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SUDAN | Una tregua per fermare la guerra. Ma il Paese rischia di restare diviso in due. E le donne pagano il prezzo più alto

Novanta giorni per far entrare gli aiuti e provare a fermare le armi. Ma dietro il piano americano incombe un altro rischio: che il cessate il fuoco finisca per congelare la linea del fronte e trasformare la guerra civile nella spartizione di fatto del Sudan.


A lanciare l’allarme è Abdalla Hamdok, l’ex primo ministro civile rovesciato dopo il golpe militare del 2021. «Abbiamo già vissuto una divisione. Abbiamo perso un terzo del nostro Paese», ha ricordato riferendosi alla nascita del Sud Sudan nel 2011. Hamdok è stato a Washington per incontrare anche Massad Boulos, consigliere dell’amministrazione Trump per gli affari arabi e africani.

Gli Stati Uniti stanno cercando di convincere le Forze armate sudanesi (Saf) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Forze di supporto rapido (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo, Hemedti, ad accettare una tregua umanitaria di novanta giorni, seguita da negoziati per un cessate il fuoco permanente e, almeno nelle intenzioni, da un ritorno a un governo civile. Ma il problema è ciò che potrebbe restare sul terreno.

Il Sudan è già attraversato da due sistemi di potere. L’esercito controlla gran parte del nord, dell’est e del centro del Paese; le Rsf e i loro alleati mantengono una presenza dominante nel Darfur e hanno costruito proprie strutture politiche nelle aree sotto il loro controllo. Anche ambienti vicini all’esercito contestano il piano statunitense proprio perché, senza un accordo politico, potrebbe consolidare una divisione simile a quella libica.

Per Hamdok, dunque, la tregua può essere soltanto il primo passo. Il processo politico non può essere rimandato a dopo e soprattutto non può ridursi a un accordo tra i due generali che dal 2023 combattono per il controllo del Paese. L’ex premier oggi guida Somoud, coalizione di personalità politiche e della società civile contraria sia al dominio militare sia alla partecipazione al governo parallelo sostenuto dalle Rsf.

La sua rappresentatività è contestata dalle autorità vicine all’esercito, anche perché molti dirigenti operano dall’estero. Hamdok replica che sono stati costretti all’esilio dalla guerra. Ed è proprio l’esilio a mostrare un altro volto del conflitto: quello di una società civile che prova a restare viva anche fuori dai confini nazionali.

La società civile costretta all’esilio

Un’attivista sudanese intervistata da Civicus e rilanciata da Inter Press Service racconta che organizzazioni per i diritti umani, gruppi di donne e giovani e reti umanitarie continuano dall’estero a mantenere contatti con chi è rimasto in Sudan, documentare violazioni, fornire assistenza, promuovere il dialogo e contrastare i discorsi d’odio. In molti casi sono tra le poche strutture ancora capaci di collegare il Paese reale alla politica e alla diplomazia.

Ma i rifugiati incontrano restrizioni agli spostamenti, difficoltà a rinnovare i documenti, rischio di espulsione, xenofobia. Le organizzazioni in esilio faticano a registrarsi, aprire conti bancari, ottenere permessi e finanziamenti. L’attivista intervistata da Civicus lo dice con una frase che riassume bene il paradosso: essere costretti al silenzio sui crimini a cui si è assistito proprio perché si è diventati rifugiati.

Una guerra alimentata anche da fuori

Quella sudanese non è più soltanto una resa dei conti tra due generali. Il conflitto è alimentato da reti internazionali di armi, finanziamenti, oro e reclutamento. Egitto, Turchia, Qatar e Arabia Saudita sono stati indicati, con ruoli e intensità differenti, tra gli interlocutori o sostenitori delle Forze armate sudanesi; gli Emirati Arabi Uniti sono invece ripetutamente accusati da organizzazioni internazionali e investigatori di sostenere le Rsf. Abu Dhabi nega.

Hamdok evita di puntare il dito contro un singolo governo e sostiene che siano più di dodici i Paesi coinvolti. La richiesta è semplice: fermare le forniture di armi da qualunque parte provengano. Washington, intanto, alza la pressione con sanzioni e altre misure diplomatiche mentre cerca di ottenere l’adesione delle parti alla tregua.



Le donne pagano il prezzo più alto

Mentre le cancellerie discutono del futuro dello Stato, sono i civili a vivere il presente della guerra. E sono soprattutto le donne a pagare un prezzo enorme. Le testimonianze raccolte da Radio Dabanga e rilanciate da AllAfrica descrivono stupri di gruppo, violenze sessuali, sfruttamento, torture e detenzioni in diverse aree del Sudan. I numeri disponibili sono quasi certamente incompleti: paura delle ritorsioni, continui spostamenti e collasso delle strutture pubbliche rendono difficile persino denunciare.

Ci sono donne violentate durante la fuga, altre arrestate o trattenute, altre ancora esposte allo sfruttamento perché hanno perso casa, lavoro e qualsiasi forma di protezione. La guerra entra nei corpi delle donne e la violenza sessuale diventa parte della devastazione prodotta dal conflitto, non un dettaglio laterale.

E intorno c’è tutto il resto: oltre undici milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, ospedali distrutti o irraggiungibili, strade interrotte, mercati paralizzati. Circa venti milioni di persone si trovano in condizioni di insicurezza alimentare acuta. La guerra impedisce di coltivare, rallenta i trasporti, interrompe i commerci: il cibo manca, quello che resta costa troppo e raggiungere un medico può diventare impossibile.

Il novantunesimo giorno

È su questo Sudan che Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati ed Egitto stanno cercando di costruire una tregua. Novanta giorni senza bombe possono salvare migliaia di vite. Ma Hamdok pone una questione che va oltre il cessate il fuoco: che cosa resterà del Sudan al novantunesimo giorno?

Se le Rsf conserveranno territori e strutture di governo mentre l’esercito continuerà ad amministrare il resto del Paese, fermare temporaneamente la guerra potrebbe non bastare a ricostruire lo Stato. Dopo la secessione del Sud Sudan nel 2011, la carta geografica rischia così di cambiare ancora.

E mentre generali e potenze straniere discutono confini, tregue e aree d’influenza, sono le donne, i bambini, gli sfollati e chi prova ancora a raccontare il Paese a pagare ogni giorno il prezzo di un Sudan che rischia di essere diviso prima ancora di essere pacificato.




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