Editoriale

Sanchez portami via, voglio un Paese con una visione su cui ricominciare. Agli astenuti lascio la nazione di Giorgia Meloni

Il risultato del referendum, ancorché ampiamente previsto, ha avuto anche una sorpresa. Il quesito sulla riduzione dei tempi per l’ottenimento della cittadinanza ha registrato il 34,5 per cento di NO. Ciò significa che non solo la maggioranza è contraria a questa riforma, ma anche una parte consistente di chi, plausibilmente, si oppone al governo Meloni non è d’accordo con questo provvedimento. E’ un campanello d’allarme serio per i partiti di opposizione e un elemento per comprendere qual è il sentiment di questo Paese.

Vale la pena sui temi del referendum (lavoro e immigrazione) fare un paragone tra le politiche dei vari governi succedutisi negli ultimi venti anni compreso, ovviamente, l’attuale esecutivo Meloni e un Paese come la Spagna che ha dal 2018 ha come primo ministro il socialista Pedro Sanchez. Sull’immigrazione, mentre in Italia anche a sinistra (come si evince dal risultato referendario) si è contrari a norme che favoriscano l’integrazione dei cittadini di origine straniera in Spagna dove dal 2019 sono arrivati circa 1,2 milioni di lavoratori stranieri il governo ha semplificato molto la burocrazia per i permessi e oggi l’immigrazione aiuta a bilanciare l’invecchiamento e a coprire i posti vacanti in agricoltura, edilizia e nelle attività di assistenza. Una visione che vede l’immigrazione come una risorsa e non come un problema.

Per quanto riguarda le politiche sul lavoro nel 2022 il governo socialista guidato da Pedro Sánchez ha approvato una riforma del lavoro che ha ridotto i contratti precari e ha incentivato quelli a tempo indeterminato. Il risultato di queste politiche? Nel 2024 il Pil della Spagna è cresciuto del 3,2 per cento contro una media di crescita nell’Unione Europea dello 0,8 per cento e quasi cinque volte l’Italia, cresciuta solo dello 0,7 per cento. Non solo, ma gli investimenti in infrastrutture hanno dato impulso al turismo che registra un record assoluto di 94 milioni di arrivi lo scorso anno con una spesa di 124 miliardi di euro. Parlando di infrastrutture, inoltre, la Spagna ha investito molto sulle energie rinnovabili sviluppando in particolare gli impianti di energia eolica e solare. Nel 2024 il 58 per cento dell’energia è stata prodotta con fonti rinnovabili contro il 47 per cento della media dell’Unione Europea rendendo quindi il paese meno dipendente dal gas e dal petrolio, specialmente quello russo.

Un altro settore dove il governo Sanchez ha investito è la ricerca nel campo delle nuove tecnologie. Queste misure hanno prodotto uno sviluppo qualitativo nella produzione di prodotti ad alto contenuto tecnologico che ha portato ad un significativo aumento delle esportazioni passate in pochi anni dal 5,5 all’8 per cento del Pil nazionale.

Cosa dire, dal paragone con le politiche attuate dal governo Sanchez in Spagna e dai risultati da queste ottenuti sembra proprio che l’Italia stia andando nella direzione opposta a quella che servirebbe per sviluppare l’economia, dare stabilità al mercato del lavoro e trovare soluzioni efficaci alle politiche sull’immigrazione. Nulla è ancora perduto ma il tempo stringe. I cambiamenti che si stanno producendo a livello internazionale hanno bisogno di una visione ampia e libera da pregiudizi e inutili schemi mentali per stare al passo con i tempi.

Il risultato del referendum non è incoraggiante anche alla luce delle reazioni del governo che fanno intendere che approfitterà dell’onda lunga del fallimento del referendum per avviare la politica italiana ancor più verso flessibilità e precarietà nel campo del lavoro e maggiori restrizioni nelle politiche di integrazione. Che sia almeno uno spunto di riflessione per tutti quelli che l’8 e il 9 giugno sono rimasti a casa.




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