani proteggono Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Il Parlamento autorizza decine di missioni all’estero. Nessuno ha dichiarato guerra a nessuno. Ma allora dove finisce la pace e dove comincia la guerra?


La guerra, un tempo, aveva una porta d’ingresso. Si dichiarava. Un governo decideva, un Parlamento votava, gli eserciti partivano, i giornali stampavano edizioni straordinarie. Oggi quella porta sembra essere scomparsa. Alla guerra si può arrivare un passo alla volta: prima una missione di sorveglianza, poi una base, poi i radar, poi i caccia in allarme, poi un’intercettazione. Infine qualcuno preme il grilletto.

Il 14 agosto 2026 è successo.

Un drone entrato senza autorizzazione nello spazio aereo della Lettonia è stato abbattuto da un Eurofighter italiano impegnato nel dispositivo Nato che presidia i cieli baltici. Secondo il Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale, il velivolo senza pilota era «probabilmente ucraino». La sua provenienza non risulta ancora definitivamente accertata dalle autorità lettoni: altre fonti parlano infatti di un drone ancora non identificato. La prudenza, quindi, è obbligatoria. Ma un fatto non è in discussione: nei cieli della Nato un caccia italiano ha effettuato un ingaggio reale e ha distrutto un bersaglio.

Non era un’esercitazione.

DALLO SCRAMBLE AL FUOCO

Gli Eurofighter italiani sono schierati a Šiauliai, in Lituania, nell’ambito della presenza Nato sul Baltico. La missione di Air Policing dell’Alleanza esiste dal 2004 per proteggere lo spazio aereo di Estonia, Lettonia e Lituania, Paesi che non dispongono delle capacità necessarie per assicurare autonomamente una sorveglianza aerea completa. La Nato la definisce una missione permanente «in tempo di pace», operativa ventiquattr’ore su ventiquattro per intercettare velivoli non identificati o possibili violazioni dello spazio aereo. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, però, il dispositivo sul fianco orientale è stato progressivamente rafforzato.

Ed è qui che le parole cominciano a diventare interessanti.

Missione di pace. Air Policing. Deterrenza. Difesa collettiva. Sorveglianza.

Poi arriva il missile.

Il 3 agosto due Eurofighter italiani erano già decollati in allarme per intercettare velivoli militari russi sul Baltico, nel primo scramble del contingente italiano della missione in corso. A luglio, secondo la ricostruzione del Centro Studi, altri due Eurofighter italiani, insieme a due F-16 rumeni, erano intervenuti contro un drone entrato nello spazio aereo della Romania. Il 14 agosto il passaggio successivo: l’abbattimento nei cieli lettoni.

Non significa che l’Italia abbia dichiarato guerra alla Russia. Né all’Ucraina. Né a qualcun altro.

Significa però una cosa più concreta: militari italiani sono dispiegati in un’area direttamente attraversata dalla guerra russo-ucraina e possono essere chiamati a usare le armi contro mezzi che violano lo spazio aereo dell’Alleanza.

È una differenza enorme rispetto all’immagine rassicurante della semplice pattuglia che sorvola un cielo lontano.

CHI DÀ L’ORDINE

C’è poi una questione che raramente entra nel racconto pubblico: quando un Eurofighter italiano decolla in una missione Nato, la catena operativa non coincide semplicemente con quella politica nazionale.

La Nato spiega che l’Air Policing funziona attraverso il proprio sistema integrato di difesa aerea e missilistica. La responsabilità generale appartiene al Supreme Allied Commander Europe; il comando aereo alleato di Ramstein coordina le operazioni attraverso i Combined Air Operations Centres. Sono queste strutture a sorvegliare lo spazio aereo e a disporre gli scramble secondo procedure concordate dagli Stati membri.

Naturalmente i militari italiani restano militari italiani e operano sulla base di mandati, regole e vincoli approvati dall’Italia. Ma per il cittadino la domanda resta legittima: quando un nostro caccia deve aprire il fuoco, quanto sappiamo davvero delle regole che determinano quella decisione?

Le regole d’ingaggio militari, per comprensibili ragioni operative, non vengono integralmente pubblicate. E proprio per questo il controllo politico diventa ancora più importante.

E NON C’È SOLTANTO IL BALTICO

Se fosse soltanto la Lettonia, potremmo considerarlo un incidente circoscritto. Non lo è.

Mentre gli Eurofighter italiani presidiano il fronte orientale della Nato, un altro pezzo delle Forze armate è stato schierato molto più a sud, nel teatro che dalla primavera del 2026 è diventato uno dei più pericolosi del pianeta: il Golfo.

Dalla seconda metà di marzo l’Italia ha dispiegato la Task Force Air Arabia, un dispositivo dell’Aeronautica militare destinato a sostenere le capacità di difesa di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Il ministero della Difesa ne ha reso pubblicamente nota l’esistenza solo mesi dopo il dispiegamento. Secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, nell’area sono arrivati complessivamente circa settecento militari italiani. Il dispositivo comprende capacità di allarme precoce, comando e controllo, sorveglianza radar, difesa aerea, trasporto tattico e contrasto ai droni.

Settecento.

Non osservatori con un binocolo. Militari, radar, sistemi di difesa, strutture di comando e capacità di contrastare velivoli senza pilota, dispiegati mentre il Golfo è investito da una crisi militare che coinvolge Iran, Israele, Stati Uniti, monarchie arabe e milizie alleate dei diversi contendenti.

Alla fine di luglio, quando la presenza italiana è diventata di dominio pubblico, le opposizioni hanno chiesto spiegazioni al governo e annunciato interrogazioni parlamentari proprio sulla natura e sul mandato della Task Force.

La domanda, dunque, non nasce su Fotosintesi.info. È già dentro il Parlamento della Repubblica.

QUARANTADUE OPERAZIONI E MISSIONI

Bisogna allora allargare ancora la carta geografica.

Il ministero della Difesa indica che l’Italia è impegnata complessivamente in quarantadue operazioni e missioni, ventidue operazioni e venti missioni; trentanove sono fuori dal territorio nazionale.

Dietro la parola «missione» esistono realtà diversissime. Ci sono operazioni Onu, Nato, europee, coalizioni internazionali, missioni bilaterali; addestramento, pattugliamento, sicurezza marittima, contrasto al terrorismo, protezione di contingenti e infrastrutture, difesa aerea.

Non sono tutte guerre. Sarebbe, diciamo, propagandistico sostenerlo. Ma sarebbe altrettanto ingenuo far finta che tutte queste presenze appartengano alla stessa categoria rassicurante delle vecchie «missioni di pace».

In Libano militari italiani dell’Unifil continuano a pattugliare un territorio investito dal conflitto. In Iraq il personale italiano opera in uno scenario nel quale le basi militari sono diventate bersagli. Nel Golfo la nostra Aeronautica contribuisce alla difesa di Stati coinvolti nella crisi regionale. Sul Baltico i nostri Eurofighter intercettano velivoli russi e abbattono droni. Lo stesso Consiglio Supremo di Difesa, nel marzo 2026, ha rivolto un riferimento particolare proprio ai militari italiani in Libano e nei Paesi del Golfo e ha condannato un’aggressione contro militari italiani a Erbil.

Questa è la fotografia.

IL PARLAMENTO C’È. MA QUANTO VEDE

Non è vero che tutte le missioni italiane vengano decise fuori da ogni procedura democratica.

La legge 145 del 2016 disciplina la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali e prevede il coinvolgimento del Parlamento. Anche per il 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato la deliberazione sulle missioni e l’ha trasmessa alle Camere; il Senato ha esaminato sia le prosecuzioni sia i nuovi impegni operativi.

Questo va detto con chiarezza. Ma non chiude il problema. Perché tra l’autorizzazione di una missione e ciò che quella missione può diventare quando il teatro operativo precipita esiste uno spazio politico enorme.

Una pattuglia può diventare un’intercettazione. Un’intercettazione può diventare un ingaggio. Una difesa antimissile può abbattere un vettore. Una nave chiamata a garantire la libertà di navigazione può trovarsi sotto attacco. Un contingente addestrativo può dover rispondere al fuoco.

E la domanda democratica non può essere posta soltanto una volta l’anno, quando si votano decine di schede e migliaia di pagine.

ARTICOLO 11

Poi c’è quella frase che conosciamo quasi tutti. «L’Italia ripudia la guerra».

Non dice che l’Italia rinuncia alla difesa. Non dice che un soldato italiano non possa usare le armi. Non impedisce la partecipazione a sistemi di sicurezza collettiva o alleanze internazionali.

L’articolo 11 ripudia la guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». E la Costituzione contempla perfino lo stato di guerra: l’articolo 78 affida alle Camere il compito di deliberarlo e di conferire al governo i poteri necessari.

Quello stato di guerra oggi non è stato deliberato. Giuridicamente, dunque, l’Italia non è «in guerra» nel significato costituzionale classico. Ed è precisamente questo il punto.

La storia contemporanea ha prodotto una forma di conflitto nella quale la distanza fra guerra e non guerra diventa sempre più difficile da riconoscere. Gli Stati possono partecipare ad attività militari armate senza una dichiarazione formale di guerra; possono fornire armi a un belligerante, addestrarne i soldati, condividerne informazioni, presidiare i confini degli alleati, proteggere cieli e rotte marittime, abbattere droni.

Ognuno di questi passaggi possiede una propria giustificazione politica, militare e giuridica. Ma alla fine resta una domanda semplice. Quando cambia la natura dell’insieme?

LA GUERRA A PEZZETTI

Il problema non è soltanto italiano. È il modo in cui il conflitto sta tornando dentro l’Europa.

Da anni ci siamo abituati a un vocabolario nel quale quasi nessuno combatte una guerra. Si conducono operazioni speciali, missioni di stabilizzazione, azioni antiterrorismo, interventi di deterrenza, coalizioni dei volenterosi, missioni di protezione della navigazione.

Le parole hanno una funzione giuridica precisa. Ma possono avere anche un effetto politico: rendere meno visibile ciò che sta accadendo.

Se un Paese dichiarasse domani: «Entriamo in guerra», milioni di persone chiederebbero perché, contro chi, per quanto tempo, a quale costo e con quale obiettivo. Se invece il cambiamento avviene attraverso quaranta missioni, centinaia di atti amministrativi, basi, contingenti, radar, navi, caccia, rinnovi annuali e regole d’ingaggio, la stessa trasformazione può diventare quasi impercettibile.

Non serve immaginare complotti. Basta leggere le carte.

IL DRONE CHE NON SAPPIAMO DI CHI È

E torniamo allora al piccolo oggetto volante abbattuto sulla Lettonia. È forse il dettaglio che racconta meglio tutto il resto.

Il Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale lo indica come «probabilmente ucraino». Altre fonti, comprese quelle che riportano le comunicazioni delle autorità lettoni, sostengono che al momento dell’abbattimento tipo e operatore non fossero ancora stati identificati.

Potrebbe dunque essere un drone del Paese che l’Italia sostiene. Potrebbe essere un altro velivolo. Dobbiamo aspettare le verifiche. Ma proprio questa incertezza racconta il rischio.

Un oggetto attraversa una frontiera. I radar lo individuano. Parte un allarme. Un caccia decolla. Qualcuno deve decidere in pochi minuti se quell’oggetto rappresenti una minaccia. Poi un pilota italiano può ricevere l’ordine di distruggerlo.

Non c’è tempo per un dibattito parlamentare. Non c’è il Consiglio dei ministri. Non c’è un editoriale. C’è una decisione militare. Ed è normale che sia così quando un sistema di difesa deve funzionare. Proprio per questo la politica deve aver discusso prima, con estrema chiarezza, fin dove siamo disposti ad arrivare.

SAPERE PRIMA DI SPARARE

Non chiediamo all’Italia di lasciare indifeso un Paese alleato. Non sosteniamo che ogni militare all’estero sia un soldato mandato in guerra. E non abbiamo bisogno di inventare una guerra segreta per raccontare qualcosa che è già abbastanza serio nella sua realtà. Chiediamo una cosa molto più elementare. Sapere.

Sapere quanti militari italiani sono oggi fuori dal Paese. Sapere dove sono. Sapere quali armi portano. Sapere quali Stati difendono. Sapere contro quali minacce possono usarle. Sapere chi impartisce gli ordini operativi. Sapere quanto costa tutto questo.

Sapere quali passaggi parlamentari hanno autorizzato ogni missione e quali decisioni successive ne hanno modificato concretamente il profilo.

E soprattutto sapere quale sia il limite oltre il quale il governo della Repubblica ritiene necessario tornare davanti alle Camere e dire agli italiani: la situazione è cambiata. Perché la questione non è stabilire se l’Eurofighter che ha abbattuto un drone sulla Lettonia abbia trasformato improvvisamente l’Italia in un Paese belligerante. Non è così.

La questione è molto più inquietante. La guerra contemporanea non necessariamente bussa alla porta e si presenta con il proprio nome. Può arrivare attraverso una successione di decisioni ognuna delle quali, presa singolarmente, sembra ancora appartenere alla pace.

Una base. Un radar. Una missione. Uno scramble. Un’intercettazione. Un missile. Un drone che cade. E allora la domanda che resta non è se l’Italia abbia dichiarato guerra a qualcuno. Non l’ha fatto.

La domanda è quante volte possiamo sparare, quanti soldati possiamo schierare, quanti cieli possiamo presidiare e quanti fronti possiamo attraversare continuando a chiamare tutto questo pace.



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