In Fondo

EDITORIALE | Individualismo e appartenenza. La libertà di essere sé stessi e di stare con gli altri

Non che non veda il rischio di impiattare un bel minestrone di parole al solo scopo di sdoganarne una, fra tutte quelle del dizionario italiano. Ma la tentazione è forte e procedo come un cercatore di funghi consapevole di poter calpestare, cammin facendo, un ordigno lasciato dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale. Orsù, avviamoci. La parola è individualismo. Ci hanno spiegato tante volte che sarebbe la madre di tutti i mali da farci venire voglia di controllare almeno il certificato di maternità.

Quando abbiamo ragionato sulla meritocrazia, abbiamo provato a vedere quanto privilegio potesse nascondersi dentro una parola così rispettabile. Adesso vorrei fare il percorso inverso: cercare quanta libertà venga condannata insieme a una parola diventata impresentabile. Perché sotto individualismo finisce di tutto: l’egoismo di chi accumula lasciando gli altri senza niente, ma anche l’autonomia di chi non vuole farsi assegnare un’identità, un capo, una divisa e possibilmente un nemico. Il primo va benissimo in società, purché abbia successo. Il secondo viene invitato a fare gruppo. Intanto Anne Carson, raggiunta dalla notizia del Nobel in Islanda, racconta di essere lì ad ascoltare il vento. Lasciamo aperta la finestra: magari un po’ d’aria marina, passando fra gli scogli, riesce a smuovere anche questi concetti ingarbugliati.

E se una parte del problema fosse proprio lì? Nel gruppo quando diventa obbligo, nel doveroso senso di appartenenza che ci precede e ci spiega chi dobbiamo essere. Banda, branco, partito, movimento e bandiera sono cose diverse, naturalmente. Ma possono incontrarsi nella richiesta di fedeltà. E la fedeltà pretende comportamenti: se sei comunista, progressista, uno dei nostri, devi esserci. A tutte le manifestazioni. Anche al G8 di Genova, se qualcosa nel modo in cui si prepara o si vive quella partecipazione non ti convince. Puoi discutere, certo, ma possibilmente dopo: intanto vieni. Il dubbio rischia di diventare una colpa prima ancora di trovare le parole per esprimersi. Le responsabilità della violenza esercitata a Genova restano di chi la esercitò.

Devi dire le stesse cose, guardare gli stessi programmi scemi, ascoltare gli stessi ospiti che parlano a quelli simili a te, lamentarti degli stessi problemi con le stesse parole: non arrivare a fine mese, precarietà, diritti Lgbt, disuguaglianze. Problemi e diritti reali, che possono però diventare formule di riconoscimento: le ripetiamo per sentirci dalla stessa parte, senza più chiederci chi stia ascoltando e che cosa desideri cambiare nella propria vita. Perfino l’indignazione può diventare un appuntamento al quale presentarsi con la frase giusta. Prima decidi da che parte stai, poi vedremo se quello che dici è vero. Basta osservare quanto spesso la stessa frase cambi valore a seconda della bocca da cui esce. Fra amici è una provocazione intelligente, detta dall’avversario diventa una prova della sua indegnità. Nel frattempo il contenuto può accomodarsi fuori. Il vento di Carson, almeno, non controlla la tessera.

John Stuart Mill aveva già individuato il problema della pressione sociale sulle persone: la libertà deve difendersi anche da un’opinione dominante che pretende di modellare i caratteri a propria somiglianza. Nel capitolo di Sulla libertà dedicato all’individualità, il libero sviluppo della persona riguarda anche il benessere e il progresso sociale. Il pensiero proprio serve dunque alla vita comune. Se tutti devono rassomigliarsi, anche le possibilità di cambiare si restringono.

Questo ci porta dentro i rapporti più vicini. Per stare in coppia bisogna poter stare soli. È un criterio con cui interrogare la qualità di un rapporto. Significa poter esistere anche quando l’altro non è presente fisicamente. Essere certi che il rapporto c’è anche nella distanza, senza doverlo verificare a ogni momento. E poter restare sé stessi anche quando l’altro non approva o desidera qualcosa di diverso. Se la sua assenza mi rende intollerabile la mia stessa esistenza, rischio di chiedergli di occupare tutto quello spazio. Il suo tempo diventa una rassicurazione dovuta, la sua libertà una minaccia.

La capacità di stare soli si può sviluppare anche dentro un rapporto. Ma quel rapporto deve lasciare spazio perché accada. Se ogni distanza va immediatamente cancellata, se ogni differenza è vissuta come un’offesa, la coppia può ridursi a una sorveglianza reciproca. Uno specchio dal quale pretendiamo che torni sempre la stessa immagine. Questa fragilità può trasformarsi; l’autonomia affettiva riguarda proprio la possibilità di amare senza chiedere all’altro di rinunciare a sé.

Il personale è politico già qui. Quanto può esistere l’altro, con un desiderio che non coincide col nostro? Quanto può cambiare, rifiutare, allontanarsi? Incontrare il suo desiderio comprende la libertà di esprimere il proprio. Nessuno dei due può essere incaricato di scomparire per far funzionare la coppia. Anche la separazione può rendere evidente un controllo già presente: non lo crea dal nulla. Il possesso aveva semplicemente trovato più comodo chiamarsi amore.

Nel percorso di ricerca della Fondazione Massimo Fagioli questo rapporto fra trasformazione personale e dimensione politica viene affrontato esplicitamente. David Armando e Andreas Iacarella, insieme ad altri studiosi, propongono di leggere l’esperienza dell’Analisi collettiva considerando la trasformazione psichica e i rapporti umani come questioni che riguardano il vivere comune. Altri contributi dello stesso progetto distinguono l’iniziale appartenenza alla sinistra post sessantottina dal percorso di costruzione di un’identità attraverso cura, formazione e ricerca. Da qui possiamo prendere una domanda nostra: che cosa succede quando essere di sinistra basta a sentirsi trasformati, senza interrogare il modo in cui trattiamo le persone?

Una tessera non risponde. Neppure una biografia militante. Possiamo difendere l’uguaglianza in piazza e pretendere obbedienza a casa; parlare di emancipazione e mortificare chi ci contraddice. La distanza fra il programma e il rapporto quotidiano non viene cancellata dalla bontà del programma.

Anche il percorso di Bruno Trentin offre un punto di confronto. Giovanni Mari, discutendone il pensiero, mette al centro il socialismo come processo di liberazione della persona. Ci interessa proprio questo movimento: quali possibilità concrete acquistano le persone? Il salario conta, la casa conta, la sanità conta. Conta anche poter sviluppare capacità, scegliere, avere tempo, non essere trattati come esecutori della propria vita. Una politica che promette trasformazione deve poter parlare anche di questo.

Il cinema sa rendere visibile il problema senza preparare un convegno. In La parola ai giurati di Sidney Lumet, il giurato interpretato da Henry Fonda si oppone a un verdetto che gli altri sono pronti a pronunciare. Il suo dissenso obbliga la stanza a tornare sulle prove. Il gruppo può lavorare meglio perché qualcuno regge il costo di non adeguarsi. Poi il dubbio passa da una persona all’altra e diventa discussione: l’autonomia produce un rapporto, anziché impedirlo.

Qui ritornano le parole della sinistra. Quando diciamo comunità, solidarietà, compagne e compagni, stiamo aprendo uno spazio oppure riconoscendo chi possiede già la password? Non arrivare a fine mese nomina un problema enorme. Chi non ci arriva può però desiderare anche qualcosa che il nostro vocabolario fatica a nominare: cambiare vita, trovare un rapporto diverso, scoprire una capacità, sentirsi ascoltato senza essere sistemato nella categoria dei fragili. La comunicazione dovrà ascoltare queste esigenze prima di cercare una formula efficace.

Carson torna a questo punto con una scena più concreta del nostro ragionamento. Come racconta l’Ansa, insieme al marito Robert Currie sta pensando di destinare ad altri il denaro del premio: un amico ha bisogno di una casa, loro sostengono abitualmente Medici Senza Frontiere. Per festeggiare annuncia una passeggiata nei boschi, lontano dalle telefonate: «potremo ascoltare il silenzio». Basta osservare il gesto: sottrarsi per un momento alle richieste del mondo e pensare, nello stesso momento, a qualcuno che ha bisogno di aiuto.

Una persona cerca silenzio, cammina con un’altra, sceglie a chi dare. L’attenzione agli altri non viene sospesa dal desiderio di sottrarsi al rumore. Qualcuno può non partecipare al rito previsto e avere ugualmente a cuore la vita comune.

Recuperare l’individualismo, in questo tentativo, significa chiedere spazio per una persona che possa scegliere i propri rapporti e contribuire a cambiarli. Una persona capace di riconoscere nell’altro un essere umano uguale e diverso da sé, anche quando non porta la sua bandiera. Se per stare insieme dobbiamo prima diventare identici, abbiamo già perso qualcuno. E non sempre è quello che se n’è andato. Quello, magari, sta ascoltando il vento.



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