Ambiente

COP30 | Senza Stati Uniti, equità nei finanziamenti e limiti nelle emissioni, le speranze per il pianeta si spostano ad Addis Abeba che ospiterà la Cop del 2027

Sono trent’anni che sentiamo dire la stessa cosa: “Il pianeta non può più sopportare un modello di sviluppo fondato sull’uso intensivo di combustibili fossili.” In trent’anni non si è riusciti ad arrivare ad un punto di svolta, l’unico risultato concreto sembra essere una significativa riduzione del cosiddetto “buco dell’azoto”.

A Belém, nel cuore dell’Amazzonia, si sta svolgendo la COP30, la trentesima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico. Questo vertice, definito come la “COP della verità”, giunge a dieci anni di distanza dall’Accordo di Parigi e in un momento critico per le sorti del pianeta. Tra i fallimenti e i successi di tre decenni di negoziati, la situazione ambientale è notevolmente peggiorata, rendendo sempre più urgente un’azione coraggiosa e coordinata.

La storia delle COP inizia ufficialmente nel 1995 a Berlino, ma le sue radici affondano in eventi precedenti come il primo Summit della Terra di Stoccolma del 1972 e la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) stabilita durante il Vertice della Terra di Rio de Janeiro nel 1992. Questo trattato ambientale internazionale ha creato il quadro giuridico per il successivo sviluppo dei negoziati climatici.

In quasi trent’anni, il percorso è stato costellato di momenti storici e battute d’arresto. Il momento di svolta avrebbe dovuto essere nel 1997 la COP3 di Kyoto, con l’adozione dell’omonimo Protocollo, il primo trattato con obiettivi di riduzione delle emissioni per i Paesi sviluppati. Avrebbe dovuto essere la pietra miliare di un percorso verso una riduzione delle emissioni fossili e un punto di non ritorno per l’ambiente. Poco o nulla, invece, fu fatto per mettere in atto ciò che prevedeva l’accordo.

Un formale successo si ebbe nel 2015 alla COP21 di Parigi, dove si firmò il primo trattato globale giuridicamente vincolante con obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5°C. A dieci anni dall’Accordo di Parigi, però, il bilancio è amaro. Il riscaldamento globale procede a ritmi allarmanti (ogni anno dal 2015 al 2024 è stato uno dei dieci più caldi mai registrati, con il 2024 che ha segnato il record degli ultimi 125.000 anni).

Le proiezioni attuali indicano un aumento della temperatura media globale tra i 2,5 e i 2,9°C entro fine secolo, ben al di sopra del limite di 1,5°C considerato di sicurezza. Le emissioni di CO2 in atmosfera sono cresciute del 5,64 percento dal 2015, raggiungendo 422 parti per milione nel 2024. Il rapporto State of Climate Action 2025 del World Resources Institute conferma che in nessun settore l’azione climatica ha raggiunto la velocità necessaria per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Alla COP30 di Belém emergono con urgenza alcune priorità che non possono essere ulteriormente procrastinate. L’espansione del settore fossile continua a minacciare la stabilità climatica. Un rapporto di Amnesty International presentato alla COP30 rivela che quasi due miliardi di persone (un quarto della popolazione mondiale) vivono vicino a infrastrutture legate ai combustibili fossili, esposte a gravi rischi ambientali e sanitari.

La scelta di svolgere la COP30 in Amazzonia non è casuale. Il Brasile ha lanciato il Fondo per le Foreste Tropicali per Sempre, con l’adesione di oltre cinquanta Paesi e impegni per circa 5,5 miliardi di dollari. Un meccanismo che mira a trasformare la tutela delle foreste in un’attività economicamente sostenibile. Alla COP29 di Baku era stato approvato un obiettivo di trecento miliardi di dollari l’anno entro il 2035 per i Paesi in via di sviluppo, ma gli esperti indipendenti stimano che siano necessari 1.300 miliardi di dollari annui per far fronte alle necessità più urgenti. La COP30 dovrà rendere operativo questo nuovo obiettivo.

Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha sottolineato alla COP30 che “la crisi climatica è una crisi sanitaria”, rammaricandosi che la salute non sia ancora oggetto di negoziati formali durante le COP. Il rischio più immediato è la normalizzazione dell’obiettivo mancato, accettare con rassegnazione di fatto il fallimento di queste iniziative. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha dichiarato all’apertura della COP30 che un “superamento temporaneo del limite di 1,5°C” è ormai inevitabile, a partire dai primi anni 2030. L’obiettivo è ora rendere questo superamento “il più piccolo, breve e sicuro possibile”. Ci si sta rassegnando al mancato raggiungimento degli obiettivi e alla loro rideterminazione realistica. Un altro pericolo è la frammentazione geopolitica.

Con gli Stati Uniti che non hanno inviato una delegazione ufficiale alla COP30 e la Cina che guida il G77 concentrandosi più sulla finanza che sui tagli alle emissioni, il fronte comune necessario per risultati concreti si sta indebolendo. La mancanza di partecipazione è un ulteriore segnale preoccupante. Molti leader mondiali hanno disertato l’appuntamento, inclusa la premier italiana Giorgia Meloni, e numerosi Paesi a basso reddito hanno faticato a partecipare a causa dei costi logistici proibitivi .

Nonostante il quadro preoccupante, alcuni segnali positivi emergono. Le energie rinnovabili hanno appena superato il carbone come principale fonte di generazione elettrica globale. L’adozione di veicoli elettrici è il 40 per cento superiore alle proiezioni formulate nel 2015 e il Fondo per il Clima lanciato alla COP30 ha già raccolto 3,4 miliardi di euro da istituzioni di sviluppo di Italia, Germania, Francia, Giappone e dalla Banca Interamericana di Sviluppo. Tuttavia, come ricorda il presidente Lula, “È inaccettabile che il mondo continui a investire somme colossali nella produzione di armi mentre non riesce a garantire risorse adeguate per la protezione del pianeta”.

La COP30 di Belém rappresenta dunque un bivio cruciale. Sarà l’ultima opportunità per mantenere vivo l’obiettivo di 1,5°C o l’ennesimo vertice delle promesse mancate? La risposta dipenderà dalla capacità della comunità internazionale di passare “dalla fase negoziale a quella attuativa degli obiettivi”, trasformando gli impegni in azioni concrete. Come ha affermato Guterres, “Possiamo scegliere di guidare o essere condotti alla rovina. Scegliamo di rendere Belém il punto di svolta”. Il futuro del pianeta dipende da questa scelta.


L’Etiopia si prende la Cop32, ma alla Cop30 ancora si litiga sull’agenda. Addis Abeba ospiterà la Cop del 2027. Ma l’edizione in corso contrappone i Paesi arabi ad Europa e nazioni in via di sviluppo. Per fortuna le energie rinnovabili hanno comunque già superato il carbone come principale fonte di generazione elettrica globale.




 

Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi