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STANCHI | Russi e ucraini vogliono uscire dalla guerra. Ma la pace non è ancora lo stesso posto

Alle nove del mattino, a Uzhgorod, gli altoparlanti interrompono la città. Un minuto di silenzio per i morti, poi l’inno nazionale. Accade ogni giorno, racconta Karlos Zurutuza nel reportage pubblicato da Inter Press Service. Qui, lontano dal fronte e vicino ai confini con Slovacchia e Ungheria, sono arrivati migliaia di ucraini che pensavano di fermarsi per qualche settimana o qualche mese e che invece, quattro anni dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022, non sanno più dove sia casa. Natalia ha sessantotto anni, viene da Luhansk e dice che probabilmente non rivedrà più la propria abitazione. Alina è fuggita da Sloviansk con due figli e vive ancora in un ex edificio per uffici trasformato in dormitorio. Maria ha ventidue anni, viene da Donetsk, ha il padre e il fratello al fronte e il compagno che evita di registrarsi perché potrebbe essere chiamato alle armi. «Penso che basti così», dice.

È forse da queste persone che bisognerebbe cominciare ogni discussione sulla guerra in Ucraina. Non dalle cartine con le frecce rosse e blu, non dai carri armati promessi, dalle nuove sanzioni o dalle conferenze diplomatiche. Dalle persone. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni stimava a luglio circa 3,45 milioni di sfollati interni nel Paese. Dietro quella cifra ci sono case perdute, famiglie divise, affitti diventati proibitivi, uomini che temono la mobilitazione, anziani che non possono tornare e bambini cresciuti dentro una sistemazione che doveva essere provvisoria.

E soprattutto c’è una società che sta cambiando. Nel 2022, pochi mesi dopo l’aggressione russa, il settantatré per cento degli ucraini intervistati da Gallup voleva continuare a combattere fino alla vittoria e soltanto il ventidue per cento chiedeva di cercare rapidamente una soluzione negoziata. Nell’aprile 2026 il rapporto è quasi capovolto: sessantasei per cento per negoziare la fine della guerra il prima possibile, ventiquattro per cento per continuare a combattere fino alla vittoria. Soltanto il ventitré per cento ritiene inoltre probabile che i combattimenti possano cessare stabilmente entro dodici mesi.

Dire allora che «gli ucraini vogliono la pace» è vero soltanto a metà. E le mezze verità, in guerra, sono pericolose quasi quanto le bugie. Volere che una guerra finisca non significa accettare qualsiasi condizione per farla finire. Le rilevazioni del Kyiv International Institute of Sociology mostrano una forte disponibilità verso il negoziato, ma anche una diffidenza radicale nei confronti della Russia: tra chi non crede nella possibilità di una pace stabile, più della metà indica proprio la mancanza di fiducia in Mosca e l’assenza di segnali che il Cremlino voglia davvero fermarsi. Gli ucraini possono dunque essere esausti e contemporaneamente rifiutare una pace che considerino una resa.

Dentro questa zona grigia esistono poi voci che raramente arrivano nel racconto italiano. L’Ukrainian Pacifist Movement continua a rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza e alla soluzione nonviolenta dei conflitti. Il suo presidente Yurii Sheliazhenko sostiene posizioni difficili da inserire nelle tifoserie occidentali: condanna l’aggressione russa e nello stesso tempo contesta la coscrizione obbligatoria e l’idea che rifiutarsi di uccidere possa essere considerato un comportamento criminale. Il movimento esiste, ha una propria organizzazione a Kyiv e porta avanti pubblicamente questa battaglia. Non rappresenta naturalmente «gli ucraini», né i suoi numeri autorizzano generalizzazioni. Ma rappresenta una voce ucraina che esiste e che merita di essere ascoltata.

Poi attraversiamo idealmente il fronte. Anche in Russia qualcosa si muove sotto una superficie che continua a mostrare un sostegno maggioritario alle forze armate. Nel luglio 2026, secondo il Centro Levada, il sessantasei per cento degli intervistati dichiarava ancora di sostenere l’azione dell’esercito russo in Ucraina. Ma nello stesso sondaggio il sessantadue per cento sosteneva che fosse arrivato il momento di passare ai negoziati, contro il ventotto per cento favorevole alla prosecuzione delle operazioni militari. Tra i giovani sotto i venticinque anni la quota favorevole ai negoziati saliva al settantasei per cento e tra le donne al settanta. Sono dati da maneggiare con cautela, tanto più in un Paese autoritario nel quale esprimere opposizione alla guerra può avere conseguenze personali. Ma proprio per questo non possono essere ignorati.

The Insider era entrato ancora più profondamente in questa stanchezza intervistando volontari delle regioni russe di confine che dal 2022 raccoglievano soldi, equipaggiamenti e materiale per i soldati. Non oppositori di Putin, dunque, ma persone che avevano concretamente sostenuto l’esercito. Raccontano donazioni crollate, disillusione, cittadini che cercano semplicemente di non pensare più alla guerra. Nelle zone di confine alcuni dicono persino di aver cominciato a percepire la presenza delle installazioni militari russe vicino alle abitazioni come un rischio aggiuntivo. Una volontaria di Kursk riassume il sentimento con parole semplici: quando non si vede la fine della strada, diventa molto più difficile continuare a camminare.

Poi c’è un documento ancora più curioso. Il 25 agosto The Insider ha pubblicato materiale ottenuto dagli hacker di Black Mirror e attribuito ad analisti di Sberbank. Va preso per quello che è: un documento interno sottratto e non una previsione ufficiale del governo russo. Ma gli scenari elaborati al suo interno sono significativi. A una decisiva vittoria militare russa viene assegnata una probabilità del sette per cento; lo scenario considerato più probabile, con il trentadue per cento, è invece un accordo che congeli il conflitto, mentre un altro ventidue per cento va a una soluzione di tipo coreano, senza un vero trattato di pace.

Ed eccoci alla contraddizione. In Ucraina il sessantasei per cento vuole negoziare. In Russia il sessantadue per cento vuole negoziare. Sarebbe facilissimo concludere che i popoli vogliono la pace e i governi vogliono la guerra. Sarebbe anche troppo semplice.

Molti russi favorevoli al negoziato continuano a sostenere l’esercito e non vogliono necessariamente restituire i territori occupati. Molti ucraini favorevoli al negoziato non intendono riconoscere quelle occupazioni e non credono alla parola di Mosca. Lo stesso sondaggio Levada mostra la contraddizione russa con particolare nettezza: mentre quasi due russi su tre chiedono colloqui, soltanto circa un quarto è disponibile a concessioni verso Ucraina e Occidente e più della metà sostiene un aumento degli attacchi contro l’Ucraina.

Essere stanchi della guerra, dunque, non significa ancora essere d’accordo sulla pace.

Ma qualcosa è cambiato. Dopo quattro anni e mezzo di morti, droni, funerali, mobilitazioni, città distrutte, sanzioni, propaganda e miliardi trasformati in armamenti, nelle due società cresce una domanda che la politica non può continuare a trattare come debolezza: come se ne esce?

Galeotte furono certamente le manovre della Nato, senza tener conto delle manovre del battaglione e altre milizie filo-naziste, ma Putin ha comunque la responsabilità dell’invasione e continua a disporre di uno Stato capace di mandare uomini e armi al fronte. Zelensky, il cui mandato presidenziale ordinario è scaduto nel 2024 e che continua a esercitare le proprie funzioni durante la legge marziale senza essere passato da nuove elezioni, governa un Paese aggredito che teme, non senza ragioni, che una tregua senza garanzie diventi soltanto una pausa prima della prossima offensiva. L’Europa continua a investire soprattutto nella deterrenza e nel riarmo. Gli Stati Uniti di Trump hanno trasformato più volte la trattativa in un rapporto di forza e di interessi. Ciascuno possiede le proprie ragioni, strategie e linee rosse.

Gli sfollati di Uzhgorod possiedono invece letti in stanze che un tempo erano uffici. È da quella distanza che forse dovremmo misurare la politica. Non chiedendo a russi e ucraini di diventare improvvisamente amici, né fingendo che aggressore e aggredito siano la stessa cosa. Ma prendendo sul serio un fatto: nelle due società la maggioranza ormai dice di preferire il negoziato alla continuazione indefinita della guerra.

Non è ancora la pace. È il luogo da cui potrebbe cominciare.



FONTI PRINCIPALI

  • Inter Press Service, “Internally Displaced in Ukraine: Between Hell and a Future That Does Not Exist”, agosto 2026.
  • Iom, Ukraine Internal Displacement Report, luglio 2026.
  • Gallup, rilevazioni sull’opinione pubblica ucraina, 2022–2026.
  • Kyiv International Institute of Sociology, rilevazioni su negoziati, pace e fiducia nella Russia, 2026.
  • Ukrainian Pacifist Movement, materiali e comunicazioni pubbliche.
  • Levada Center, “Conflict with Ukraine in July 2026”, agosto 2026.
  • The Insider, reportage sui volontari russi nelle regioni di confine e analisi del documento attribuito a Sberbank, agosto 2026.

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