Non arriva necessariamente da un viaggio esotico. Non bisogna essere stati in Africa o in qualche remota regione tropicale. La West Nile ormai abita anche qui, nelle nostre estati, nelle campagne, nelle città e nelle periferie italiane.
Dall’inizio dell’anno al 12 agosto sono stati segnalati in Italia 226 casi confermati di infezione da West Nile Virus, contro i 141 del precedente bollettino dell’Istituto superiore di sanità. Di questi, 102 hanno sviluppato la forma neuro-invasiva, 86 la febbre West Nile, mentre 38 infezioni asintomatiche sono state individuate attraverso i controlli sui donatori di sangue. Sette persone sono morte, una delle quali aveva contratto l’infezione all’estero.
I numeri vanno letti senza allarmismi ma anche senza distrazioni. Nello stesso periodo del 2025 i casi erano infatti di più, 275, e i decessi 25. Dunque non siamo di fronte a un’improvvisa esplosione dell’epidemia. C’è però un altro dato che racconta meglio quello che sta accadendo: la geografia del virus continua ad allargarsi.
La circolazione del West Nile è stata dimostrata quest’anno in 55 province di sedici regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Nello stesso periodo dello scorso anno erano coinvolte 52 province di quindici regioni.
Non è più, insomma, una malattia da guardare sulla carta geografica cercando qualche Paese lontano.
La zanzara di casa
A trasmettere principalmente il West Nile all’uomo sono le zanzare del genere Culex, e in particolare la Culex pipiens: la comune zanzara presente da tempo in Europa. Il ciclo naturale del virus coinvolge soprattutto uccelli selvatici e zanzare; l’uomo e altri mammiferi, tra cui i cavalli, possono essere infettati attraverso la puntura.
E qui occorre sgombrare il campo da un equivoco: la West Nile non si trasmette normalmente da persona a persona attraverso il contatto con un individuo infetto. Sono documentate altre modalità molto rare, come trasfusioni, trapianti e trasmissione materno-fetale, mentre in Italia i controlli sul sangue e sugli organi servono proprio a ridurre questi rischi.
Nella grande maggioranza dei casi l’infezione non produce sintomi. Tra chi si ammala possono comparire febbre, mal di testa, nausea, vomito, dolori muscolari o manifestazioni cutanee. Le forme neurologiche gravi sono rare, ma possono provocare encefalite, disorientamento, convulsioni, paralisi e coma. Il rischio aumenta soprattutto nelle persone anziane e fragili.
Non chiamiamola più malattia tropicale
La questione interessante comincia proprio qui. L’Iss considera ormai West Nile, Usutu, Toscana virus ed encefalite da zecche tra le arbovirosi endemiche in Italia. E nello stesso bollettino vengono segnalati anche otto casi di Usutu virus: cinque in Lombardia, uno in Emilia-Romagna, uno nelle Marche e uno nel Lazio.
Il quadro italiano si inserisce in una trasformazione più grande. L’European Centre for Disease Prevention and Control avverte da tempo che l’Europa sta conoscendo stagioni di trasmissione delle malattie veicolate dalle zanzare più lunghe e, in alcune aree, più intense. Temperature elevate, estati più lunghe, inverni miti e modificazioni delle precipitazioni possono creare condizioni favorevoli alla sopravvivenza dei vettori e alla trasmissione dei virus.
Questo non significa attribuire ogni singolo caso di West Nile al cambiamento climatico. La circolazione del virus dipende da un sistema complesso nel quale entrano zanzare, uccelli, temperature, disponibilità d’acqua, territorio ed ecosistemi. Ma significa riconoscere ciò che la ricerca epidemiologica europea sta indicando: il clima può modificare le condizioni nelle quali questi virus riescono a circolare.
Per la West Nile, in particolare, l’Ecdc considera la temperatura una delle variabili ambientali capaci di influenzare sia la riproduzione delle zanzare sia la velocità con cui il virus completa il proprio ciclo all’interno del vettore.
La prevenzione comincia sul balcone
Non esiste quindi una soluzione spettacolare. La prima difesa è molto più banale e proprio per questo rischiamo di sottovalutarla.
L’Iss raccomanda di utilizzare repellenti, indossare pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe soprattutto nelle ore in cui le zanzare sono più attive, utilizzare zanzariere e soprattutto eliminare l’acqua stagnante da secchi, sottovasi, bidoni e altri contenitori. Anche l’acqua delle ciotole degli animali deve essere cambiata frequentemente e le piscinette dei bambini svuotate quando non vengono utilizzate.
Ma sarebbe sbagliato scaricare tutto sul comportamento individuale. Se una malattia trasmessa da vettori diventa stabilmente presente sul territorio, la risposta riguarda anche sorveglianza sanitaria, controllo delle zanzare, monitoraggio degli animali e degli uccelli, gestione del territorio e capacità dei servizi sanitari di riconoscere rapidamente i casi.
È quella che la sanità pubblica chiama One Health: salute umana, salute animale e ambiente non sono tre problemi differenti.
Forse è questa la notizia nascosta dietro i 226 casi italiani.
Non che una zanzara sia improvvisamente diventata più cattiva. Ma che il confine tra malattie “nostre” e malattie “degli altri” sta diventando sempre più sottile.
E qualche volta basta il ronzio quasi impercettibile di una zanzara per accorgersene.





