Dall’ex ministro Fedorov che chiede elezioni all’operazione anticorruzione annunciata il 19 agosto, dai giovani chiamati alle armi ai miliardi europei. Poi la strada torna in Italia: Colleferro, Domusnovas e una nuova economia della difesa. Formalmente non siamo in guerra con la Russia. Ma quanto siamo già dentro questa guerra?
Una crepa dall’interno
Mykhailo Fedorov non è Vladimir Putin e neppure un oppositore arrivato dall’esilio. Fino a poche settimane fa era il ministro della Difesa dell’Ucraina, uno degli uomini cresciuti politicamente insieme a Volodymyr Zelensky e uno dei protagonisti della trasformazione tecnologica della guerra ucraina. Per questo le parole pronunciate il 18 agosto pesano più di tante accuse lanciate da Mosca. Fedorov ha parlato di una «crisi sistemica di governo», ha denunciato corruzione e resistenze alle riforme e ha chiesto di trovare un meccanismo legale e sicuro per restituire agli ucraini il diritto di votare anche se la guerra dovesse continuare. La legge marziale oggi impedisce le elezioni. Fedorov sostiene che una guerra lunga non possa trasformare questa sospensione in una condizione senza scadenza.
È una crepa politica aperta dall’interno del sistema costruito attorno a Zelensky. Ed è arrivata mentre un’altra storia bussava alla porta della presidenza.
Proprio oggi, 19 agosto, le agenzie anticorruzione ucraine Nabù e Sapo hanno annunciato un’operazione contro una presunta «organizzazione criminale» che, secondo quanto comunicato dagli investigatori, sarebbe guidata da parlamentari ed ex parlamentari e coinvolgerebbe alti funzionari dell’Ufficio presidenziale. Mentre scriviamo l’indagine è in corso e sarebbe irresponsabile anticipare responsabilità personali che devono ancora essere accertate. Ma il livello istituzionale raggiunto dall’operazione rende impossibile considerarla una storia marginale.
Non è nemmeno la prima volta che il rapporto tra potere politico e anticorruzione diventa un problema nazionale. Nel luglio 2025 una legge approvata dal Parlamento aveva ridotto l’autonomia di Nabù e Sapo, provocando proteste nelle città ucraine e fortissime pressioni europee. Zelensky fece marcia indietro e l’indipendenza delle due strutture venne ripristinata. Quella vicenda dimostrò contemporaneamente due cose: che esiste una tendenza del potere a proteggersi e che esiste ancora una società civile capace di costringerlo a fermarsi.
Una democrazia sotto le bombe
L’Ucraina non è la Russia di Putin. La Russia reprime sistematicamente l’opposizione politica, ha cancellato gran parte dello spazio per l’informazione indipendente e ha costruito negli anni un sistema autoritario attorno alla permanenza al potere del presidente. L’Ucraina conserva invece pluralismo sociale, opposizioni, organismi indipendenti, giornalisti critici e una società civile che continua a manifestare.
Ma riconoscere questa differenza non significa sospendere il giudizio su Kiev. Dopo quattro anni e mezzo di invasione russa, la legge marziale ha inevitabilmente modificato la vita democratica: niente elezioni nazionali, limitazioni di alcuni diritti, enorme centralizzazione delle decisioni, crescente peso dell’apparato militare e di sicurezza. La questione non è stabilire con un timbro se l’Ucraina sia o non sia una democrazia. La domanda più interessante è un’altra: quanto può essere compressa una democrazia per difendersi prima che quella compressione cominci a cambiarne la natura?
Giovanni Savino, studiando le differenti traiettorie seguite da Russia e Ucraina dopo la dissoluzione sovietica, ha insistito sulla distanza tra una società russa soffocata dalla repressione del regime e una società ucraina che, pur tra enormi difficoltà, ha mantenuto spazi di libertà politica e civile. È proprio questa differenza che rende legittimo pretendere di più da Kiev, non di meno.
Francesco Dall’Aglio aiuta a ricordare un altro elemento essenziale: questa guerra non nasce improvvisamente il 24 febbraio 2022, ma dentro una lunga trasformazione dello spazio postsovietico, degli equilibri di sicurezza e delle relazioni tra Russia, Ucraina e Occidente. Anche qui, spiegare non significa giustificare l’invasione. Significa guardare la storia e i fatti con occhi aperti, competenza e senza il paraocchi dei pregiudizi.
