L’avanzata degli Houthi nello Yemen mette in difficoltà il presidente al-Sisi. L’Arabia Saudita chiede sostegno militare, il traffico commerciale si allontana dal Canale di Suez e al Cairo torna il fantasma della disastrosa spedizione militare di Nasser. Per difendere la propria economia, l’Egitto potrebbe essere costretto a scegliere tra gli interessi degli alleati e la via della diplomazia.
Il Canale di Suez è in Egitto, ma per tenerlo aperto bisogna guardare oltre mille chilometri più a sud, dove lo stretto di Bab el-Mandeb separa lo Yemen dal Corno d’Africa. È lì che gli Houthi hanno dimostrato quanto possa essere fragile una delle principali arterie commerciali del pianeta. Ed è lì che l’Egitto rischia di perdere miliardi senza sparare un colpo, oppure di ritrovarsi coinvolto in una guerra dalla quale vorrebbe restare lontano.
La questione è stata ricostruita dal giornalista Mohammed Magdy su Amwaj Media, in un’analisi pubblicata il 9 ottobre. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi deve sostenere l’alleato saudita Mohammed bin Salman, ma sa che un intervento diretto contro gli Houthi potrebbe trasformare una crisi economica in un disastro militare.
I numeri spiegano molto più delle dichiarazioni diplomatiche. Nell’anno fiscale 2022-2023 il Canale di Suez aveva garantito all’Egitto 9,4 miliardi di dollari di entrate. Nel 2024-2025 gli incassi sono crollati a circa quattro miliardi, risalendo appena a 4,6 miliardi nel 2025-2026. Rispetto al periodo precedente alla crisi, significa aver perso più della metà degli introiti di una delle principali fonti di valuta estera del Paese.
E non occorre nemmeno chiudere fisicamente il Canale. Basta che gli armatori considerino troppo pericoloso attraversare il Mar Rosso. Le navi cambiano rotta, circumnavigano l’Africa, aumentano tempi di percorrenza, consumi e costi assicurativi. Il conto arriva al Cairo, ma anche sui mercati internazionali e, alla fine, ai consumatori.
Il 15 settembre Mohammed bin Salman è volato in Egitto per incontrare al-Sisi. Ufficialmente i due leader hanno ribadito l’impegno comune per la sicurezza della navigazione. Secondo le ricostruzioni riportate da Reuters e riprese da Amwaj Media, Riyadh avrebbe cercato un maggiore coinvolgimento egiziano nelle operazioni sul Mar Rosso. Ma l’Egitto continua a privilegiare la strada diplomatica.
Una prudenza che ha radici profonde. Nel 1962 Gamal Abdel Nasser mandò decine di migliaia di soldati nello Yemen per sostenere la rivoluzione repubblicana contro la monarchia appoggiata dall’Arabia Saudita. Una guerra lunga, sanguinosa e costosissima che logorò le forze armate egiziane prima della sconfitta contro Israele nel 1967. Oggi gli schieramenti sono cambiati, ma la geografia è rimasta la stessa. E anche la lezione: entrare nello Yemen è molto più facile che uscirne.
Nel frattempo gli Houthi, dopo aver conquistato a settembre posizioni strategiche lungo la costa, hanno subito la controffensiva delle forze governative sostenute dai bombardamenti sauditi. Le Brigate dei Giganti hanno contribuito alla riconquista di alcune località presso Bab el-Mandeb, ma il controllo del territorio rimane conteso e la capacità degli Houthi di colpire con missili e droni non è stata eliminata. La riconquista di una città non equivale alla sicurezza di una rotta commerciale.
Per il Cairo esiste anche un problema politico. Gli Houthi hanno cercato di aprire un canale di coordinamento con le autorità egiziane sulla navigazione commerciale. Una possibilità che avrebbe significato riconoscere, almeno indirettamente, il loro potere sullo stretto. Il governo egiziano avrebbe respinto la proposta, pur mantenendo limitati contatti diplomatici.
È il paradosso di questa guerra: per assicurare il passaggio delle navi sarebbe utile parlare con chi può ostacolarlo, ma gli alleati chiedono di combatterlo. L’Egitto conosce il prezzo economico dell’instabilità, l’Arabia Saudita teme per le proprie infrastrutture petrolifere, gli Houthi sanno che non occorre vincere una battaglia navale per danneggiare il commercio mondiale. È sufficiente rendere incerta la navigazione.
E mentre le potenze regionali discutono di porti, petrolio e corridoi commerciali, lo Yemen continua a pagare il prezzo più alto: bombardamenti, sfollamenti, fame e una guerra che dura da oltre un decennio. Difendere Suez è una necessità per l’Egitto. Ma trasformare il Mar Rosso in un altro campo di battaglia potrebbe essere il modo più rapido per rendere quella difesa impossibile. Il Canale è stato costruito per accorciare le distanze tra i popoli. Oggi rischia di diventare un’altra ragione per continuare ad ammazzarsi.
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