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MAROCCO | Una donna al governo, i giovani in strada e i giornalisti spiati

Fatima Ezzahra El Mansouri è la prima premier nella storia del Paese. Ma mentre Rabat mostra il volto della modernizzazione, Amnesty racconta una rete di sorveglianza contro giornalisti e attivisti. Sullo sfondo i giovani, i miliardi per i Mondiali, la Palestina e il Sahara occidentale.


Ci sono arrivato molto vicino a Fatima El Mansouri quando era sindaca di Marrakech. Una bella signora, che mi attendeva in municipio per un’intervista concordata, se non fosse che uno strano personaggio che mi faceva da interprete mi fece allontanare improvvisamente dalla zona. Non riuscii più ad avvicinarla. E mi dispiacque non poco: non soltanto per il buco professionale, ma per il desiderio deluso di conoscere quella sindaca affascinante.

Oggi quella donna è diventata la prima premier nella storia del Marocco. Quel piccolo episodio personale, senza volerci costruire sopra significati che non aveva, torna alla mente davanti alle due immagini che il Paese offre in questi giorni: una donna rompe uno dei soffitti più resistenti del potere mentre Amnesty International racconta giornalisti, attivisti e oppositori sorvegliati attraverso telefoni, microfoni e programmi spia.

Re Mohammed VI ha nominato El Mansouri il 29 settembre, dopo la vittoria del Partito autenticità e modernità, Pam, con 97 seggi su 395. Avvocata, già ministra e sindaca di Marrakech, deve ora costruire una coalizione. L’affluenza, però, si è fermata intorno al 38 per cento. La nomina resta un passaggio storico: liquidarla come semplice operazione d’immagine significherebbe ignorare una frattura reale in una storia politica quasi interamente maschile. Ma la modernizzazione non si misura soltanto da chi riesce finalmente a entrare nei palazzi del potere. Si misura anche da ciò che può accadere a chi quel potere prova a raccontarlo.

Dentro la macchina della sorveglianza

Il primo ottobre Amnesty International ha pubblicato un’inchiesta costruita anche sulla testimonianza di un ex dipendente della Dgst, la Direzione generale della sorveglianza del territorio, indicato con lo pseudonimo di Safir. L’organizzazione afferma di avere verificato elementi del racconto con analisi forensi, documenti trapelati, interviste alle persone sorvegliate e dati sulle tecnologie utilizzate.

Il quadro è quello di un apparato che avrebbe combinato Pegasus, intercettazioni, localizzazione, microfoni e telecamere nascoste, controllo fisico dei dispositivi e perfino telefoni apparentemente nuovi venduti già compromessi. Persone sarebbero state registrate negli uffici, nelle automobili, durante la detenzione, negli aeroporti e nelle camere da letto. Amnesty attribuisce alla Dgst l’impiego di Pegasus contro giornalisti e difensori dei diritti umani tra il 2017 e il 2021. Il Marocco ha ripetutamente negato di avere usato spyware contro i propri cittadini e, secondo Amnesty, non ha risposto alle nuove contestazioni inviate prima della pubblicazione.

Tra settembre e dicembre 2017 Amnesty è riuscita ad associare 103 numeri marocchini inseriti nel sistema Pegasus a persone precise. Sessantacinque appartenevano alla società civile: trentaquattro difensori dei diritti umani, ventidue giornalisti e lavoratori dell’informazione, cinque avvocati e quattro accademici. Venticinque erano politici o funzionari. Non è soltanto tecnologia: è il rapporto tra tecnologia e potere.

Il voto degli assenti e i miliardi del Mondiale

C’è poi il Marocco di chi alle urne non è andato. Il 38 per cento di affluenza segnala una distanza dalle istituzioni che riguarda soprattutto le nuove generazioni, già protagoniste delle proteste su lavoro, scuola, sanità e costo della vita. La nuova premier eredita questo malcontento mentre il Paese completa circa venti miliardi di dollari di investimenti legati anche ai Mondiali di calcio del 2030, organizzati con Spagna e Portogallo. Stadi, aeroporti e ferrovie possono produrre sviluppo; resta però la domanda posta dai giovani: sviluppo per chi e secondo quali priorità?

Palestina nelle piazze, Israele nei palazzi

Un’altra frattura attraversa la politica estera. A fine settembre manifestazioni filopalestinesi hanno interessato numerose città marocchine, con la richiesta di interrompere la normalizzazione con Israele. Pochi giorni prima Rabat e Tel Aviv avevano annunciato il passaggio delle rispettive rappresentanze diplomatiche al rango di ambasciate. La relazione con Israele si intreccia inoltre con il dossier del Sahara occidentale, centrale per la monarchia e per i rapporti con Stati Uniti ed Europa. Anche qui convivono due immagini: lo Stato che considera strategico il rapporto con Israele e una parte della società che continua a scendere in strada contro quella scelta. Non è un dettaglio: indica la distanza che può aprirsi tra diplomazia ufficiale e sentimento popolare.

Una donna al governo, il re al centro

Il sistema marocchino non è quello di una monarchia parlamentare europea. Governo e Parlamento contano, ma Mohammed VI resta il perno delle grandi scelte strategiche. El Mansouri entra quindi al vertice dell’esecutivo senza entrare in un sistema nel quale il sovrano abbia una funzione soltanto cerimoniale. È una novità autentica dentro una struttura nella quale il Palazzo conserva un peso decisivo.

Nelle prossime settimane un altro dossier potrà riaccendere le tensioni con Madrid: Felipe VI visiterà Ceuta e Melilla il 13 e 14 ottobre, prima visita nelle due enclave durante il suo regno. Rabat ne contesta da tempo la sovranità spagnola. Marocco e Spagna, nello stesso tempo, dovranno collaborare per il Mondiale 2030. Anche questa è una fotografia efficace di un Paese alleato dell’Occidente, ponte con l’Africa e partner economico dell’Europa, ma attraversato da contraddizioni sociali, territoriali e democratiche.

Non esiste dunque un Marocco moderno contrapposto a un Marocco autoritario. Esiste lo stesso Paese che corre verso la modernizzazione economica e sociale mentre si trascina dietro strutture di controllo molto più antiche. Fatima El Mansouri ha aperto una porta, ed è una buona notizia. Adesso bisognerà vedere quanto resteranno aperte anche le finestre: una democrazia non si misura soltanto da chi riesce finalmente a entrare nella stanza del potere, ma anche dalla libertà di chi, da fuori, continua a guardarci dentro.




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