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DUE GERMANIE | La CDU scompare, l’AfD dilaga. Ma a Berlino vince la sinistra delle case e dei diritti

Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore il partito di Merz resta fuori dal parlamento regionale. L’estrema destra raccoglie rabbia, astensione e ferite mai chiuse dopo la riunificazione. Nella capitale Elif Eralp, figlia di rifugiati turchi, dimostra che alla paura e all’estraneità si può rispondere con una politica diversa.


La CDU non perde le elezioni: scompare. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore il partito del cancelliere Friedrich Merz precipita al 4,9 per cento e resta fuori dal parlamento regionale. Non era mai accaduto nella storia della Germania federale.

L’AfD arriva prima con il 38,2 per cento, più che raddoppiando il 16,7 ottenuto nel 2021. Dietro, al 35,5 per cento, resiste l’SPD della governatrice Manuela Schwesig. Die Linke, che governava il Land insieme ai socialdemocratici, scende invece dal 9,9 al 6,5 per cento.

Merz ha definito il risultato «un disastro», ma non molla l’osso: esclude le dimissioni e promette di proseguire con le sue riforme. Il cancelliere ha portato la nave sugli scogli e reclama il diritto di conservarne il timone.

Dall’altra parte c’è Berlino

Nello stesso giorno, a Berlino, accade qualcosa di completamente diverso. Die Linke diventa il primo partito con il 25,7 per cento, più che raddoppiando il risultato precedente. La guida Elif Eralp, giurista di 45 anni, figlia di due socialisti e sindacalisti costretti a fuggire dalla Turchia dopo il colpo di Stato militare del 1980.

Eralp è cresciuta nelle manifestazioni e ha condotto la campagna elettorale parlando soprattutto di affitti, speculazione immobiliare, servizi e dignità. Sui manifesti della Linke campeggiava una promessa comprensibile senza interpreti: fermare il saccheggio degli affitti.

La futura amministrazione dovrà confrontarsi con il referendum del 2021, quando il 58 per cento dei berlinesi votò a favore della socializzazione delle abitazioni possedute dai grandi gruppi immobiliari. Circa 220 mila appartamenti potrebbero essere sottratti alla speculazione e riportati sotto il controllo pubblico. Non sarà semplice, ma il voto dice che la casa è tornata a essere una questione politica.

È un’esperienza che richiama, con dimensioni e strumenti differenti, quella romana di Spin Time: un edificio sottratto all’abbandono nel quale famiglie italiane e straniere hanno costruito abitazioni, servizi, cultura e relazioni. La casa non come premio per chi può permettersela, né come problema di polizia, ma come diritto intorno al quale nasce una comunità.

Non tutti nazisti, ma il voto è quello

Il risultato del Meclemburgo impone una domanda più difficile. Nell’AfD operano esponenti e reti dell’estrema destra; ma quasi quattro elettori su dieci non possono essere liquidati semplicemente come nazisti.

Secondo Infratest dimap, l’85 per cento di quanti hanno votato AfD sostiene che nel partito vi siano soltanto «singoli estremisti» e che, nel complesso, la formazione appartenga al centro politico. La pensa così anche il 38 per cento dell’intero elettorato regionale.

È forse il successo più pericoloso dell’AfD: aver reso ordinario ciò che fino a pochi anni fa sarebbe apparso intollerabile.

Il voto non proviene inoltre da un solo ambiente. L’AfD ha conquistato circa 66 mila persone che nel 2021 non avevano votato, 48 mila ex elettori dell’SPD, 32 mila della CDU, 16 mila liberali e 9 mila della Linke. Ha guadagnato tra lavoratori, impiegati, autonomi e pensionati, con una prevalenza molto più marcata tra gli uomini.

Non è soltanto un voto sull’immigrazione. È una dichiarazione di sfiducia verso tutto ciò che esiste.

L’89 per cento degli elettori del Land ritiene che la CDU abbia promesso molto e mantenuto poco. Circa l’80 per cento non sa più per che cosa il partito di Merz esista. Persino un elettore AfD su quattro pensa che il partito non manterrà le promesse una volta arrivato al governo. Lo vota ugualmente: non per fiducia, ma per colpire gli altri.



La ferita dell’Est

Nell’Est la riunificazione non è stata vissuta soltanto come una liberazione. È stata anche chiusura delle fabbriche, disoccupazione, vendita del patrimonio pubblico, emigrazione dei giovani e cancellazione di intere biografie.

La giornalista Jana Hensel ricorda che già alla fine del 1991 circa tre milioni di tedeschi orientali erano stati investiti dalla disoccupazione. Le successive riforme Hartz IV sancirono, per molti, la fine della promessa delle «regioni fiorenti». In un mercato nel quale il lavoro non esisteva, la risposta fu rendere i lavoratori più flessibili. Contro quelle politiche l’Est scese in piazza da sinistra. Dopo il 2015 ha cominciato a ribellarsi da destra.

