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Società militare di mutuo soccorso. Hamas è viva e lotta assieme ai palestinesi nonostante gli Stati Uniti

Le immagini dei miliziani della Brigate Ezzedin al-Qassam in perfetta tenuta da combattimento con i loro pick up nuovi che in piazza Katiba a Gaza city presiedono al rilascio dei primi ostaggi israeliani sono emblematiche del fallimento delle operazioni militari di Israele dopo il 7 ottobre 2023. Se l’obiettivo dichiarato di Benjamin Netanyahu era quello di distruggere Hamas, i miliziani scesi in piazza domenica 19 gennaio sono lì a dimostrare il contrario. Nei giorni successivi il 7 ottobre molti osservatori facevano notare che se Israele avesse voluto estirpare Hamas da Gaza avrebbe dovuto mettere in conto un numero elevato di vittime tra i suoi soldati. L’unico modo per arrivare all’obiettivo sarebbe stato, infatti, stanare i miliziani palestinesi dentro i tunnel dove si rintanano da sempre. Nonostante la distruzione di circa l’80 per cento degli edifici della striscia, i tunnel di Gaza rimangono pressoché intatti consentendo ad Hamas di mantenere ai massimi livelli il proprio potenziale bellico. Come si sia arrivati ad avere una forza militare così imponente all’interno del movimento per la liberazione della Palestina è storia nota.

Tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta, Israele assisté alla nascita di un movimento islamico in Palestina come controparte del gruppo al-Fatah di Yasser Arafat, un movimento laico di resistenza rivoluzionaria simile ad altre rivolte armate in atto in varie parti del mondo durante l’era della Guerra fredda. In seguito agli Accordi di Oslo del 1993, firmati da Israele e dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), ebbe inizio un interminabile “processo di pace” e Hamas, il nuovo soggetto emergente, divenne la principale organizzazione di resistenza palestinese all’occupazione militare israeliana e all’incessante repressione di ogni aspirazione all’autonomia della popolazione palestinese. Dopo vent’anni di negoziazioni fallite che si accompagnarono a una massiccia espansione degli insediamenti ebraici sulle terre palestinesi confiscate e al consolidamento di un sistema di apartheid nei territori occupati, i palestinesi indissero elezioni politiche per darsi una nuova leadership. Nel 2006 i membri di Hamas ottennero la maggioranza dei seggi all’interno dell’Autorità nazionale palestinese, in quelle che sono state ritenute elezioni giuste e trasparenti. A Israele e agli Stati Uniti, però, quel risultato non piacque e cercarono di rovesciare la nuova leadership. Come risultato di varie pressioni politiche e militari ad al-Fatah fu dato il controllo della Cisgiordania, mentre Hamas ottenne il governo di Gaza.

Incapace di rimuovere Hamas, Israele chiuse ermeticamente la sottile striscia di terra affacciata sul Mediterraneo e la trasformò in quella che è ormai nota come la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Alcuni documenti desecretati, venuti alla luce qualche anno più tardi, rivelarono l’agghiacciante precisione con cui Israele aveva calcolato l’apporto calorico che serviva per affamare il milione e ottocentomila palestinesi di Gaza senza, però, farli morire di fame. “L’idea è quella di mettere a dieta i palestinesi” Come disse Dov Weisglass uno dei negoziatori israeliani.

Fu in quel periodo che i capi di Hamas decisero di scavare sotto la linea di confine tra Gaza e l’Egitto dei tunnel per contrabbandare beni di prima necessità. Di lì a poco fu scavato un reticolo di tunnel con tutto un sistema di funi, leve e carrucole che ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su sette, pompava fuori cibo, pannolini, benzina, medicine, batterie, assorbenti per la mamma, materiale scolastico e ogni altra cosa possibile e immaginabile che si riuscisse a comprare dagli egiziani. I tunnel intralciavano il progetto di Israele di “mettere a dieta” i gazawi. Israele tentò in tutti i modi di colpire i tunnel ma questi rimasero attivi, simili a un sistema vascolare vivente. Come atto estremo Israele convinse gli Stati Uniti e l’Egitto a installare lungo il valico di Rafah una massiccia barriera d’acciaio sotterranea che bloccasse i tunnel. Ma appena il lavoro fu terminato, i miliziani scesero nei tunnel a lavorare di fiamma ossidrica per tagliare il metallo che avrebbe dovuto impedire loro di uscire. L’immagine più chiara del fallimento dell’operazione fu il fatto che quell’acciaio, di ottima qualità, fu utilizzato da Hamas per costruire utensili come pezzi di automobile, attrezzature per i parchi gioco, travi da costruzione e perfino razzi.

Questa storia evidentemente non ha insegnato nulla alla nuova dirigenza israeliana. Ancora una volta i tunnel sono stati il baluardo invalicabile di Hamas. Ancora una volta, nonostante una potenza di fuoco inammissibile contro la popolazione civile, l’obiettivo non è stato raggiunto. Stupisce l’incapacità di una parte maggioritaria della dirigenza israeliana di comprendere che questo approccio non ha un obiettivo strategico ragionevole. Usando prove di forza sempre più sterili sul piano politico anche se drammaticamente devastanti per la popolazione civile, il conflitto si cronicizza senza una reale possibilità di vittoria. Escludendo (anche se in Israele qualcuno lo pensa possibile) lo sterminio dell’intera popolazione palestinese, solo una soluzione politica può garantire la sicurezza di cui anche una nazione come Israele, nata nel conflitto e vissuta fin qui organizzata come una nazione in guerra, ha estrema necessità. L’operazione “Muro di ferro” scatenata in Cisgiordania il giorno successivo all’entrata in vigore della tregua a Gaza dimostra che non è nell’agenda del governo Netanyahu l’opzione negoziale. Dopo esserci chiesti cosa resterà di Gaza dovremmo cominciare a chiederci cosa resterà di Israele continuando l’escalation militare.



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