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VOLTA PAGINA | Anche chi impara un mestiere ha diritto alla bellezza

Il colore. Voce dell’anima, di Marilena Fiori, offre lo spunto per una domanda sulla scuola: quanta cultura siamo disposti a riconoscere a chi frequenta un istituto tecnico o professionale?


Che la storia dell’arte serva anche ai ragazzi degli istituti tecnici dovrebbe essere un’ovvietà. Doverlo ricordare rivela invece un’idea della formazione ancora segnata dalle gerarchie sociali: ad alcuni gli strumenti per interpretare il mondo, ad altri soprattutto quelli per farlo funzionare.

La questione è tornata al centro di un incontro alla Camera dei deputati in occasione della presentazione di Il colore. Voce dell’anima, di Marilena Fiori, pubblicato da Castelvecchi. Storica dell’arte e insegnante, Fiori ha richiamato il valore della disciplina nella formazione degli studenti dei percorsi tecnici e professionali, sollecitando una riflessione sul suo reinserimento.

È uno spunto che merita di uscire dalle sale istituzionali. Perché dietro la distribuzione delle materie, delle ore e degli insegnanti c’è sempre una scelta su quali possibilità offrire ai ragazzi. Se la preparazione viene misurata soltanto sulla futura occupazione, tutto ciò che non produce un risultato immediatamente spendibile rischia di apparire superfluo. Un quadro, una poesia, la storia di un edificio diventano un lusso da concedere quando avanza tempo.

Eppure chi progetterà un impianto, lavorerà in un’officina o si occuperà di servizi abiterà anche una città, attraverserà paesaggi, incontrerà immagini pubblicitarie e messaggi politici. Avrà bisogno di riconoscere ciò che vede, interrogarsi sulle forme, distinguere una testimonianza da una manipolazione. E avrà diritto a provare curiosità e piacere senza doverne dimostrare la convenienza professionale.

La storia dell’arte può aiutare a capire come una società si rappresenta, celebra il potere, racconta il dolore, immagina il sacro. Può aprire domande su chi commissionava le opere, su chi vi compariva e su chi restava fuori. Insegnata così, mette in relazione immagini, lavoro, storia e conflitti.

Anche il colore, richiamato dal titolo del libro, appartiene all’esperienza quotidiana: alle case, agli abiti, agli oggetti, agli spazi in cui lavoriamo. Imparare a guardarlo significa accorgersi che l’ambiente costruito contiene scelte, intenzioni e possibilità di trasformazione.

Il punto è quale scuola vogliamo offrire a chi impara un mestiere. Una scuola capace di preparare al lavoro e, insieme, di lasciare aperte strade impreviste. Perché a quattordici anni la scelta di un indirizzo non dovrebbe decidere anche quanta parte del patrimonio culturale sarà accessibile a una persona.



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