Diritti

RICERCA A SCADENZA | L’Italia forma i ricercatori e poi li accompagna alla porta

La notte in cui l’Italia celebra i ricercatori, i ricercatori protestano contro l’Italia.


È successo anche quest’anno durante la Notte europea delle ricercatrici e dei ricercatori. Mentre il Cnr apriva laboratori e piazze al pubblico per mostrare scoperte, tecnologie, studi sul clima, biodiversità, salute e intelligenza artificiale, una parte di chi quella ricerca la fa chiedeva una cosa molto meno avveniristica: sapere se tra qualche mese avrà ancora un lavoro.

Non è una contraddizione marginale. È uno dei problemi strutturali della ricerca pubblica italiana.

Da una parte ci sono centinaia di precari che dopo anni trascorsi nei laboratori attendono una stabilizzazione. Dall’altra circa 1.500 ricercatori e tecnologi già assunti dal Cnr, risultati idonei nelle procedure interne per la progressione professionale, ma rimasti al livello precedente perché le risorse stanziate non sono bastate.

Due storie apparentemente diverse che raccontano la stessa cosa: entrare nella ricerca pubblica è difficile, restarci è complicato, fare carriera può richiedere decenni.

Dieci, quindici anni da precari

I numeri ufficiali spiegano meglio di qualsiasi slogan la dimensione della vicenda. Alla manifestazione di interesse per le stabilizzazioni del Cnr sono arrivate 854 domande. Dopo la verifica, 691 lavoratori sono risultati in possesso dei requisiti previsti. Le risorse disponibili hanno consentito al Cnr di procedere nell’immediato alla stabilizzazione di 185 persone. Ne restano dunque fuori oltre cinquecento tra quelli già riconosciuti come aventi i requisiti.

Dietro questi numeri ci sono persone che spesso lavorano nella ricerca da dieci o quindici anni. La protesta raccontata in questi giorni dagli stessi ricercatori ha un’immagine semplice: quarantenni con quindici anni di precariato alle spalle. Non ragazzi al primo contratto. Professionisti che progettano esperimenti, pubblicano lavori scientifici, partecipano a programmi europei, formano studenti, lavorano su ambiente, salute, energia, tecnologie e intelligenza artificiale. E ogni volta devono chiedersi se il progetto successivo arriverà in tempo.

I soldi ci sono, ma non bastano per tutti

Il governo rivendica gli interventi fatti. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha ricordato che l’ultima legge di Bilancio ha destinato 61 milioni di euro a un piano strutturale per il reclutamento e la valorizzazione del personale della ricerca.

Il presidente del Cnr Andrea Lenzi ha parlato di un passaggio decisivo: oltre alle 185 stabilizzazioni, l’Ente ha prorogato fino a gennaio 2027 328 contratti legati al Pnrr, consentendo a quei ricercatori di continuare a lavorare e, in alcuni casi, di maturare i requisiti necessari per successive procedure. È un intervento reale. Ma non chiude la questione.

Lo dimostra lo stesso Cnr, che nel Piano integrato 2026-2028 riconosce la necessità di proseguire con stabilizzazioni, reclutamento e valorizzazione del personale e ha assunto l’impegno a cofinanziare ulteriori interventi. Tradotto: il problema è riconosciuto, ma la soluzione è ancora incompleta.

Il Pnrr finisce, i ricercatori restano

Poi c’è il grande elefante nel laboratorio: il Pnrr. Negli ultimi anni una quantità enorme di attività scientifica è stata costruita attraverso progetti finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per realizzarli sono state assunte migliaia di persone a termine. Il progetto ha una scadenza. Il ricercatore, invece, possibilmente no.

