A Tulkarm arrivano i prefabbricati, nella Valle del Giordano vengono demoliti i ripari degli agricoltori, ad Al-Aqsa si mette sotto pressione lo status quo e a Gaza si continua a morire. Intanto negli Stati Uniti prende forma un nuovo modello di cooperazione militare con Israele: meno assegni, forse, ma più ricerca, produzione e industria bellica comune. L’indipendenza da Washington rischia di essere soltanto un’altra forma di dipendenza.
Venti case mobili su una collina possono sembrare poca cosa. Non lo sono.
Giovedì 13 agosto i coloni israeliani hanno cominciato a sistemarle sui terreni di An-Nazla al-Sharqiya, a nord di Tulkarm. Secondo Wail Kattaneh, capo del consiglio del villaggio citato dall’agenzia palestinese Wafa, da circa un mese nella zona vengono spianati terreni, aperte strade e installate linee elettriche. Il nuovo insediamento collegherebbe la colonia di Hermesh a un avamposto pastorale già sorto sui terreni del villaggio. Wafa riferisce che il 13 agosto erano già state collocate una ventina di case mobili.
Non si comincia con una città. Si comincia con una strada. Poi arriva l’elettricità. Poi una casa prefabbricata, poi venti. E a quel punto ciò che fino al giorno prima era una collina palestinese diventa un fatto compiuto da difendere, collegare, ampliare.
È una meccanica che conosciamo da anni e che continua ad avanzare mentre la diplomazia internazionale ripete formule sempre più stanche sulla soluzione dei due Stati. Le Nazioni Unite continuano a considerare illegali gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati e hanno ripetutamente chiesto a Israele di interromperne l’espansione. L’espansione degli insediamenti compromette ulteriormente la possibilità stessa di uno Stato palestinese territorialmente vitale.
Prima la terra
Nello stesso 13 agosto, più a sud, le ruspe israeliane hanno demolito circa venti ripari stagionali nella zona di Al-Makhrouq, ad al-Jiftlik, a nord di Gerico e nella Valle del Giordano. Erano strutture modeste, costruite con plastica, lamiere e cemento, utilizzate dagli agricoltori durante i periodi di lavoro nei campi. Tre erano abitate. Secondo Firas Jahalin, capo del consiglio del villaggio, sono stati inoltre notificati ordini di demolizione per una quarantina di strutture permanenti utilizzate dagli allevatori della comunità di al-Daisat.
Anche qui il punto non sono soltanto venti baracche.
Se un agricoltore non può dormire accanto al proprio campo, raggiungerlo, irrigarlo, farvi pascolare gli animali o conservare gli strumenti di lavoro, quella terra resta formalmente sua ma progressivamente smette di esserlo nella vita reale. L’occupazione non ha bisogno ogni mattina di una cerimonia ufficiale di annessione. Può procedere attraverso una somma di ostacoli, demolizioni, strade, divieti, avamposti e nuove infrastrutture.
È la geografia trasformata in politica. In genocidio
Nelle stesse ore torna la tensione ad Al-Aqsa. La Lega Araba ha denunciato l’ingresso di centinaia di coloni israeliani sotto la protezione della polizia e i rituali svolti all’interno del complesso, sostenendo che tali pratiche tentano di modificare lo status quo storico e giuridico del luogo sacro. La questione non è nuova: governi arabi e musulmani denunciano da tempo pressioni sul sistema che affida al Waqf di Gerusalemme la gestione del complesso.
Terra, acqua, pascoli, strade, case, luoghi sacri. Non sono capitoli separati. E non lo è neppure Gaza.
Giovedì un drone israeliano ha colpito una motocicletta nel quartiere al-Amal, a Khan Younis, vicino alla sede della Mezzaluna Rossa palestinese. L’ospedale Nasser ha ricevuto un palestinese ucciso e diversi feriti. Secondo i dati diffusi da Wafa, dal cessate il fuoco entrato in vigore l’11 ottobre 2025 gli attacchi israeliani avrebbero provocato 1.260 morti e 4.154 feriti, mentre 808 corpi sarebbero stati recuperati. Sono dati di fonte palestinese e come tali vanno attribuiti, ma descrivono comunque una tregua nella quale si continua a morire.
Ed è qui che le venti case sulla collina di Tulkarm incontrano una parola pronunciata molto lontano da quella collina: Sparta.
