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GUERRA E GASOLIO | Trump vuole cambiare Zelensky, con Putin cambia gli affari

Washington apre al diesel russo e preme sulle operazioni di Kiev. Sul fronte continua la guerra d’usura. La lettura di Francesco Dall’Aglio e gli aggiornamenti dell’11 ottobre 2026.


Donald Trump ha trovato il responsabile del caro gasolio americano: Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino colpisce le raffinerie russe, riduce la disponibilità di carburante e disturba gli interessi degli agricoltori statunitensi. Quindi, secondo il presidente degli Stati Uniti, dovrebbe essere sostituito. «È giunto il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente», ha dichiarato il 10 ottobre. L’accordo energetico con Vladimir Putin diventa così un’aperta pressione sulla leadership di Kiev.

Il Cremlino festeggia. Il negoziatore Kirill Dmitriev ha salutato l’intervento come «iconico e storico». Ma tra l’entusiasmo russo e l’indignazione europea conviene mantenere la misura: Trump non ha annunciato la fine del sostegno americano all’Ucraina, né la cancellazione dell’intero sistema sanzionatorio. Ha aperto una deroga sul diesel e alzato drasticamente il prezzo politico della disobbedienza ucraina.

È la distinzione centrale nell’analisi dello storico Francesco Dall’Aglio: valutare quantità, convenienze e rapporti di forza prima di proclamare svolte definitive. Le trecentomila tonnellate iniziali sono soltanto la prima tranche di un programma annunciato che arriva a circa 4,8 milioni. Le ultime forniture restano condizionate alla situazione delle raffinerie russe. Un’operazione economicamente utile a Mosca, senza che questo basti a risolvere la crisi mondiale dei carburanti.

Su un punto, però, occorre aggiornare il ragionamento. La licenza 135 del Tesoro americano non circoscrive l’autorizzazione ai quantitativi comunicati da Trump. Consente, fino al 7 aprile 2027, le transazioni relative a vendita, consegna, scarico e importazione di diesel russo vietate dai regolamenti indicati, mantenendo alcune esclusioni finanziarie. Non è l’abolizione delle sanzioni alla Russia, ma il testo della deroga è più ampio del calendario delle consegne annunciato.

Il significato politico supera quello commerciale. Nell’interpretazione proposta da Dall’Aglio, il gasolio è una componente di una conversazione molto più estesa: Ucraina, Iran, relazioni bilaterali. Mosca presenta il colloquio come un riconoscimento del proprio ruolo internazionale; Washington mette in vetrina il carburante. Putin cerca spazio diplomatico, Trump risultati da mostrare agli elettori.

A rendere concreto lo scontro sono le pressioni sulle operazioni ucraine. Il Financial Times riferisce che Washington ha avvertito Kiev del rischio di perdere la condivisione dell’intelligence se continuerà a colpire le raffinerie russe. È una ricostruzione giornalistica, non l’annuncio di una sospensione già avvenuta. Ma descrive la leva con cui gli Stati Uniti possono tentare di condizionare la guerra del loro alleato.

Sul campo non compare alcuna tregua. A Zaporizhzhia il bilancio del bombardamento russo del 10 ottobre è salito a 20 morti, fra i quali tre bambini, secondo le autorità ucraine. Le bombe hanno colpito edifici residenziali. Il negoziato sul carburante procede mentre i soccorritori scavano nelle case.

Il bollettino ucraino dell’11 ottobre, ripreso da Ukrinform, segnala 221 scontri nelle precedenti 24 ore, con combattimenti particolarmente intensi nei settori di Pokrovsk e Huliaipole. Sono dati dello Stato maggiore di Kiev, da attribuire alla fonte: raccontano la pressione militare, senza certificare da soli conquiste territoriali o sfondamenti.

Più significativo dei conteggi quotidiani è il problema delle riserve. Un reportage dell’Associated Press dell’8 ottobre descrive reparti ucraini sotto organico, difficoltà nelle rotazioni e soldati esausti. Nel settore di Pokrovsk un comandante segnala uomini appena sufficienti a mantenere le posizioni. I droni possono moltiplicare la capacità di colpire; non sostituiscono interamente chi deve presidiare il terreno.

Kiev continua a portare la guerra nelle infrastrutture russe. Questa mattina Yandex ha comunicato la chiusura completa del proprio centro dati nella regione di Vladimir dopo un attacco con droni, senza feriti. È il terzo importante impianto della società colpito in pochi giorni, dopo Kaluga e Sasovo, secondo Reuters, ripresa dal Moscow Times. La campagna a distanza si estende anche alla capacità informatica russa.

Il quadro resta quello di una guerra d’usura: pressione sulle linee, consumo di uomini, attacchi alle infrastrutture, ricerca di vantaggi al tavolo. È su questo terreno che va letta la sortita di Trump. L’accusa secondo cui Zelensky avrebbe potuto concludere molti accordi è un’affermazione del presidente americano: non dimostra che fossero disponibili intese accettabili, garantite e capaci di fermare davvero la guerra.

Washington pretende di decidere quali bersagli Kiev possa colpire e arriva a suggerire chi debba governarla. Mosca incassa l’apertura sul diesel. L’Europa denuncia la scelta americana, ma il tavolo decisivo continua a spostarsi altrove. La sovranità ucraina, celebrata in ogni comunicato, incontra così il limite degli interessi del suo principale alleato. Quando il prezzo alla pompa entra in campagna elettorale, anche il presidente del Paese sostenuto diventa una voce da rinegoziare.




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