Quando il finanziamento finisce, la conoscenza accumulata non sparisce. Resta nella testa di chi ha lavorato per anni a quel progetto. Se quella persona non trova spazio nell’università o negli enti pubblici di ricerca, le alternative diventano abbastanza semplici: impresa privata oppure estero. Ed è esattamente ciò che denunciano i movimenti dei precari. Non necessariamente perché qualcuno sogni Londra, Parigi, Berlino o Boston. A volte semplicemente perché lì arriva un contratto che permette di programmare la propria vita. La cosiddetta “fuga dei cervelli” rischia così di diventare una formula consolatoria. Non fuggono i cervelli. Se ne vanno le persone quando non trovano una porta aperta.

E quando finalmente sei assunto

Ma la vicenda del Cnr racconta anche qualcosa di più paradossale. Mettiamo che dopo dieci anni il ricercatore venga finalmente stabilizzato. Problema risolto? Non necessariamente. Nel 2023 il Cnr ha avviato una procedura interna, prevista dall’articolo 15 del contratto, per permettere la progressione professionale di ricercatori e tecnologi. Circa 1.500 persone sono risultate idonee, ma non hanno ottenuto il passaggio perché i fondi disponibili non erano sufficienti. Tra loro ci sono lavoratori con quindici e vent’anni di anzianità, persone che già svolgono attività scientifiche e responsabilità riconducibili al livello superiore e che hanno superato la valutazione prevista dall’Ente. Sono stati giudicati idonei. Poi tutto si è fermato davanti al bilancio. Il movimento degli idonei chiede ora nuove risorse per completare le progressioni. È difficile trovare un’immagine migliore del cortocircuito: prima occorrono anni per conquistare un posto stabile, poi possono occorrerne altrettanti per vedere riconosciuta professionalmente l’esperienza maturata.

Il merito che arriva fino alla cassa

È qui che una parola molto frequentata dalla politica italiana, merito, incontra la realtà. Un ricercatore supera una selezione. È idoneo. Ha pubblicazioni, esperienza, responsabilità e magari vent’anni trascorsi nell’ente. Poi scopre che il merito vale purché ci siano i soldi per finanziarlo. Non è una questione che riguarda soltanto gli stipendi. Un sistema in cui la progressione professionale arriva raramente rischia di diventare poco competitivo anche nel reclutamento: perché una persona giovane e qualificata dovrebbe scegliere una carriera nella quale il precariato può durare dieci anni e il riconoscimento successivo altri venti?

La notte dei ricercatori

Il 25 settembre il Cnr ha portato la ricerca nelle piazze italiane. A Roma, Torino, Bari, Firenze, Pisa, Napoli, Parma e in molte altre città bambini e adulti hanno potuto entrare nei laboratori, vedere droni, materiali innovativi, esperimenti sull’ambiente, sulle piante, sull’energia e sulla salute. È una bellissima idea. Serve a ricordarci che dietro una scoperta scientifica non c’è un’entità astratta chiamata “ricerca”.  Ci sono persone. E forse proprio per questo la protesta durante la Notte dei ricercatori contiene qualcosa di più di una vertenza sindacale. Dice che non basta celebrare la scienza una sera all’anno. Bisogna permettere a chi la fa di continuare a farla il giorno dopo. Perché formare per dieci o quindici anni un ricercatore utilizzando anche denaro pubblico e poi accompagnarlo alla porta non è mobilità internazionale. E tenere per vent’anni un ricercatore nello stesso livello, dopo averlo persino giudicato idoneo a quello superiore, non è esattamente valorizzazione del merito. È una singolare forma di investimento pubblico: l’Italia paga la formazione. L’università straniera o l’azienda privata incassa il ricercatore.


Fonti principali

Senato della Repubblica — atti parlamentari sulle stabilizzazioni Cnr, 2026.

Cnr — note stampa e Piao 2026-2028.

RaiNews — copertura delle proteste dei precari alla Notte dei ricercatori.

Corriere della Sera — inchiesta sugli idonei ex art. 15.

la Repubblica — testimonianze sui ricercatori precari e sulla fuga verso estero e imprese private.

 

Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi