Una famiglia tipo versa 20.592 euro l’anno, quasi tutti senza accorgersene. Ma il punto non è gridare allo Stato ladro: è capire chi paga, con quali salari e perché, dopo le tasse, sempre più spesso bisogna riaprire il portafoglio per curarsi.
Ventimila cinquecentonovantadue euro. È quanto pagherà quest’anno in tasse una famiglia italiana presa come esempio dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre: due lavoratori dipendenti, un figlio a carico, una casa di proprietà e due automobili. Ma la parte più interessante della storia non è soltanto quanto paga. È come paga.
Dei 20.592 euro complessivi, soltanto 887 vengono materialmente tirati fuori per pagare direttamente una tassa, come Tari e bollo auto. Altri 13.030 euro vengono prelevati alla fonte attraverso Irpef, contributi e addizionali, prima ancora che lo stipendio arrivi sul conto corrente. Altri 6.676 euro sono incorporati in quello che compriamo e consumiamo: Iva, accise, imposte sull’assicurazione dell’auto, canone e altro ancora. Il 95,7 per cento del conto fiscale, calcola la Cgia, è sostanzialmente invisibile.
Invisibile non significa naturalmente ingiusto. Le tasse servono. Pagano ospedali, scuole, pensioni, vigili del fuoco, trasporti, assistenza, strade. Una società nella quale ognuno si paga da solo salute, istruzione e sicurezza non sarebbe più libera: sarebbe una società nella quale chi ha i soldi può permettersi i diritti e chi non li ha si arrangia. Il problema italiano è un altro: chi viene spennato, con quale reddito e che cosa riceve in cambio.
Cominciamo dalla busta paga. Il lavoratore dipendente ha una caratteristica che piace moltissimo al fisco: è facilissimo da trovare. Il suo reddito è scritto, registrato e tassato prima ancora di essere incassato. Il pensionato è nella stessa condizione. Non perché dipendenti e pensionati siano necessariamente più ricchi degli altri, ma perché per loro nascondere quel reddito è praticamente impossibile.
Poi c’è l’inflazione. E qui entra in scena una cosa chiamata fiscal drag, espressione abbastanza brutta da far cambiare pagina a un lettore normale. Eppure il concetto è semplice. Immaginiamo di guadagnare cento. I prezzi aumentano e con quei cento compriamo meno. Dopo un rinnovo contrattuale lo stipendio sale a centodieci per cercare di recuperare ciò che l’inflazione ci ha portato via. Siamo diventati più ricchi? No. Se tutto costa di più, quei centodieci possono permetterci più o meno ciò che prima compravamo con cento. Eppure il fisco può prelevare su quel reddito nominalmente aumentato una quota maggiore.
Questo è il drenaggio fiscale. Secondo una stima pubblicata da lavoce.info, soltanto tra il 2021 e il 2024 il fiscal drag è valso circa 25 miliardi di euro, senza considerare le addizionali regionali e comunali. La Cgil continua a chiedere che il maggiore gettito prodotto dall’inflazione torni a lavoratori e pensionati attraverso riduzioni fiscali e servizi pubblici. Tradotto: prima l’aumento dei prezzi si mangia una parte dello stipendio, poi il fisco rischia di mangiarsi una parte dell’aumento ottenuto per rincorrere i prezzi.
Non sarebbe un problema così pesante se gli stipendi italiani corressero. Invece camminano da decenni con il freno a mano tirato. Le analisi sui salari reali raccontano un’anomalia ormai strutturale: mentre nelle altre grandi economie europee le retribuzioni sono cresciute nel lungo periodo, da noi sono rimaste sostanzialmente ferme, quando non sono arretrate. Il problema italiano, dunque, non è soltanto che paghiamo molto. È che paghiamo molto con stipendi che crescono poco o niente.
E allora arriviamo al secondo portafoglio. La nostra famiglia ha ricevuto lo stipendio già tassato. Ha pagato l’Iva facendo la spesa, le accise facendo benzina, altre imposte attraverso automobile e consumi. Poi un componente della famiglia deve fare una visita specialistica. Telefona al Servizio sanitario nazionale e scopre che deve aspettare mesi. La malattia, però, non conosce le liste d’attesa. Così cerca una prestazione privata. Mano di nuovo al portafoglio.
Ma raccontarla così sarebbe ancora troppo semplice. Perché in Italia il privato sanitario non vive soltanto dei soldi che gli consegniamo direttamente quando prenotiamo una visita. Esiste una vasta sanità privata accreditata che eroga prestazioni pagate dal Servizio sanitario nazionale e regionale. Il cittadino paga le tasse, quelle tasse finanziano anche strutture private e, quando la risposta pubblica non arriva in tempo, lo stesso cittadino può finire per rivolgersi nuovamente al mercato.