A questo si aggiunge la sensazione di essere ancora raccontati e amministrati dall’Ovest. Una ricerca citata da Deutschlandfunk, condotta su circa 320 milioni di articoli pubblicati dal 1990 al 2025, ha rilevato che il 70 per cento dei testi dedicati all’Est conteneva una rappresentazione negativa. Anche la stampa regionale della ex Ddr fu acquistata quasi interamente dai grandi gruppi occidentali.

L’Est viene osservato soprattutto quando vota male, raramente quando chiede di essere ascoltato.

L’AfD si è impadronita di questa domanda di riconoscimento. Ha aggiunto nemici facilmente identificabili: gli immigrati, Bruxelles, gli ecologisti, le minoranze. E ha trasformato una ferita sociale nella promessa di una restaurazione nazionale.

Pesano anche il rapporto storico con la Russia, la contrarietà al riarmo e il rifiuto di continuare a finanziare la guerra in Ucraina. L’AfD si presenta come forza di pace, ma innesta quel sentimento dentro un progetto nazionalista e autoritario. È lo spazio che una sinistra pacifista e sociale ha lasciato libero.

La lezione per la sinistra italiana

Quello che accade nell’Est riguarda anche la sinistra italiana, dal Pd ad Avs. Definire fascisti e ignoranti gli elettori che si allontanano, oppure liquidare come delinquenti i giovani incappucciati che protestano, può rassicurare chi è già d’accordo, ma non restituisce una sola persona alla democrazia. La violenza va contrastata e il fascismo chiamato con il suo nome. Ascoltare le ragioni che precedono la rabbia non significa giustificarla: significa impedire che siano ancora una volta le destre a darle parole, identità e nemici.

Non c’è soltanto la paura. C’è il distacco crescente da un mondo mediatico che non esiste: quello dei talk show trasformati in sterile propaganda, di Diego Bianchi che fa lo spiritoso anche sui partigiani, di Floris che rimanda duecento volte lo stesso filmato di Meloni, del Tg1, di Mediaset, di Mentana e de La7. Un mondo popolato da persone che vanno in vacanza, scelgono la dieta vegana e discutono se una coppia omosessuale possa sposarsi in chiesa. Questioni reali, certamente, e diritti da difendere. Ma fuori dallo studio televisivo ci sono persone che non riescono a pagare l’affitto, aspettano mesi per una visita, perdono il lavoro, vedono chiudere la scuola o l’ospedale e temono che i figli debbano partire.

A volte sembra che ormai vogliano sposarsi soltanto le coppie alle quali il matrimonio è stato negato. Non perché gli altri abbiano smesso di amare, ma perché cercano altrove la propria realizzazione: nell’autonomia, nel lavoro, nella casa, nella possibilità di avere o non avere figli e di costruire legami senza doverli necessariamente consegnare a una chiesa o a un registro comunale.

Il diritto al matrimonio egualitario resta una questione di libertà e uguaglianza. Ma trasformarlo nell’unico termometro del progresso significa continuare a guardare la società da uno studio televisivo. Una coppia omosessuale deve potersi sposare; ma deve anche trovare una casa, curarsi e vivere del proprio lavoro. Contrapporre queste esigenze è il trucco della destra. Dimenticarne una parte è l’errore della sinistra.

Le persone non chiedono soltanto di essere istruite, corrette o condannate. Chiedono lavoro, casa, servizi, pace e la possibilità di contare qualcosa. Quando la politica e l’informazione raccontano soltanto il mondo di chi ha già voce, chi rimane fuori cerca qualcuno disposto almeno a riconoscerne la rabbia.

Comprendere non significa assolvere

Non tutti gli elettori dell’AfD sono nazisti. Ma tutti hanno scelto di consegnare il proprio malessere a un partito nel quale razzismo, nazionalismo e autoritarismo non sono incidenti di percorso. Comprenderne le ragioni è necessario; trasformarle in un’assoluzione sarebbe un altro errore.

Le ferite sociali spiegano il voto, ma non lo rendono inevitabile. Lo dimostra Berlino. Nella capitale, le paure per il futuro, il costo della vita e la solitudine sono state raccolte da una sinistra che ha parlato di case, salari, servizi, ambiente e diritti.

Merz ha invece inseguito la destra sul riarmo, sui confini e sulla sicurezza. Non l’ha fermata: l’ha resa più credibile, mentre la CDU è stata cancellata dal parlamento del Meclemburgo.

La Germania uscita dalle urne non è diventata tutta di destra. Si è spezzata tra chi trasforma la paura in esclusione e chi prova ancora a trasformare la rabbia in giustizia sociale. Da una parte la guerra fra poveri. Dall’altra la possibilità di tornare a vivere insieme.

Ascoltare non fa male. Fa male arrivare sempre dopo, quando la rabbia ha già trovato una bandiera.




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