Si è concluso pochi giorni fa il 17° Summit dei BRICS. Doveva essere un Summit in tono minore, mancando ovviamente Putin, ma a sorpresa anche Xi Jinping per motivi che sono rimasti sconosciuti, nonostante numerose voci indichino la ragione in problemi interni legati al rapporto, che sembra essere diventato burrascoso, col proprio apparato militare.
I BRICS in questo momento sono formati da undici membri effettivi e dieci Stati partner, ultimi ad aggiungersi ci sono Indonesia, Vietnam, Colombia e Uzbekistan. Non una formazione di poco conto visto che rappresentano complessivamente oltre la metà della popolazione mondiale e un terzo del PIL globale.
I risultati dell’incontro di Rio de Janeiro raccontano che i BRICS questa volta fanno sul serio e per Donald Trump e gli Stati Uniti potrebbero essere problemi seri. Stando al documento finale della conferenza si parla solo di collaborazione tra Stati, di incentivare la crescita economica dei singoli Stati e, soprattutto, si ragiona sempre più su come fare per aiutare i Paesi in difficoltà ad aumentare il proprio livello economico.
Nel documento si affrontano problemi di economia reale e progetti concreti e fattibili come creare una sorta di mercato delle merci alimentari, visto che i BRICS ne sono i maggiori produttori, costituendo una borsa separata rispetto al mercato attuale dove sono possibili speculazioni che possono portare a un aumento significativo del costo dei prodotti alimentari, mettendo a rischio la sopravvivenza di milioni di persone.
Sul piano politico i BRICS hanno condannato fermamente Israele per gli attacchi non solo all’Iran, ma anche a Gaza ed hanno criticato in particolare l’uso della fame per far cadere Gaza chiedendo il ritiro delle truppe israeliane.
Le novità più significative, invece, si sono prodotte sulle questioni economiche. L’obiettivo che ha posto questo summit, infatti, è ridurre la dipendenza economica dagli Stati Uniti e, soprattutto, dal sistema economico dominato dal dollaro. La richiesta centrale del summit infatti è stata una riforma strutturale del Fondo Monetario Internazionale, in maniera particolare, si chiede la ridistribuzione dei diritti di voto che, a loro dire, devono essere assegnati secondo il reale peso economico dei vari stati membri.
Gli Stati Uniti detengono attualmente il 17,2 per cento dei voti che costituisce una quota sufficiente ad esprimere una sorta di diritto di veto sulle deliberazioni dell’FMI dato che la maggior parte delle decisioni deve avere l’85 per cento dei consensi. Molto criticata anche la prassi dell’imposizione unilaterale di dazi da parte degli Stati Uniti.
Un altro progetto che sarebbe davvero rivoluzionario è quello di creare un sistema alternativo per gli scambi tra i paesi membri. Si sta, infatti, progettando una moneta di scambio commerciale ancorata all’oro o alle materie prime che permetta di aggirare il dollaro negli scambi e di proteggersi, in questo modo, anche da eventuali sanzioni americane.
Donald Trump ha fatto subito sentire la propria contrarietà a queste richieste parlando di politiche anti-americane e affermando che qualsiasi Paese che si allineasse alle politiche anti americane dei BRICS verrebbe assoggettato ad un’ulteriore tassa del 10 per cento. Altrettanto ferma la risposta del Presidente del Brasile Lula che ha detto che i paesi BRICS sono Paesi sovrani e non possono essere minacciati da un leader straniero.
Li Qiang, il Premier cinese che ha sostituito Xi Jinping in questo Summit, ha detto che i BRICS sono una forza pionieristica che lavorano per una nuova governance globale. Una posizione più sfumata quella dell’India, che ha sempre avuto un atteggiamento più filo occidentale. Il Premier Modi ha affermato di voler mantenere una posizione aperta al dialogo anche se ha sostenuto l’esigenza di nuove regole, più eque che permettano a tutti i Paesi di poter decidere ciò che è meglio per loro.
E’ del tutto evidente che siamo di fronte a due strategie contrapposte. Gli Stati Uniti di Donald Trump ragionano su una prospettiva di breve periodo operando la leva dei dazi. I paesi BRICS e, specialmente, la Cina, invece, si muovono su un orizzonte temporale molto più ampio essendo proiettati su una prospettiva di lungo periodo. In questa visione sono disposti anche a subire delle penalizzazioni sul breve periodo per ottenere qualcosa di più ampio respiro.
Non una buona notizia per Donald Trump e per tutti quei Paesi, come l’Italia, che sono allineati sulle politiche commerciali americane. L’Europa farebbe bene a prendere atto che i BRICS sono una realtà con la quale è bene fare i conti non cercando di contrastarne la crescita, bensì lavorando per trovare punti di convergenza politica e di opportunità economiche e commerciali. Per ora Ursula Von der Leyen e compagnia cantando sembrano più concentrati a rispondere all’assalto del puzzone di Mar-a-Lago, speriamo che dopo la bufera dazi ci siano più margini e lucidità politica per affrontare le sfide che i BRICS pongono.




