Il Parlamento corre su una riforma che cambia regole, calendari e tutele della fauna selvatica. Ispra ha sollevato rilievi tecnico-scientifici. E l’esame degli emendamenti non è ancora concluso.
Non è soltanto una legge sulla caccia. È una legge che decide quale tutela riconoscere alla fauna selvatica, quale peso attribuire alla scienza e quanto spazio lasciare alle Regioni e all’attività venatoria. Proprio per questo avrebbe bisogno di tempo. Invece stanno accelerando.
La proposta di legge C. 2984, già approvata dal Senato il 23 giugno, è ancora all’esame della Commissione Agricoltura della Camera. Gli emendamenti non sono stati esauriti, ma il provvedimento è già programmato per l’Aula a novembre. Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu-BirdLife Italia e Wwf denunciano una forzatura: si rischia di comprimere il confronto proprio mentre si riscrive una delle principali norme italiane sulla fauna selvatica.
Il punto non è procedurale soltanto. La riforma interviene sulla legge 157 del 1992 e tocca calendari venatori, competenze regionali, specie cacciabili, aree nelle quali può essere esercitata la caccia, controlli e richiami vivi. In altre parole: decide chi può sparare, a quali animali, dove e quando.
Le associazioni ambientaliste contestano l’aumento delle specie cacciabili, l’allargamento delle possibilità di prelievo e una disciplina più permissiva in diversi ambiti. Nel corso dell’iter alcune disposizioni sono state modificate o ritirate, ma l’impianto resta fortemente contestato.
E non è soltanto una battaglia tra cacciatori e animalisti. Il 14 luglio Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, è stato ascoltato alla Camera. Secondo quanto riportato dalle associazioni sulla base dell’audizione, diversi contenuti della riforma non risultano pienamente coerenti, sul piano tecnico-scientifico, con gli obiettivi di tutela della biodiversità e degli ecosistemi. Allo stesso tempo Ispra riconosce che l’attività venatoria, entro limiti precisi e sotto controllo scientifico, può avere un ruolo nella gestione faunistica.
È proprio qui che la fretta diventa difficile da capire. Se l’organismo tecnico dello Stato solleva rilievi, il Parlamento può certamente scegliere una strada diversa. Ma dovrebbe discuterla, motivarla e assumersene pubblicamente la responsabilità.
C’è poi l’Europa. Le associazioni hanno reso pubblica una lettera della Commissione europea, inviata al Governo italiano nel dicembre 2025, nella quale sarebbero stati segnalati possibili problemi rispetto alle direttive Uccelli e Habitat su calendari, peso del parere scientifico, strumenti ottici e richiami vivi. Anche qui non si tratta di uno slogan: sono questioni che riguardano direttamente la conformità della normativa italiana agli obblighi europei.
Sui richiami vivi, per esempio, il tema non è folcloristico. La cattura e l’utilizzo di uccelli selvatici come richiami comportano problemi di tracciabilità, controllo e rischio di prelievi illegali. Sui calendari, invece, entrano in gioco migrazioni, riproduzione, condizioni climatiche e stato di conservazione delle singole specie. Materie che non dovrebbero essere piegate all’urgenza politica del momento.
I sostenitori della riforma replicano che una legge del 1992 deve essere aggiornata, che la fauna è cambiata, che alcune specie sono diventate invasive e che anche i cacciatori possono contribuire al monitoraggio e alla gestione degli ecosistemi. È una posizione che va ascoltata. Ma proprio una riforma così ampia dovrebbe reggere il massimo confronto possibile, non il minimo indispensabile.
Perché la fauna selvatica non appartiene ai cacciatori. Ma nemmeno agli animalisti. La legge italiana parte da un principio semplice: è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale.
Un cervo non appartiene a chi possiede un fucile. Un’anatra migratrice non appartiene a un’associazione venatoria. Un bosco non appartiene soltanto a chi vi entra per cacciare. Ci sono agricoltori, escursionisti, fotografi, famiglie, bambini. E ci sono ecosistemi che non conoscono confini regionali.
Quindi il problema diventa più grande della caccia. È il posto che vogliamo dare alla scienza quando entra in conflitto con una scelta politica. È il tempo che il Parlamento è disposto a dedicare a una legge che modifica equilibri delicati tra attività umane e tutela della biodiversità.
Se una riforma è buona, il confronto non la indebolisce. Se è fondata scientificamente, le osservazioni di Ispra non fanno paura. Se rispetta le direttive europee, i rilievi di Bruxelles possono essere affrontati punto per punto.
Gli animali selvatici sono patrimonio della collettività. Non una cambiale da pagare a una lobby. E una legge che stabilisce chi, come, dove e quando potrà ucciderli merita almeno tutto il tempo necessario per capire che cosa stiamo decidendo.
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