Clima, guerra, disuguaglianze e assuefazione. El Niño si rafforza su un pianeta già surriscaldato. La scienza misura il pericolo, mentre politica, media e opinione pubblica continuano a trattarlo come una sequenza di emergenze separate.
La storia della rana bollita è quasi certamente cattiva zoologia. Una rana sana, se può, cerca di saltare fuori dall’acqua che diventa troppo calda. Come metafora politica, però, funziona maledettamente bene. Perché noi non siamo immobili dentro una pentola senza accorgerci che la temperatura sale. Sappiamo che sale. La misuriamo. La fotografiamo dai satelliti. La registriamo negli oceani, nei ghiacciai, nelle piogge, negli incendi, nei raccolti e nei morti. Eppure restiamo dentro.
Il 3 settembre la World Meteorological Organization ha confermato che El Niño è saldamente instaurato e dovrebbe intensificarsi fino a diventare molto forte nei prossimi mesi. Le previsioni indicano una probabilità vicina al cento per cento che persista fino a febbraio 2027. El Niño è un fenomeno naturale, non la causa del cambiamento climatico. Ma arriva sopra un pianeta che abbiamo già scaldato e può amplificare anomalie delle temperature e delle precipitazioni, siccità, alluvioni e altri estremi meteorologici.
LA FEBBRE C’ERA GIÀ
Nel 2024 la temperatura media globale ha raggiunto circa 1,55 gradi sopra la media preindustriale 1850-1900. Un singolo anno oltre 1,5 gradi non equivale al superamento definitivo del limite dell’Accordo di Parigi, che riguarda il riscaldamento medio di lungo periodo. È però un segnale enorme: siamo entrati nel territorio che per decenni abbiamo promesso di evitare.
Non è più un problema dei nostri nipoti. I nostri nipoti siamo noi.
L’Europa lo sa già. Ondate di calore sempre più intense mettono sotto pressione città, ospedali, lavoratori e anziani. L’Oms Europa ha stimato oltre duecentomila morti legate al caldo nell’arco di quattro anni nella regione europea e nei Paesi associati, sottolineando che la grande maggioranza sarebbe stata evitabile.
Duecentomila morti.
Se fossero stati provocati da una guerra parleremmo di sicurezza nazionale. Se fossero stati provocati dal terrorismo avremmo cambiato leggi, bilanci e forse pezzi delle nostre libertà. Li ha provocati il caldo e troppo spesso continuiamo a chiamarlo meteo.
NON È VERO CHE NON POSSIAMO PIÙ FARE NULLA
Qui bisogna essere precisi, perché il catastrofismo può diventare comodo quasi quanto il negazionismo. Una parte dei cambiamenti già innescati è irreversibile su scale di secoli o millenni: il riscaldamento degli oceani, parte dell’innalzamento del livello del mare, la perdita di ghiacci e trasformazioni degli ecosistemi non spariranno premendo un interruttore.
Ma non significa che ormai sia tutto perduto. Tra un mondo più caldo di 1,5 gradi, uno di due e uno di tre cambia moltissimo: frequenza e intensità degli estremi, disponibilità di acqua, produzione agricola, salute, ecosistemi, coste e numero di persone esposte a condizioni pericolose. Ogni decimo di grado evitato conta.
La domanda quindi non è più se avremo conseguenze. Le abbiamo già. La domanda è quante altre siamo disposti a produrne.
CHI ACCENDE IL FUOCO E CHI SI BRUCIA
E nella pentola non siamo tutti uguali.
Il Nepal contribuisce a una frazione minuscola delle emissioni mondiali e le sue emissioni pro capite sono una piccola parte di quelle dei Paesi ricchi. Eppure l’Himalaya è esposto a ghiacciai in ritirata, laghi glaciali instabili, frane, alluvioni e trasformazioni della disponibilità d’acqua. Nell’agosto 2026 una nuova catastrofe ha mostrato ancora una volta quanto fragile possa diventare un territorio montano davanti a eventi estremi e collassi glaciali.
Non serve attribuire automaticamente ogni singola frana o alluvione al cambiamento climatico per vedere l’ingiustizia generale. Molti dei Paesi che hanno contribuito meno all’accumulo storico di gas serra sono anche quelli con meno denaro, infrastrutture e capacità di adattamento.
Chi ha acceso meno il fuoco spesso è quello che si brucia per primo.
I Paesi industrializzati hanno costruito una parte enorme della loro ricchezza bruciando carbone, petrolio e gas. Molti Paesi poveri ricevono una quota sproporzionata dei rischi e poi devono trovare il denaro per costruire argini, sistemi di allerta, acquedotti, ospedali, agricoltura resiliente e case capaci di resistere. A volte devono persino indebitarsi per adattarsi a una crisi che hanno contribuito pochissimo a creare.
Per questo chiamarla soltanto crisi climatica non basta. È anche una questione di giustizia.
RISIKO
Nel frattempo i potenti del mondo giocano a Risiko. Stati Uniti, Cina e Russia si contendono influenza, tecnologie, materie prime e aree strategiche. La Russia combatte in Ucraina. L’Europa accelera il riarmo. Il Medio Oriente resta attraversato dalle guerre. Si ragiona di droni, missili, deterrenza, satelliti, bombe e intelligenza artificiale applicata agli eserciti.
E quando la politica decide che esiste una minaccia, i soldi si trovano.
