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BARATRO | Più armi, più sicurezza? Il modello americano riguarda anche l’Italia

Dal deputato che regala pistole alle collaboratrici ai nuovi miliardi chiesti per gli arsenali: negli Stati Uniti l’arma è insieme merce, simbolo politico e strumento di guerra. L’Europa, l’Ucraina e il Medio Oriente alimentano un mercato in espansione. E anche in Italia il linguaggio della paura rischia di trasformare ogni avversario in un nemico.



Negli Stati Uniti un deputato repubblicano regala due pistole personalizzate a due giovani collaboratrici. Nelle stesse ore il Congresso discute come trovare altri 95 miliardi di dollari, dei quali 60 destinati alla Difesa, per finanziare le operazioni militari e ricostituire le scorte di armi e munizioni consumate nel conflitto con l’Iran. Le due notizie appartengono a piani differenti, ma sembrano raccontare la stessa storia: una società nella quale le armi non sono soltanto strumenti. Sono diventate linguaggio, identità, prestigio, potere.

Il deputato è Chuck Edwards, repubblicano della Carolina del Nord ed ex commerciante autorizzato di armi. Secondo Axios, nel 2024 consegnò a due collaboratrici ventenni una pistola ciascuna: una azzurra con il nome inciso e una rosa. Una delle due avrebbe accettato il regalo per timore di conseguenze sul lavoro, per poi liberarsene legalmente perché non desiderava tenerlo. Edwards ha sostenuto di credere nella sicurezza delle armi e nell’autodifesa e ha negato comportamenti illeciti. La Commissione etica della Camera sta però esaminando accuse di molestie sessuali e di creazione di un ambiente di lavoro ostile.

Quasi contemporaneamente, i repubblicani alla Camera hanno presentato un nuovo piano di spesa da 95 miliardi di dollari. Il progetto prevede 60 miliardi per la Difesa, tredici per l’intelligence, dodici per l’agricoltura e dieci per incentivi agli Stati che adottino misure sull’identificazione degli elettori. La maggioranza vorrebbe utilizzare la procedura di “riconciliazione”, che permette di superare l’ostruzionismo democratico al Senato, ma il percorso resta incerto per le divisioni interne allo stesso Partito repubblicano.

Il Paese con più armi che abitanti

Per comprendere il peso culturale di queste notizie bisogna guardare ai numeri. La stima internazionale più citata, elaborata dallo Small Arms Survey, attribuisce ai civili statunitensi circa 393 milioni di armi da fuoco: 120,5 ogni cento abitanti. Il dato risale al 2017 e va quindi letto come una stima, non come un censimento aggiornato. Resta tuttavia impressionante: negli Stati Uniti circolavano già allora più armi civili che persone.

Nel 2024, secondo i dati definitivi dei Centers for Disease Control and Prevention, le armi da fuoco hanno provocato 44.447 morti negli Stati Uniti, pari a 13,1 ogni centomila abitanti. La maggioranza non è costituita dagli omicidi, ma dai suicidi: 27.593 persone si sono tolte la vita con un’arma. Gli omicidi con arma da fuoco sono stati 15.364, con un tasso di 4,5 ogni centomila abitanti. Le cifre restanti comprendono incidenti, interventi delle forze dell’ordine e casi dalla classificazione indeterminata.

Questa distinzione è essenziale. L’arma comprata per sentirsi più sicuri può trasformare una crisi familiare, un impulso suicidario, una lite o un errore in una morte irreversibile. Il rischio non si esaurisce quindi nella criminalità di strada: entra nelle case, nelle relazioni, nei momenti di fragilità psichica.



Italia: numeri molto più bassi, ma nessuna immunità

L’Italia è lontanissima dalla realtà statunitense. Lo Small Arms Survey stimava nel 2017 circa 8,6 milioni di armi detenute da civili, pari a 14,4 ogni cento abitanti. Anche in questo caso si tratta di una stima che comprende armi registrate e non registrate e non può essere confusa con il numero dei possessori: una stessa persona può detenere più armi.

Nel 2024 l’Istat ha registrato complessivamente 327 vittime di omicidio, con un tasso di 0,55 ogni centomila abitanti, tra i più bassi d’Europa. Le armi da fuoco sono state utilizzate nel 30 per cento dei casi: all’incirca 98 omicidi. Negli Stati Uniti, nello stesso anno, gli omicidi con arma da fuoco sono stati 15.364. Anche tenendo conto della diversa popolazione, il divario resta enorme: circa 4,5 vittime ogni centomila abitanti negli Stati Uniti contro circa 0,17 in Italia.

Questi dati non autorizzano però a sentirsi immuni. La distanza può ridursi non soltanto attraverso nuove leggi, ma attraverso il cambiamento del linguaggio pubblico. Quando la sicurezza viene raccontata quasi esclusivamente come diritto a sparare, quando la legittima difesa diventa propaganda identitaria e quando l’avversario viene rappresentato come una minaccia permanente, la società comincia lentamente a familiarizzare con l’idea della risposta armata.