La “Super Sparta”
Benjamin Netanyahu ha usato l’espressione “Super Sparta” per descrivere l’Israele che immagina per il futuro: uno Stato capace di produrre una quota molto maggiore delle proprie armi e di ridurre la vulnerabilità derivante da possibili embarghi o pressioni estere. Dopo le reazioni negative suscitate dall’immagine di un’economia sempre più isolata, Netanyahu precisò che il riferimento riguardava soprattutto la capacità dell’industria militare israeliana di diventare più autonoma.
Il progetto non nasce dal nulla. Le occupazioni iniziate dopo il 7 ottobre 2023 hanno mostrato anche i limiti dell’autonomia militare israeliana. Israele produce droni, missili, sistemi antimissile, mezzi terrestri e numerosi tipi di munizioni, ma la sua industria non riesce oggi a garantire da sola tutti i volumi richiesti da guerre lunghe e contemporanee su più fronti. L’aviazione da combattimento israeliana dipende inoltre da velivoli americani F-15, F-16 e F-35 e dalle relative catene di ricambi, armamenti e manutenzione.
Israele sta cercando di ridurre questa vulnerabilità aumentando la produzione interna di munizioni e rafforzando l’industria bellica nazionale. Ma il punto decisivo è che una maggiore capacità produttiva israeliana non coincide necessariamente con un allontanamento dagli Stati Uniti.
Meno aiuti, più integrazione
Nel dibattito americano sul futuro della relazione militare con Israele sta emergendo un modello diverso dal tradizionale trasferimento di aiuti: più ricerca e sviluppo comuni, test, integrazione tecnologica, cooperazione industriale, joint venture, licenze e coproduzione. È questa la parte più importante della trasformazione possibile.
Questo cambia parecchio il significato della parola “indipendenza”. Israele potrebbe in futuro ricevere meno miliardi sotto la voce tradizionale degli aiuti militari e contemporaneamente essere più profondamente inserito nel complesso militare-industriale statunitense. Il rapporto passerebbe dall’assegno al laboratorio, dal finanziamento alla catena produttiva, dall’acquisto alla coproduzione.
Insomma, Super Sparta potrebbe avere ancora un forte accento americano.
Il problema per chi vuole fermare la guerra. E questo riguarda direttamente il movimento internazionale che chiede di interrompere le forniture militari a Israele.
Finora uno degli strumenti politici più immediatamente comprensibili è stato: fermate gli aiuti, fermate le bombe. Ma se la struttura cambia, dovrà cambiare anche la domanda politica.
Non basterà più guardare quanti miliardi vengono iscritti in una voce del bilancio federale americano. Bisognerà seguire le joint venture, i brevetti, le licenze, le università, le catene dei componenti, i contratti di manutenzione, i programmi missilistici comuni, le fabbriche che producono negli Stati Uniti e quelle israeliane che entrano nei programmi del Pentagono.
Il denaro lascia tracce visibili. Una catena industriale integrata è molto più difficile da interrompere.
Ed eccoci di nuovo sulla collina vicino a Tulkarm. Venti case mobili. Una strada. Una linea elettrica. Potrebbero sembrare infinitamente lontane da Washington, dal Pentagono, dagli F-35 e dai grandi gruppi dell’industria della difesa. Non lo sono.
Perché l’occupazione di un territorio non vive soltanto della forza di chi piazza una casa su una collina. Vive anche della possibilità di rendere quella forza sostenibile nel tempo. E mentre una parte del mondo discute ancora se ridurre o condizionare gli aiuti militari a Israele, a Washington e Gerusalemme qualcuno sta già immaginando il passaggio successivo: non più semplicemente aiutarsi, ma produrre insieme.
Le venti case sono piccole. È il sistema che le rende enormi.
Fonti e riferimenti
Wafa, dispacci del 13 agosto 2026 su An-Nazla al-Sharqiya/Tulkarm, al-Jiftlik/Gerico, Khan Younis e dichiarazione della Lega Araba su Al-Aqsa.
Nazioni Unite, risoluzioni e rapporti sugli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati.
Documentazione pubblica statunitense sulla cooperazione tecnologica e industriale per la difesa tra Stati Uniti e Israele.
Dati e analisi pubbliche sulle forniture militari statunitensi a Israele e sulla dipendenza israeliana da piattaforme e catene logistiche americane.
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