Diritti

ROHINGYA | Non possono tornare, non possono restare: profughi stretti tra rimpatri e fame

La Malesia ha avviato il rimpatrio di quasi millecinquecento cittadini del Myanmar. Msf avverte: il ritorno non è sicuro né praticabile. Intanto nei campi del Bangladesh si riducono anche le razioni alimentari.


La Malesia ha cominciato oggi a rimpatriare 1.476 cittadini del Myanmar, compresi donne e bambini. Kuala Lumpur definisce il programma volontario. Medici Senza Frontiere, l’Unhcr e oltre centosessanta organizzazioni per i diritti umani avvertono invece che il Myanmar continua a essere un paese nel quale il ritorno dei rifugiati non può essere considerato sicuro.

Il problema non è soltanto semantico, cioè stabilire dove finisca la scelta volontaria e dove cominci una pressione al ritorno. Il problema è ciò che aspetta queste persone dall’altra parte del confine.

Pochi giorni fa l’Alto commissario Onu per i rifugiati Barham Salih lo ha detto senza ambiguità: oggi non esistono in Myanmar le condizioni per un ritorno volontario, sicuro, dignitoso e sostenibile. Il conflitto continua e nello Stato di Rakhine i Rohingya restano esposti alle violenze sia delle forze militari sia dell’Arakan Army. Un rapporto dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani pubblicato ad agosto descrive un ulteriore deterioramento delle loro condizioni.

È esattamente ciò che denuncia Medici Senza Frontiere.

«Smettete di considerare il rimpatrio una soluzione quando le condizioni sono chiaramente insicure», afferma Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di Msf. Bombardamenti aerei, uccisioni, reclutamenti forzati, mancanza di cibo, cure e istruzione continuano a segnare la vita della popolazione civile.

In un’indagine condotta dall’organizzazione lo scorso anno, l’84 per cento dei pazienti rohingya intervistati in Bangladesh aveva dichiarato che non si sarebbe sentito al sicuro tornando in Myanmar.

Il precedente che diventa programma

Quello iniziato oggi non è inoltre un episodio isolato. Il piano concordato tra Malesia e Myanmar prevede il rientro progressivo di cinquemila persone. La prima fase riguarda appunto 1.476 cittadini birmani. Secondo Reuters, tra le persone partite oggi ci sono 1.370 uomini, settantanove donne, venti ragazzi e sette ragazze. Non è stato chiarito pubblicamente quanti siano Rohingya. Ed è proprio questa mancanza di trasparenza ad aver suscitato ulteriori timori.

L’Unhcr ha dichiarato di non essere stato coinvolto nel processo di rimpatrio. La questione è decisiva perché prima di un ritorno dovrebbe essere verificato se ciascuna persona rischi persecuzioni, torture o altri gravi danni. È il principio di non-refoulement, il divieto di respingere qualcuno verso un luogo nel quale la sua vita o la sua libertà siano in pericolo. L’Unhcr ricorda che si tratta di un principio del diritto internazionale consuetudinario, vincolante anche per gli Stati che non hanno aderito alla Convenzione sui rifugiati del 1951.


E dove restano, arriva la fame

Il paradosso diventa ancora più feroce guardando poche centinaia di chilometri più a nord, in Bangladesh.

Nei campi di Cox’s Bazar e Bhasan Char vivono quasi 1,2 milioni di Rohingya, molti dei quali fuggiti dalle violenze del 2017. Una generazione intera sta crescendo senza una vera prospettiva di ritorno e con possibilità estremamente limitate di costruirsi una vita nel paese che li ospita.


E adesso diminuisce anche il cibo.

Da aprile il Programma alimentare mondiale ha sostituito l’assegno uniforme con un sistema basato sulla vulnerabilità delle famiglie. Le quote mensili sono oggi di dodici, dieci oppure appena sette dollari a persona. Quasi il 70 per cento dei rifugiati rientra nella fascia più bassa. Il Wfp sostiene che anche quella cifra permetta di coprire il fabbisogno alimentare minimo.

La vita nei campi racconta qualcosa di più complicato.

Un reportage pubblicato da Inter Press Service mostra famiglie che vendono parte delle razioni per comprare medicine, pagare un trasporto o procurarsi altri alimenti. Un padre racconta che suo figlio di quindici anni ha lasciato la scuola per lavorare al mercato e contribuire al mantenimento di nove persone. Un’altra famiglia vende parte del cibo per affrontare le spese sanitarie.

Non è difficile capire che cosa significhi ridurre di cinque dollari al mese l’assistenza di una persona quando quella persona non può legalmente accedere a un normale lavoro.

I bambini pagano per primi

Più della metà della popolazione dei campi è composta da bambini. Save the Children stima che nel 2026 il 35 per cento dei Rohingya in Bangladesh possa trovarsi in condizioni di fame classificate come “crisi” o “emergenza”. Entro la fine dell’anno, circa un rifugiato su dieci nei campi di Cox’s Bazar potrebbe raggiungere la fase 4 della scala internazionale dell’insicurezza alimentare: emergenza umanitaria, appena sotto la carestia.

E quando il cibo diminuisce non diminuiscono soltanto le calorie. Aumentano l’abbandono scolastico, il lavoro minorile e il rischio di matrimoni precoci. Una famiglia che deve decidere se comprare medicine o mangiare non sta esercitando una libertà economica: sta scegliendo quale necessità sacrificare. Un milione di persone sospese. È questa la condizione dei Rohingya nove anni dopo la grande fuga dal Myanmar.

In Myanmar non possono tornare perché continuano guerra e persecuzioni. In Bangladesh non possono lavorare liberamente e dipendono da un sistema umanitario che dispone di sempre meno risorse. In Malesia vivono senza un vero quadro nazionale di protezione e ora alcuni vengono rimpatriati.

Il piano umanitario 2026 per i Rohingya e le comunità che li ospitano in Bangladesh ha chiesto 710,5 milioni di dollari, ma secondo i dati riportati da Inter Press Service risulta finanziato soltanto per circa la metà. Così la parola «rimpatrio» rischia di nascondere la realtà.

Per tornare a casa bisogna prima avere una casa nella quale sia possibile vivere. Finché il Myanmar resterà un luogo di guerra, persecuzione e paura, caricare i rifugiati su autobus e navi non risolverà la crisi dei Rohingya. La sposterà soltanto oltre un altro confine.



Fonti: Medici Senza Frontiere; Unhcr; Reuters; Wfp; Inter Press Service; Save the Children.


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