Il grande mercato della paura

Il fenomeno non riguarda soltanto le armi private. Il pianeta sta vivendo una nuova corsa agli armamenti. Secondo il Sipri, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo anno consecutivo di crescita. In dieci anni l’aumento reale è stato del 41 per cento.

Il commercio internazionale delle grandi armi è cresciuto di quasi il 10 per cento tra i periodi 2016-2020 e 2021-2025. L’Europa è diventata la prima regione importatrice, assorbendo il 33 per cento delle importazioni mondiali. Le importazioni europee sono aumentate del 210 per cento e l’Ucraina, da sola, ha ricevuto il 9,7 per cento di tutti i trasferimenti mondiali di armamenti del quinquennio.

Gli Stati Uniti dominano il mercato: hanno fornito il 42 per cento delle esportazioni mondiali di grandi sistemi d’arma nel 2021-2025, vendendo a 99 Paesi. Per la prima volta in vent’anni, la quota maggiore delle esportazioni americane è andata all’Europa. Quasi metà delle armi importate dagli Stati europei proveniva dagli Stati Uniti.

Anche l’Italia è dentro questa economia. Secondo il Sipri, le esportazioni italiane di grandi armamenti sono aumentate del 157 per cento rispetto al quinquennio precedente, portando il Paese dal decimo al sesto posto tra gli esportatori mondiali. Il 59 per cento delle forniture italiane è stato diretto verso il Medio Oriente.

Il Medio Oriente rimane uno dei principali mercati del pianeta. Pur avendo ridotto del 13 per cento le importazioni rispetto al quinquennio precedente, ha assorbito ancora una quota enorme dei trasferimenti: Arabia Saudita, Qatar e Kuwait figurano tra i dieci maggiori importatori mondiali. Il 54 per cento delle loro importazioni è arrivato dagli Stati Uniti e il 12 per cento dall’Italia.



Quando le armi diventano un linguaggio

Naturalmente uno Stato deve poter difendere i propri cittadini. Nessuna democrazia può rinunciare in assoluto alle forze armate o alle forze dell’ordine. Ma difendere una comunità è cosa diversa dal costruire una cultura nella quale l’arma diventa la prima risposta alla paura, il simbolo della libertà personale e la misura della forza politica.

Negli Stati Uniti la pistola regalata dal deputato alle giovani collaboratrici non è soltanto un oggetto. È un messaggio. Nello stesso modo, gli arsenali da riempire continuamente non sono soltanto una voce di bilancio: sono il risultato di una politica mondiale che consuma armi, produce nuovi ordini e trasforma ogni guerra nel mercato della guerra successiva.

Quella cultura può contagiare anche l’Italia. Non perché il nostro Paese sia già diventato l’America, ma perché le idee attraversano gli oceani più rapidamente delle leggi. Nella cronaca e nella propaganda di una parte della destra italiana ricorrono sempre più spesso l’autodifesa armata, la casa da proteggere a ogni costo, il cittadino lasciato solo davanti al criminale e lo Stato rappresentato come incapace di garantire sicurezza.

È un racconto potente perché parte dalla paura. Ma la paura, quando viene coltivata politicamente, chiede sempre nuove armi e nuovi nemici. Il vicino diventa un sospetto, il migrante un invasore, l’avversario politico un traditore, la persona in difficoltà una minaccia da neutralizzare.

Più cresce l’idea che la sicurezza dipenda esclusivamente dalla forza, più rischiano di indebolirsi gli strumenti che rendono davvero sicura una società: prevenzione, scuola, lavoro, salute mentale, giustizia, mediazione, presenza delle istituzioni nei territori.

Le armi possono difendere uno Stato. Non possono curare una mente malata, ricostruire una comunità, ridurre le disuguaglianze o restituire fiducia. E una società che finisce per considerarle il linguaggio normale dei rapporti umani imbocca una strada nella quale ogni problema sembra avere una soluzione armata e ogni persona può diventare un potenziale nemico.

Quando crescono l’odio, le armi e il numero dei nemici, non cresce la sicurezza. Si compie soltanto un altro passo verso il baratro.

Fonti principali

Axios, 20 luglio 2026: inchiesta sui regali di armi del deputato Chuck Edwards e sull’indagine etica della Camera.

Reuters e Associated Press, luglio 2026: proposta repubblicana da 95 miliardi di dollari e fondi per Difesa, intelligence, agricoltura e norme elettorali.

Centers for Disease Control and Prevention, National Vital Statistics System, dati definitivi 2024: mortalità per armi da fuoco, suicidi e omicidi.

Small Arms Survey, Global Civilian-held Firearms, stime 2017: Stati Uniti e Italia.

Istat, Le vittime di omicidio – Anno 2024, pubblicato il 25 novembre 2025.

SIPRI, Trends in World Military Expenditure 2025 e Trends in International Arms Transfers 2021-2025, pubblicati nel 2026.

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