Attualità

MISOGINIA | Una donna su tre subisce abusi nel corso della sua vita. Con l’inizio delle sedici giornate di attivismo contro la violenza di genere pubblichiamo il pensiero dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni e della Fondazione Massimo Fagioli

«La legge n.1433/2025 introduce nel codice penale italiano il reato di femminicidio il quale stabilisce che: Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo (art. 577-bis c.p.).

Questa appare una delle definizioni più estese di un fenomeno che ha avuto da sempre delle difficoltà di definizione. Precedentemente, in assenza di una disposizione normativa interna o sovranazionale, nella Delibera del Senato della Repubblica del 16 ottobre 2018 (G.U. del 25 ottobre 2018 n. 249) che ha istituito la Commissione parlamentare d’Inchiesta sul femminicidio, questo reato veniva definito come l’uccisione di una donna basata sul genere, intendendo per “motivi di genere” o il rifiuto della vittima di un ruolo sociale impostole da un uomo per il solo fatto di essere donna o la condizione di soggezione e oppressione alla quale era stata sempre costretta. Con l’introduzione del reato di femminicidio, l’Italia adempie agli impegni internazionali derivanti dalla Convenzione di Istanbul del 2013, che ha sollecitato gli Stati a riconoscere nella violenza contro le donne una grave lesione dei diritti umani imponendo loro misure legislative contro la violenza di genere.

L’attuale orientamento giurisprudenziale e culturale tende a individuare nei motivi di genere e nella cultura patriarcale i principali moventi alla base della violenza contro le donne e dei femminicidi. Seguendo questo filo di pensiero, si potrebbe arrivare alla conclusione che il femminicida possa essere chiunque intorno a noi, uno qualsiasi dei nostri compagni di classe o dei nostri colleghi di lavoro, un uomo “educato malamente”, violento per natura, incline all’odio e alla sopraffazione delle donne. Certamente questo tipo di atteggiamento e di incapacità di rapporto affettivo e di reale interesse esiste nei riguardi delle donne ed è tutt’ora molto diffuso nella nostra società.

Esistono delle idee sulla realtà umana che a livello sociale opprimono le menti ed ottundono i pensieri, e sicuramente i condizionamenti culturali impediscono lo svolgimento spontaneo ed affettivo delle relazioni interumane. In particolare, le culture razionale e religiosa hanno da sempre negato alla donna una identità di essere umano uguale all’uomo, pur nella diversità. È stata sempre considerata inferiore mentalmente, carente di raziocinio, tentatrice e pericolosa per la razionalità maschile, incasellata nei ruoli fissi di moglie e madre da una parte e di amante dall’altra.

La donna che decide di ribellarsi a tutto questo, di realizzarsi liberamente nelle proprie aspirazioni e in una relazione con un uomo che rispetti e favorisca la sua identità, viene considerata lesiva per il pater familias, padrone assoluto di altri esseri umani considerati alla stregua di oggetti. Ci si potrebbe chiedere quanto queste idee siano espressione di sanità mentale e quanto siano sufficienti a determinare un agito disumano e irreversibile come un omicidio.

In certe situazioni deve esserci qualcosa in più, un quid plus che riguarda il singolo caso. La psichiatria si deve sicuramente occupare di quei casi in cui la violenza omicida è scatenata e conseguente alla proposizione di separarsi da parte della donna, separazione da un rapporto già di per sé malato e violento, in cui dinamiche profonde e non coscienti sono implicate. Solo la conoscenza e la visione profonda della realtà interna dell’altro e delle dinamiche di rapporto violente potranno rappresentare per la donna la strada per liberarsi non solo da un’oppressione, ma soprattutto da un rischio grave per la propria incolumità e per la propria vita».

Fondazione Massimo Fagioli



L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) esorta i governi, gli attori umanitari e le comunità a intensificare gli sforzi per prevenire, affrontare e, in definitiva, porre fine alla violenza subita dalle donne e dalle ragazze in tutto il mondo.

Ogni giorno, i team dell’OIM incontrano donne e ragazze le cui storie tracciano le linee di faglia delle crisi odierne, i cui viaggi sono segnati da coraggio, perdita e determinazione a sopravvivere. In Sudan, una madre ha camminato per sei giorni attraverso zone di combattimenti in corso, tenendo in braccio le figlie in fuga dal loro villaggio. A Gibuti, un’adolescente è arrivata da sola dopo essere stata separata dalla sua famiglia lungo la rotta migratoria orientale. In Mozambico, una madre incinta del suo secondo figlio ha visto le acque alluvionali inghiottire la sua casa per la terza volta in quattro anni.

“Ho incontrato donne e ragazze sopravvissute a situazioni impossibili. Dalla fuga da zone di conflitto all’attraversamento di deserti insidiosi, fino alla ricostruzione delle loro vite dopo aver perso tutto a causa dei cicloni, affrontano rischi crescenti di violenza, sfruttamento e abusi, spesso con scarso o nessun accesso ai servizi”, ha affermato Ugochi Daniels, Vicedirettore Generale per le Operazioni dell’OIM. “Garantire la loro sicurezza deve rimanere un aspetto centrale di ogni risposta. Sono orgoglioso che le operazioni dell’OIM mettano donne e ragazze al centro. Ma dobbiamo fare di più e dobbiamo fare meglio”.

A livello globale, una donna su tre subisce violenza nel corso della sua vita. Per le donne e le ragazze che vivono conflitti, disastri e sfollamenti, i rischi aumentano drasticamente, fino al 70%. Molte non sono in grado di accedere ai servizi o di denunciare gli abusi in modo sicuro, soprattutto nei paesi in cui i sistemi di protezione sono indeboliti dalla crisi, tra cui Afghanistan, Myanmar, Sudan, Haiti, Repubblica Democratica del Congo e Gaza.

Lungo la rotta migratoria orientale, sempre più donne e ragazze sono costrette a intraprendere viaggi un tempo prettamente maschili. Innumerevoli donne affrontano matrimoni forzati, tratta di esseri umani, sfruttamento sessuale e altri abusi nascosti nei deserti remoti e nelle città di transito. Nonostante queste sfide, l’OIM continua a implementare sistemi di protezione, rafforzando gli attori locali e fornendo servizi e assistenza salvavita.

L’OIM opera in 157 Paesi, collaborando con governi, organizzazioni locali guidate da donne e partner per fornire servizi a chi ne ha più bisogno. Dalle squadre di protezione mobile che si spostano tra i siti di sfollamento all’identificazione delle sopravvissute, al loro collegamento con l’assistenza medica, al primo soccorso psicosociale e alla fornitura di kit per la dignità, l’OIM supporta spazi sicuri per donne e ragazze, offrendo un rifugio dove le sopravvissute possono parlare liberamente e iniziare a guarire.

Lungo le rotte migratorie terrestri, l’OIM gestisce centri di risposta alle migrazioni che offrono un’ancora di salvezza a milioni di persone, inclusa l’opportunità di tornare volontariamente a casa e reintegrarsi nelle proprie comunità. Il monitoraggio continuo della protezione lungo la rotta aiuta a identificare nuovi rischi, consentendo ai servizi di adattarsi e garantendo che donne e ragazze non affrontino questi pericoli da sole.

Nelle aree soggette a rischi climatici che hanno spinto le famiglie a cicli di sfollamento, l’OIM sostiene le comunità nella ricostruzione di abitazioni più sicure, nel rafforzamento delle infrastrutture resistenti ai cambiamenti climatici e nell’attuazione di meccanismi di protezione della comunità che riducano l’esposizione ai rischi, tra cui la violenza di genere.

Mentre le crisi si intensificano e gli sfollamenti aumentano, l’OIM rimane impegnata a tutelare la sicurezza, l’autonomia e la dignità di donne e ragazze in tutto il mondo. L’Organizzazione continua a promuovere sistemi di protezione più solidi, una maggiore responsabilità e l’integrazione della mitigazione del rischio di violenza di genere in tutte le sue operazioni.




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