I docenti proteggono i ragazzi e rifiutano il ruolo repressivo. La lettera «Disertare, non collaborare» dà voce a un’alleanza che contesta la scuola dell’obbedienza e le priorità del governo.
Da Parigi a Torino, gli insegnanti si prendono a braccetto e fanno scudo agli studenti. La contestazione delle politiche scolastiche diventa un fronte comune: nelle assemblee, nelle occupazioni, davanti ai reparti antisommossa. A Torino docenti, genitori e personale scolastico si mettono fra i ragazzi e gli agenti, fino a essere raggiunti dagli idranti. È questa l’immagine politica della giornata: chi viene chiamato a riportare gli studenti all’ordine sceglie di stare al loro fianco.
Stamani, in corso Inghilterra, gli insegnanti torinesi si sono schierati a braccetto dietro lo striscione «Assemblea Torino», fra il corteo e i mezzi della polizia che sbarravano la strada. Più tardi, in piazza Castello, docenti, genitori, sindacalisti e personale Ata hanno formato un altro cordone. Gli idranti hanno raggiunto anche loro. La giornata ha visto lanci di oggetti vari da parte di gruppi di manifestanti, cariche e impiego di lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine. In mezzo, quegli adulti hanno scelto di esporsi per proteggere i ragazzi e contenere la tensione.
A Parigi, già il 6 ottobre, Le Parisien raccontava una «catena di protezione» degli insegnanti intorno ai liceali. Catherine Da Silva, direttrice scolastica e sindacalista, spiegava di essere scesa in piazza per sostenere i giovani e proteggerli se necessario. Chiedeva più risorse, assistenza medica nelle scuole, edifici adeguati al caldo e al freddo. Le condizioni dell’insegnamento e quelle dell’apprendimento si incontravano nella stessa protesta.
È dentro questa alleanza che acquista forza la lettera aperta «Disertare, non collaborare», rivolta alle colleghe e ai colleghi degli istituti occupati. «La repressione non è il nostro mestiere», scrivono i promotori. L’invito è a sottrarsi al ruolo di sorveglianti del dissenso, a rifiutare l’uso delle sanzioni, del voto di condotta e perfino delle valutazioni del profitto come strumenti per ristabilire l’obbedienza. Posizione che come Fotosintesi.info apprezziamo e condividiamo.
La relazione educativa comporta una differenza di conoscenze, esperienza e responsabilità. Quell’asimmetria trova il proprio senso nel confronto, nella reciprocità, nella possibilità di costruire un pensiero autonomo. Anche chi insegna viene interrogato e trasformato dall’incontro con gli studenti. EUn docente può discutere un’occupazione, criticarne le modalità, chiedere conto di un comportamento. La sua responsabilità comprende la capacità di attraversare il conflitto senza umiliare chi ha davanti.
Nelle piazze italiane la protesta tiene insieme edifici scolastici, costo degli studi, opposizione al riarmo e solidarietà con la Palestina. A Firenze lo striscione «Soldi alle scuole, no alle guerre» ha riassunto una scelta di priorità; a Milano il corteo «Nessuno è straniero» ha collegato la contestazione dei provvedimenti scolastici al caro affitti e al rifiuto del riarmo. Le richieste investono anche il tetto agli alunni stranieri e la riforma degli istituti tecnici e professionali, contestati dalle organizzazioni studentesche.
Come non si vedeva dagli ’70, si evidenzia il legame fra queste rivendicazioni e le lotte dei lavoratori. Libri, trasporti, affitti e precarietà gravano sugli stessi bilanci familiari. Lo striscione «Dai porti alle scuole, studenti e lavoratori uniti» indica il tentativo di trasformare questa condizione condivisa in una forza politica. La solidarietà con la Palestina e l’opposizione all’economia di guerra attraversano questa ricerca di alleanze: il futuro che gli studenti rivendicano riguarda anche le scelte produttive e militari che ricadranno sulle loro vite.
Valditara ha parlato di «teppismo politico», riferendosi ai lanci contro il ministero e le forze dell’ordine a Roma. Gli episodi violenti vanno ricostruiti nelle loro responsabilità. Usarli per esaurire il racconto della giornata consente però di lasciare senza risposta le condizioni delle scuole, le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione e le scelte sulla spesa pubblica. Il ministro deve rispondere a queste rivendicazioni, anziché lasciare che siano gli schieramenti di polizia a occupare la scena.
La lettera chiama in causa anche la condizione degli insegnanti: il peso della burocrazia, la svalutazione del lavoro, gli spazi collegiali svuotati di discussione. Affidare ai docenti la gestione punitiva del malcontento li mette al servizio di decisioni sulle quali hanno sempre meno voce. «Disertare» significa spezzare questo meccanismo e tornare a esercitare fino in fondo il proprio mestiere. I docenti che proteggono gli studenti portano quella scelta fuori dall’aula.
Le mobilitazioni cercano intanto continuità. La Rete degli studenti guarda alla manifestazione della Via Maestra del 17 ottobre a Roma; Osa rilancia verso lo sciopero generale del 30 ottobre indetto dall’Usb. Percorsi diversi, accomunati dalla volontà di portare le rivendicazioni oltre la singola giornata e costruire rapporti con il mondo del lavoro.
Le catene umane di Parigi e Torino mostrano una crepa nella scuola dell’obbedienza: gli insegnanti rifiutano di essere schierati contro i propri studenti. Davanti agli scudi difendono i ragazzi; insieme a loro contestano le scelte che impoveriscono l’istruzione e preparano nuove guerre. Il governo dovrà fare i conti con questa alleanza. Dietro quei docenti a braccetto c’è una scuola che pretende di decidere il proprio futuro e ha cominciato a farlo prendendo posizione.
Fotosintesi.info condivide le ragioni della lettera «Disertare, non collaborare» e invita a leggerla, diffonderla e sottoscriverla attraverso il modulo indicato per le adesioni: Leggi e aderisci alla lettera
Foto di copertina: Tino Romano.
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