La Calabria offre un esempio concreto. Per il triennio 2025-2027 è stato fissato in 180,33 milioni di euro l’anno il limite massimo di spesa del Servizio sanitario regionale per acquistare ricoveri e prestazioni dalla rete ospedaliera privata accreditata. Già per il 2024 un atto ufficiale regionale indicava un livello massimo di finanziamento di oltre 184 milioni. Non è la prova che ogni euro destinato al privato venga sottratto automaticamente a un ospedale pubblico: il privato accreditato fa parte da decenni del sistema e garantisce anche prestazioni necessarie. Ma la domanda politica resta: fino a che punto continuiamo a comprare capacità dal privato per compensare le carenze del pubblico, invece di ricostruire la capacità del pubblico?
Perché il rischio è un circuito perverso: il pubblico ha poco personale e strutture insufficienti, aumentano le attese, cresce il ricorso al privato e diventa ancora più difficile ricostruire un servizio pubblico capace di rispondere ai bisogni. Non serve una privatizzazione proclamata con una legge e una conferenza stampa. Può avanzare un pezzo alla volta, attraverso convenzioni, accreditamenti, acquisto di prestazioni e soprattutto attraverso la rassegnazione del cittadino che, quando sta male, non può aspettare.
E qui la parola “spennati” assume un significato più preciso. Paghiamo con le tasse il Servizio sanitario nazionale. Una parte di quelle risorse serve anche ad acquistare prestazioni dalla sanità privata accreditata. Poi, quando il pubblico non riesce a visitarci in tempo, possiamo essere costretti a cercare ancora il privato e questa volta a mettere mano direttamente al portafoglio. Non è una seconda tassa. Ma sul conto corrente la differenza si vede poco.
Lo stesso meccanismo può ripetersi altrove. Il trasporto pubblico non permette di arrivare al lavoro e serve l’automobile. Un genitore anziano perde l’autosufficienza e serve assistenza. Un figlio va all’università lontano da casa e bisogna affrontare un affitto. Non tutto dovrebbe essere necessariamente gratuito e non tutto dipende dallo Stato. Ma sommando le cose si comprende perché parlare soltanto di “pressione fiscale” racconti appena metà della storia. Conta quanto paghiamo, ma conta altrettanto quanto ci rimane dopo avere comprato privatamente ciò che il sistema pubblico non riesce a garantirci in misura sufficiente.
Non è la vecchia favola dello Stato che mette le mani nelle tasche degli italiani. Le mani dello Stato nelle nostre tasche devono entrarci, se vogliamo ospedali, scuole, pensioni, assistenza e servizi pubblici. La questione è decidere in quali tasche entrano più facilmente. Il dipendente non può chiedere al datore di lavoro di dimenticare qualche migliaio di euro della sua busta paga. Il pensionato non può nascondere all’Inps metà della pensione. Per loro il prelievo è automatico. Ed è proprio questa efficienza che rende ancora più insopportabile un sistema incapace di recuperare completamente l’enorme massa di imposte che ogni anno sfugge al fisco.
C’è infine una domanda politica che nessuna percentuale può risolvere: che cosa vogliamo farne dei soldi raccolti? Le tasse non sono né di destra né di sinistra. È profondamente politica la scelta di chi deve pagarle e di come utilizzare il denaro. Possiamo finanziare sanità, scuola, trasporto pubblico, case popolari, assistenza e messa in sicurezza del territorio. Possiamo alleggerire i redditi medio-bassi e chiedere di più dove si concentrano grandi patrimoni e ricchezze. Oppure possiamo lasciare che il lavoro continui a essere il bancomat più semplice da utilizzare mentre una famiglia, dopo avere contribuito al finanziamento dei servizi pubblici, torna al bancomat vero per pagarsi una visita medica.
Ecco perché quei 20.592 euro della Cgia raccontano qualcosa di più di una curiosità fiscale. Il problema non è che paghiamo le tasse. È che in un Paese dai salari immobili da decenni, l’inflazione può aumentare automaticamente il prelievo, chi vive di busta paga non può sfuggire a un centesimo e una parte dei bisogni fondamentali rischia di tornare sulle spalle delle famiglie.
Alla fine non serve sapere che cosa significa fiscal drag. Non serve conoscere scaglioni, aliquote, detrazioni e imponibili. Basta aprire la busta paga. Poi guardare quanto costa fare la spesa. Infine controllare il conto corrente. A quel punto la parola tecnica viene da sola: spennati.
FONTI PRINCIPALI
- Ansa, 29 agosto 2026: dati Cgia sulla famiglia tipo e sulle imposte “invisibili”.
- lavoce.info: analisi sul fiscal drag e sulla perdita di potere d’acquisto dei salari.
- Cgil Roma e Lazio, luglio 2026: fiscal drag, pressione fiscale e richiesta di rafforzamento dei servizi pubblici.
- Regione Calabria e struttura commissariale: atti sul finanziamento per l’acquisto di prestazioni dalla rete sanitaria privata accreditata; tetto 2025-2027 pari a 180,33 milioni di euro annui.

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