Zelensky ha ancora un popolo
C’è una narrazione che i dati non sostengono: quella di un Zelensky ormai completamente privo di consenso. I sondaggi misurano cose differenti — fiducia personale, approvazione dell’operato e intenzione di voto — e non vanno confusi. Il presidente conserva un nucleo consistente di fiducia, anche se il suo capitale politico si è eroso e figure come Fedorov e l’ex comandante delle forze armate Valerii Zaluzhnyi sono diventate concorrenti potenzialmente forti.
Quindi Zelensky non è il presidente del quattro per cento raccontato a suo tempo da Donald Trump. Ma non è neppure più il leader praticamente incontestabile dei primi mesi dell’invasione. Il problema è che non esiste oggi il momento nel quale misurare politicamente questa trasformazione: le urne.
E anche qui la realtà è meno semplice dello slogan. Molti ucraini non chiedono affatto di votare mentre cadono missili sulle città, milioni di persone vivono all’estero, altri sono sfollati e parte del territorio nazionale è occupata. Organizzare elezioni libere, rappresentative e sicure in queste condizioni sarebbe enormemente difficile. Fedorov pone però una domanda destinata a restare: se la guerra dura ancora anni, per quanti anni può durare automaticamente lo stesso mandato politico?
I ragazzi e la guerra
Poi ci sono quelli che la democrazia devono difenderla con il corpo. La mobilitazione obbligatoria non riguarda indistintamente tutti i giovani ucraini. Gli uomini tra diciotto e ventiquattro anni non sono normalmente soggetti alla mobilitazione ordinaria; il governo ha cercato di convincerli ad arruolarsi volontariamente attraverso contratti annuali accompagnati da incentivi economici e benefici. L’obbligo di mobilitazione riguarda invece, salvo esenzioni, gli uomini dai venticinque ai sessant’anni.
Questa distinzione evita una rappresentazione falsa dell’Ucraina come un Paese che rastrella indiscriminatamente i diciottenni. Ma non cancella il problema. Dopo quattro anni e mezzo di guerra trovare uomini disposti a combattere è sempre più difficile. I centri territoriali di reclutamento, i TCC, controllano documenti, verificano la posizione militare e notificano gli obblighi. Accanto alle procedure previste dalla legge sono emersi episodi documentati di abuso, violenza e trattenimenti illegittimi. Lo stesso difensore civico ucraino ha dovuto ricordare che gli addetti ai centri di reclutamento non possiedono autonomamente il potere di arrestare cittadini.
Sui social circolano centinaia di filmati di uomini caricati a forza sui furgoni, fenomeno che gli ucraini hanno battezzato amaramente «busification». Una parte dei video è autentica, una parte viene decontestualizzata o utilizzata dalla propaganda russa. Il giornalismo dovrebbe fare esattamente ciò che la propaganda non fa: verificare ogni episodio e contemporaneamente non fingere che il problema non esista.
Un’inchiesta di Reuters ha seguito undici ragazzi tra diciotto e ventiquattro anni che avevano scelto volontariamente di arruolarsi nel 2025. Dopo pochi mesi nessuno degli undici risultava ancora normalmente operativo: quattro erano rimasti feriti, tre risultavano dispersi, due si erano allontanati senza autorizzazione, uno era malato e uno era morto suicida. Undici persone non rappresentano statisticamente un esercito. Rappresentano però undici vite, e raccontano qualcosa che le mappe con le frecce rosse e blu non riescono a mostrare.
La domanda allora non è se «i giovani ucraini vogliono combattere». Alcuni vogliono. Altri non vogliono. Altri ancora hanno paura, fuggono, si nascondono, si arruolano per denaro, per convinzione, per necessità, per difendere la propria famiglia. Sono esseri umani. Ed è forse la prima cosa che una guerra tende a farci dimenticare.
Il presidente viaggiatore
Mentre una parte degli ucraini combatte, Zelensky viaggia. Dal 2022 il presidente ha attraversato decine di Paesi e accumulato una quantità eccezionale di missioni internazionali: Washington, Bruxelles, Londra, Parigi, Berlino, Roma, Varsavia, vertici Nato, Consigli europei, incontri bilaterali.