Il Sipri ha calcolato che nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, un nuovo massimo. Non significa che abolendo domattina gli eserciti avremmo risolto il cambiamento climatico: sarebbe propaganda. Significa qualcosa di più serio. Quando una minaccia viene riconosciuta come strategica, gli Stati sono capaci di mobilitare rapidamente quantità gigantesche di denaro, industria, ricerca e consenso.
Per l’adattamento climatico dei Paesi in via di sviluppo, invece, il divario resta enorme. L’Unep stima che entro il 2035 serviranno centinaia di miliardi di dollari ogni anno, mentre i flussi pubblici internazionali disponibili restano una frazione del necessario.
Non sono bilanci direttamente intercambiabili. Ma raccontano con brutalità quali pericoli siamo disposti a finanziare e quali continuiamo a rimandare.
QUATTRO POLTRONE
Poi c’è la politica quotidiana. Maggioranze e opposizioni si scannano per quattro poltrone, un decimale nei sondaggi, una candidatura, una dichiarazione riuscita male. Le destre hanno scoperto che attaccare le politiche climatiche può portare voti. Una parte della sinistra, terrorizzata dall’idea di perderli, ha cominciato a parlare più piano.
Il problema più grande diventa non disturbare l’elettore. Non dirgli che la transizione avrà un costo. Non dirgli che quel costo deve essere distribuito secondo ricchezza e responsabilità. Non spiegargli che un lavoratore costretto a usare una vecchia utilitaria non ha la stessa responsabilità climatica di chi possiede un jet privato, né la stessa possibilità economica di cambiare comportamento.
Una politica climatica che presenta il conto principalmente a chi ha meno costruisce da sola il consenso per il negazionismo. La transizione ecologica è anche una gigantesca questione di uguaglianza.
IL METEO DOPO LA PUBBLICITÀ
Poi veniamo a noi, ai media.
Quaranta gradi: servizio su come bere molta acqua. Alluvione: giornalista con gli stivali nel fango. Incendio: canadair, fiamme, intervista al sindaco. Siccità: il letto asciutto del fiume. Grandine: parabrezza distrutti. Tre giorni dopo arriva un’altra notizia e tutto scompare.
Abbiamo raccontato troppo spesso gli effetti come eventi e troppo poco il processo che li unisce. Così l’eccezionale diventa normale. Il record dell’anno scorso diventa il termine di paragone per quello di quest’anno. Il mare eccezionalmente caldo diventa semplicemente il mare caldo. La soglia della nostra percezione si sposta insieme alla temperatura.
IL CONDIZIONATORE
E anche noi cittadini abbiamo trovato una risposta privata a un disastro collettivo.
Fa sempre più caldo e compriamo un condizionatore. Fa ancora più caldo e ne compriamo uno più potente, se possiamo permettercelo. Chi ha denaro raffredda la casa, l’ufficio e l’automobile; chi non ne ha apre una finestra e spera che passi. Non è una colpa accendere il condizionatore quando quaranta gradi diventano pericolosi. Il punto è un altro: abbiamo trasformato persino l’adattamento in una questione di reddito.
Il ricco può climatizzare la propria porzione di mondo. Il povero subisce il caldo. Il Nepal non può climatizzare l’Himalaya.
E mentre ci difendiamo individualmente dagli effetti, continuiamo collettivamente a rimandare le cause.
LA PENTOLA
Non è vero che non ci siamo accorti di niente. Ci siamo accorti di tutto.
La scienza ci ha avvertiti. I satelliti hanno misurato. I termometri hanno registrato. I ghiacciai si sono ritirati. Gli oceani hanno accumulato calore. Gli ospedali hanno contato i morti. Gli agricoltori hanno contato i raccolti perduti. Gli assicuratori hanno contato i danni.
E noi abbiamo fatto qualcosa di forse ancora più sorprendente che ignorare il pericolo: ci siamo abituati.
Continuiamo a discutere di chi conquisterà un pezzo di territorio, chi vincerà le prossime elezioni, chi controllerà una regione, chi avrà più missili, chi guiderà l’Europa, chi dominerà il Pacifico, chi possiederà le materie prime del futuro. Per averla vinta, senza accorgerci che su alcune cose abbiamo già perso e su molte altre stiamo decidendo, proprio adesso, quanto perderemo.
La storia della rana bollita è falsa. La nostra potrebbe esserlo molto meno. Perché la rana almeno non aveva satelliti, rapporti scientifici, conferenze internazionali e previsioni climatiche.
Noi sappiamo che il fuoco è acceso. Sappiamo perché continua a bruciare. Sappiamo persino che abbassare la fiamma può ancora fare una differenza enorme. Eppure non stiamo cercando di uscire dalla pentola. Stiamo cercando di climatizzarla.
FONTI ESSENZIALI
World Meteorological Organization, El Niño set to become very strong, raising risks of extreme weather into 2027, 3 settembre 2026.
World Meteorological Organization, El Niño/La Niña Update, agosto 2026.
World Health Organization – Regional Office for Europe, dati sulla mortalità legata al caldo in Europa.
United Nations Environment Programme, Adaptation Gap Report 2025.
Stockholm International Peace Research Institute, dati sulla spesa militare mondiale 2025.
World Bank e fonti Onu sui dati emissivi e sulla vulnerabilità climatica del Nepal.
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