Attualità

Povera Italia, elemosine, mense e manganelli. Morto Marx, resta solo la Caritas per sentirsi in colpa e il decreto sicurezza per piacere al duce

“Non avrei mai pensato, avendo vissuto nei Paesi più disgraziati del nostro, di vedere file chilometriche per avere un pasto, a Milano. Fate presto.” Lo disse Gino Strada, fondatore di Emergency, quattro anni fa, commentando un video dove era ripresa una fila di poveri davanti ad una delle sedi della Caritas di Milano.  La pandemia ha colpito duramente in Italia, ancor più di altri Paesi europei, perché venivamo già da anni di difficoltà economica. E la situazione da allora non è migliorata, tutt’altro. Proprio un report della Caritas di qualche settimana fa riportava come i poveri, negli ultimi dieci anni sono aumentati di più del 62 per cento.

Oggi un italiano su dieci vive di carità. Uno su tre non ha una casa dignitosa, uno su sei rinuncia a curarsi. Il 23,5 per cento ha un lavoro, ma è povero, sono i cosiddetti “working poors”, cioè lo stipendio non basta più per vivere. Non solo i lavoratori e i giovani sono in difficoltà, anche gli anziani in povertà sono raddoppiati. Nel 2015 erano il 7,7 per cento degli assistiti Caritas, oggi sono il 14,3 per cento. E l’età media dei nuovi poveri è di 54 anni. Non stiamo parlando, quindi, solo di giovani precari ma anche di pensionati, di anziani genitori, di ex ceto medio. Oltre la metà delle famiglie assistite, dice la Caritas, ha figli minorenni. La povertà in Italia si sta cronicizzando, il 28 per cento dei nuovi poveri è in carico alle organizzazioni caritatevoli e di assistenza da più di cinque anni e il governo, come primo atto, ha abolito il reddito di cittadinanza.

L’ha sostituito con due misure che sono più rigide ed escludenti, come l’Adi, l’assegno di inclusione, e l’SFL, il supporto per la formazione e il lavoro. Con questa manovra solo il 15 per cento degli ex percettori del reddito di cittadinanza è rientrato nel nuovo sistema, degli altri non si sa nulla, come spariti specialmente dai mezzi di comunicazione. Giorgia Meloni ha detto che il reddito di cittadinanza era una misura umiliante, chissà se la povertà la consideri altrettanto umiliante.

Ormai da molti anni a questa parte stiamo assistendo al revival dell’atteggiamento collettivo punitivo nei confronti dei poveri che sembrava ormai definitivamente tramontato con lo sviluppo dei moderni sistemi di welfare. Per secoli si è considerata la povertà come conseguenza dei valori e degli atteggiamenti dei poveri che si supponeva si generassero all’interno di una non meglio definita “cultura della povertà”. I primi tentativi di dare una spiegazione più strutturalista furono portati da Adam Smith e David Ricardo che iniziarono a mettere la povertà in relazione alla particolare conformazione della struttura sociale e, in particolare, con il mercato del lavoro. Ma sarà soltanto con Karl Marx che la condizione di povertà di gran parte della popolazione dell’epoca verrà considerata una conseguenza del sistema di produzione capitalistico contribuendo a spogliare in parte la povertà di ogni connotazione negativa.

Oggi siamo di fronte ad una involuzione culturale, su questo argomento, di cui cominciamo a vedere le pesanti ricadute sociali ed economiche. Siamo in presenza di un ritorno all’idea della povertà come colpa individuale. Da questo arretramento culturale derivano alcune conseguenze nelle politiche sociali non solo in Italia ma in tutti quei Paesi dove la presenza di consistenti formazioni sovraniste ha esercitato una spinta involutiva nelle dinamiche sociali. In Italia assistiamo alla trasformazione della natura delle politiche della sicurezza sociale che sono gradualmente passate dall’essere strumenti di garanzia dei diritti di cittadinanza a condizioni di mantenimento dell’ordine pubblico.

Da questa mutazione culturale derivano politiche di tipo repressivo, come il Decreto sicurezza, che vedono il sistema giudiziario sempre più orientato a perseguire quella che il sociologo Ferrajoli chiama “criminalità di sussistenza” e non i crimini dei cosiddetti “colletti bianchi”. Da qui a definire la povertà una sorta di devianza il passo è breve. Si tende ad attribuire colpe individuali e collettive sempre più in base ad una determinata condizione o a una specifica identità (Rom, migrante ecc) stravolgendo le più elementari basi del diritto penale e del principio di legalità.

Fa da contraltare a questo orientamento punitivo della povertà e della marginalità quello che Marvin Olasky definisce “conservatorismo compassionevole” una sorta di neopaternalismo caritatevole che tende a ridurre la questione della giustizia sociale, che dovrebbe avere una caratterizzazione fortemente politica ed etica, a un approccio che appartiene alla morale privata. Si notano queste caratteristiche in molti volontari di organizzazioni umanitarie che finiscono per mantenere un atteggiamento ben descritto da Marco Revelli : “Ripropongono- nel vuoto aperto dalla caduta, o quanto meno dall’affievolimento, di quella forma universalistica di “riconoscimento” che era stata la grande famiglia moderna dei diritti – nuove modalità del senso del “sé” o del “noi”. Nuove accezioni dell'”essere in relazione”, per certi versi rovesciate e opposte a quella: selettive, laddove i diritti erano universali. Personalizzate, mentre quelli erano astratti. Discrezionali e “concesse” – octroyées, come la costituzione dell’età della Restaurazione – in contrapposizione a ciò che era stato conquistato con la lotta, e affermato come prerogativa indisponibile”.

La cultura punitiva dei poveri e il “conservatorismo compassionevole” finiscono per produrre un orientamento sempre più diffuso a richiedere ai beneficiari delle misure di sostegno al reddito una prova di responsabilità, come la disponibilità a intraprendere percorsi di uscita dalla povertà mediante l’accettazione di un lavoro di qualsiasi genere, senza peraltro prevedere un cambiamento nelle condizioni strutturali che hanno portato alla maturazione di uno stato di bisogno. Questo atteggiamento produce la tendenza a subordinare il sostegno agli indigenti alla condotta degli aventi diritto, talvolta ammantata da buoni propositi come quelli di attenuare il carattere burocratico e impersonale degli interventi stessi.

Non sorprende, quindi, che ci sia una tendenza ad essere sopravanzati da spinte che vanno nella direzione di una sorta di “immunizzazione”, di una mancata identificazione dei poveri. Ha buona ragione Serge Paugam a segnalare come sembri prevalere una “logica egoistica che conduce la maggioranza della società a distaccarsi dai suoi segmenti ritenuti poco raccomandabili”. Non sono più i sentimenti, la compassione, la solidarietà, l’atteggiamento collettivo prevalente, ma la reificazione. Ai preesistenti legami sociali si sta velocemente sostituendo un vuoto sociale. A causa dello straordinario aumento delle disuguaglianze economiche, la distanza sociale tra i poveri e i super-ricchi asserragliati nei loro fortini inespugnabili diventa tale da non poter essere neanche tematizzata. Essa non è più soltanto incolmabile, diventa incommensurabile, esattamente come non era comparabile quella che opponeva il servo al padrone.




 

Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi