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VERSO LA GUERRA TOTALE | I fronti cominciano a saldarsi

Non siamo alla Terza guerra mondiale. Ma continuare a guardare separatamente Ucraina, Baltico, Iran, Hormuz, Yemen e Mar Rosso rischia ormai di farci perdere la fotografia d’insieme.


La guerra continua a procedere per pezzi. Solo che quei pezzi cominciano a toccarsi.

In Ucraina prosegue il logoramento militare ed energetico. Russi e ucraini colpiscono sempre più spesso infrastrutture dell’avversario, mentre continuano a morire civili. Nelle ultime ore nuovi attacchi russi hanno provocato vittime in territorio ucraino; contemporaneamente Kiev continua a colpire raffinerie e altre infrastrutture energetiche russe.

E l’Europa non arretra dal sostegno militare a Kiev.

I Paesi dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo sui termini per sbloccare 6,6 miliardi di euro dell’European Peace Facility destinati al sostegno militare all’Ucraina. Kaja Kallas ha presentato l’intesa come un passaggio importante per continuare a finanziare difesa aerea, addestramento e forniture.

Attenzione però alla formula: non sono semplicemente 6,6 miliardi versati domattina nelle casse di Kiev. Sono fondi collegati ai meccanismi europei di assistenza militare e ai rimborsi agli Stati membri. La sostanza politica, tuttavia, non cambia: la guerra continua e l’Europa continua a finanziarne il fronte ucraino.

IL BALTICO È GIÀ UN CONFINE ARMATO

Poi c’è il fianco orientale della Nato. Il 15 settembre due Eurofighter italiani impegnati nella missione Nato hanno abbattuto un drone entrato nello spazio aereo della Lituania. Le autorità lituane non ne avevano ancora attribuito definitivamente la provenienza; il ministro della Difesa Guido Crosetto parlò di probabile origine russa. Dieci giorni dopo, il 25 settembre, quattro militari italiani sono rimasti feriti durante un’esercitazione a fuoco nell’area addestrativa di Ādaži, in Lettonia, dove operano nell’ambito della missione Nato Forward Land Forces.

Qui bisogna essere precisi: non c’entrano i russi. Secondo l’ultimo aggiornamento ufficiale del ministero della Difesa italiano, durante l’esercitazione un’arma da fuoco non automatizzata installata su un veicolo militare italiano ha esploso colpi che hanno raggiunto un altro mezzo italiano sul quale si trovavano i quattro bersaglieri dell’11° Reggimento. I militari sono stati trasferiti in una struttura sanitaria di Riga. Uno presenta condizioni più serie, ma nessuno risulta in pericolo di vita. Sono ancora in corso gli accertamenti per ricostruire la dinamica. Al momento non risultano comunicati ufficiali successivi che modifichino questo quadro.

È dunque un incidente di addestramento, non un episodio di guerra. E tuttavia racconta dove siamo arrivati: militari italiani sono schierati sul fianco orientale dell’Alleanza mentre caccia italiani intercettano droni nei cieli baltici. L’incidente non è un’escalation con Mosca; il contesto nel quale avviene è quello di una frontiera Nato sempre più militarizzata.

HORMUZ, IL RUBINETTO DEL MONDO

Molto più pericoloso è quanto sta accadendo tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha presentato agli Stati Uniti un piano che consentirebbe di riaprire lo Stretto di Hormuz entro sette giorni, in cambio fra l’altro della revoca del blocco sui porti iraniani, dello sblocco di fondi congelati e di deroghe alle sanzioni sul petrolio. Washington non aveva ancora risposto pubblicamente quando il Wall Street Journal ha riferito che Donald Trump avrebbe respinto la proposta. Reuters ha riferito sabato 26 settembre che l’Iran era ancora in attesa di una risposta ufficiale americana.

Hormuz è uno dei passaggi decisivi dell’energia mondiale. E proprio mentre quello stretto rimane sotto pressione, si sta accendendo anche l’altra grande via d’uscita del petrolio arabo: il Mar Rosso.

FRANCIA E GRAN BRETAGNA ENTRANO NELLA DIFESA SAUDITA

Gli Houthi hanno aumentato gli attacchi contro l’Arabia Saudita e contro le sue infrastrutture energetiche.

La Francia ha annunciato l’invio in Arabia Saudita di militari, radar e sistemi di difesa aerea per contribuire alla protezione del terminal petrolifero di Yanbu, sul Mar Rosso. Anche il Regno Unito ha annunciato l’impiego di un aereo cisterna Voyager della Royal Air Force a sostegno della difesa aerea saudita.

Yanbu non è un terminale qualsiasi. È il punto di arrivo sul Mar Rosso dell’oleodotto saudita Est-Ovest, l’infrastruttura che permette all’Arabia Saudita di portare il greggio verso occidente evitando Hormuz. In altre parole: mentre si restringe una via del petrolio, viene attaccata anche l’altra. Gli interventi francese e britannico vengono presentati come difensivi e limitati. Non equivalgono a una dichiarazione di guerra agli Houthi e tantomeno all’Iran. Ma portano soldati e sistemi d’arma europei dentro un teatro nel quale volano missili balistici, droni e missili da crociera. E ogni presenza militare aggiuntiva introduce una possibilità in più di errore, incidente o escalation.

QUANDO LE GUERRE COMINCIANO A PARLARSI

Il problema non è allora stabilire se la Terza guerra mondiale sia già cominciata. Non lo è. Una guerra totale richiederebbe un livello ben diverso di coinvolgimento diretto e continuativo delle grandi potenze: per esempio uno scontro militare aperto tra Russia e Nato oppure un’estensione su larga scala della guerra fra Stati Uniti e Iran ai rispettivi alleati. Ma la domanda utile è un’altra: quanto si stanno assottigliando gli argini che finora hanno separato questi conflitti?

In Ucraina combattono Russia e Ucraina, mentre Nato e Unione europea armano, finanziano e addestrano Kiev. Nel Baltico forze Nato e russe operano a distanza sempre più ridotta. Nel Golfo Stati Uniti e Iran si confrontano militarmente e diplomaticamente attorno a Hormuz. Nel Mar Rosso gli Houthi attaccano l’Arabia Saudita e le grandi vie dell’energia mondiale. Francia e Gran Bretagna entrano direttamente nella difesa del territorio saudita. Questi conflitti non sono ancora una sola guerra. Ma armi, petrolio, rotte commerciali, alleanze militari e sistemi di difesa stanno creando sempre più collegamenti fra un fronte e l’altro. Ed è probabilmente qui che si trova oggi il pericolo maggiore.

Non occorre immaginare cinque capi di Stato che si riuniscano in una stanza e decidano di scatenare una guerra mondiale. Potrebbe bastare molto meno: un missile che uccida soldati francesi a Yanbu, una nave americana affondata nel Golfo, un drone attribuito alla Russia che provochi vittime in territorio Nato, un errore di identificazione nel Baltico. La storia delle guerre insegna almeno questo: l’escalation non ha sempre bisogno di essere progettata. A volte basta che, a forza di avvicinare gli eserciti, qualcuno sbagli bersaglio. E oggi di bersagli, eserciti e armi in movimento ce ne sono già parecchi.


 


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