Sarebbe facile trasformare questa diplomazia itinerante in una caricatura del presidente sempre in aereo. Sarebbe anche sbagliato. L’Ucraina dipende dall’estero per una quota decisiva delle proprie capacità militari e finanziarie. Zelensky viaggia perché deve ottenere armi, munizioni, sistemi antiaerei, prestiti, garanzie, sanzioni contro Mosca e sostegno politico. Senza Washington e soprattutto senza l’Europa, Kiev non potrebbe sostenere questa guerra allo stesso livello.
Il viaggio di Zelensky racconta dunque materialmente la natura internazionale del conflitto. La guerra si combatte in Ucraina. Ma una parte fondamentale delle decisioni che permettono di continuarla viene presa fuori dall’Ucraina.
Israele: amicizie e interessi
Il rapporto con Israele è uno dei migliori esempi delle contraddizioni della politica estera ucraina. Zelensky, ebreo e con una storia familiare segnata dalla Shoah, dopo il 7 ottobre 2023 espresse immediatamente solidarietà a Israele e ne sostenne il diritto alla sicurezza. Ma i rapporti tra Kiev e i governi di Benjamin Netanyahu non sono mai diventati una piena alleanza militare.
Kiev ha chiesto ripetutamente tecnologie e sistemi israeliani di difesa aerea. Israele ha mantenuto una posizione molto più prudente, anche per non rompere completamente i propri rapporti con Mosca. L’Ucraina, contemporaneamente, ha continuato a sostenere in sede internazionale posizioni che Israele considera ostili su occupazione e Palestina. Nel 2026 i due Paesi sono arrivati perfino a discutere del grano che, secondo Kiev, sarebbe stato sottratto dai russi nei territori ucraini occupati e successivamente arrivato in Israele.
Amici, dunque. Ma nella geopolitica l’amicizia termina spesso dove cominciano gli interessi. Vale anche per l’Italia. Il governo Meloni ha mantenuto una forte vicinanza politica a Israele e al governo Netanyahu, pur prendendo progressivamente le distanze da alcune scelte sulla guerra a Gaza (quelle – a loro dire- sproprzionate) senza mai muovere un dito contro l’occupazione e il feroce genocidio. Matteo Salvini ha espresso ripetutamente posizioni ancora più esplicitamente vicine al governo israeliano che massacra quotidianamente decine di bambini innocenti rendendo la vita impossibile a intere popolazioni del Medio Oriente.
Novanta miliardi e una guerra europea
Con l’arretramento americano, l’Europa ha assunto un peso crescente. L’Unione europea ha predisposto per il biennio 2026-2027 un nuovo sostegno finanziario da 90 miliardi di euro. Non sono novanta miliardi di armi: dentro quella cifra bisogna distinguere prestiti, sostegno finanziario, esigenze dello Stato ucraino e componente militare. Mischiare tutto sotto la voce «armi a Zelensky» sarebbe scorretto. Ma una parte enorme delle risorse serve inevitabilmente a permettere all’Ucraina di continuare a combattere.
E l’Italia partecipa. Roma ha inviato dodici pacchetti di aiuti militari, compresi sistemi di difesa aerea. Il valore complessivo dell’assistenza militare italiana viene stimato nell’ordine di miliardi di euro, ma il cittadino italiano non dispone di un inventario pubblico completo delle armi consegnate: i dettagli dei pacchetti rimangono in larga parte secretati.
È una questione democratica anche questa. Si può sostenere che la riservatezza sia necessaria durante una guerra per non fornire informazioni operative al nemico. Ma resta una domanda: quanto può sapere il Parlamento e quanto deve poter sapere il cittadino di una politica militare finanziata con denaro pubblico? Perché l’Italia formalmente non è in guerra con la Russia. Ma arma il Paese che combatte contro la Russia.
Colleferro non è in Ucraina
Il 13 agosto un’esplosione ha scosso uno stabilimento industriale a Colleferro, a poche decine di chilometri da Roma. Non era una fabbrica qualsiasi. Era KNDS Ammo Italy, l’ex Simmel Difesa: uno stabilimento dell’industria delle munizioni nel quale vengono prodotti munizionamenti di medio e grosso calibro e propellenti. I lavoratori sono usciti indenni e la magistratura dovrà stabilire le cause dell’incidente.
Colleferro serve però a riportare la carta geografica della guerra dentro casa nostra. Non è l’unico punto. A Domusnovas, in Sardegna, opera RWM Italia, controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall. Lo stabilimento è coinvolto nella produzione e nel caricamento di munizionamento e la crescita della domanda europea conseguente alla guerra ucraina ha contribuito all’aumento dell’attività e ai progetti di espansione. Tra le produzioni entrano anche le munizioni d’artiglieria da 155 millimetri, diventate uno degli oggetti industriali più importanti della guerra in Ucraina.
A La Spezia c’è il grande polo terrestre di Leonardo, erede di Oto Melara, legato ai sistemi d’artiglieria e ai mezzi corazzati. Intorno ci sono MBDA e un’intera filiera nazionale della difesa, mentre altri stabilimenti producono componenti, esplosivi, elettronica, sistemi navali e aerospaziali.
Qui occorre però essere rigorosi: produrre armi in Italia non significa automaticamente produrle per Kiev. Per ogni stabilimento e per ogni sistema bisogna documentare la commessa e il destinatario. Dove sappiamo che la domanda ucraina alimenta direttamente o indirettamente la produzione lo scriviamo. Dove non possiamo dimostrarlo, non lo scriviamo.
Ma la trasformazione industriale resta. L’Europa si sta riarmando. L’Italia partecipa al riarmo. Le aziende aumentano capacità produttiva, investimenti e personale. E la guerra che per anni abbiamo guardato sui teleschermi sta modificando la struttura produttiva del continente.
Questo significa anche posti di lavoro. Ed è precisamente qui che il problema diventa più difficile. Un operaio di Colleferro o Domusnovas non decide la politica estera italiana. Lavora, porta a casa uno stipendio, mantiene una famiglia. Un territorio che ha perso industrie può considerare un nuovo investimento militare un’opportunità economica. Contrapporre moralisticamente il lavoratore alla pace sarebbe tanto facile quanto inutile.
La domanda riguarda la politica: quale economia vogliamo costruire?
L’Italia in guerra senza essere in guerra
L’Italia è politicamente vicina a Israele, pur tra crescenti amare contraddizioni sul genocidio a Gaza e in Cisgiordania. Senza contare i crimini in Libano, Siria e in Iran. È membro della Nato. Sostiene militarmente l’Ucraina. Partecipa alle sanzioni contro Mosca. Contribuisce ai programmi europei che finanziano Kiev. Produce armamenti e munizioni dentro un continente che sta aumentando rapidamente la propria capacità militare.
E tuttavia l’Italia non è formalmente in guerra con la Russia. Nessun Parlamento ha dichiarato guerra. Nessun governo sostiene che soldati italiani stiano combattendo nel Donbass. La Costituzione continua a dire che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Proprio per questo non serve gridare che «siamo in guerra». Serve una domanda molto più difficile da liquidare: quanto si può partecipare materialmente a una guerra continuando a considerarsi esterni alla guerra?
Finanziarla non equivale a combatterla. Consegnare un sistema antiaereo non equivale a bombardare Mosca. Produrre un proiettile non significa necessariamente sapere dove verrà sparato. Una democrazia ha inoltre il diritto di aiutare un Paese aggredito a difendersi. Ma sommando denaro, armamenti, intelligence, addestramento, industria, sanzioni e impegni strategici, la distanza tra «sostenere una guerra» ed «essere coinvolti nella guerra» diventa progressivamente più sottile.
Ed è questa distanza che la politica dovrebbe discutere davanti ai cittadini. Non soltanto quanti miliardi spendere. Non soltanto quante armi produrre. Ma dove vogliamo arrivare.
Siamo partiti da Kiev chiedendoci che cosa resti della democrazia ucraina dopo quattro anni e mezzo di guerra. Abbiamo trovato elezioni sospese, un presidente ancora sostenuto da una parte consistente della popolazione ma sfidato dall’interno, giovani che combattono e altri che non vogliono combattere, reclutamenti contestati, organismi anticorruzione che arrivano fino alle porte dell’Ufficio presidenziale.
Poi abbiamo seguito il denaro e le armi. E siamo tornati a casa. L’Ucraina è lontana circa duemila chilometri. Colleferro no.
Forse allora la domanda sulla democrazia non riguarda soltanto Zelensky. Riguarda anche noi. Perché una democrazia non dovrebbe limitarsi a decidere come affrontare una guerra quando la guerra è già arrivata. Dovrebbe poter decidere, prima, quanto vuole entrarci.
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