Un litro di benzina costa in Italia 2,084 euro. Più di un euro finisce allo Stato, ma sarebbe troppo comodo fermarsi alle accise. Anche l’altro euro nasconde una lunga catena di prezzi, costi e margini che comincia nel pozzo e termina davanti al nostro portafoglio. La Spagna ha scelto di intervenire sulle imposte e vende la benzina a oltre venti centesimi in meno. L’Italia distribuisce sconti temporanei mentre famiglie e imprese continuano a pagare il conto della guerra.
Secondo il Weekly Oil Bulletin della Commissione europea, il 14 settembre la benzina Euro-super 95 costava mediamente 2,084 euro al litro in Italia. Di questi, 67,3 centesimi erano accisa e 37,6 Iva. Totale prelevato dallo Stato: 1,049 euro, poco più della metà del prezzo finale. Il prezzo industriale, cioè quello al netto delle imposte, era pari a 1,035 euro.
La Spagna che non compare nella classifica
La classifica pubblicata da Euronews elenca soltanto i dieci Paesi europei con il prelievo fiscale più alto. Per questo non compare la Spagna. Eppure è proprio il confronto con Madrid a raccontare la parte più interessante della storia.
Nella stessa settimana la benzina spagnola costava circa 1,87 euro al litro. Il prezzo prima delle imposte era però attorno a 1,12 euro: persino superiore a quello italiano. La differenza nasce dopo. In Italia il fisco aggiunge circa 1,05 euro; in Spagna circa 75 centesimi. Alla pompa, il litro italiano finisce così per costare oltre venti centesimi in più.
Madrid ha chiesto e ottenuto da Bruxelles una deroga temporanea alle soglie minime europee sulle accise, motivandola con l’eccezionale crisi petrolifera seguita alla guerra contro l’Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Il taglio è stato di circa 15 centesimi a luglio, 10 ad agosto e 5 a settembre. Una misura limitata e discutibile sul piano ambientale, ma una scelta politica riconoscibile: utilizzare la leva fiscale per impedire che tutto l’aumento venga scaricato immediatamente su famiglie e imprese.
L’Italia ha seguito una strada più intermittente. Ha ridotto temporaneamente alcune accise, soprattutto sul gasolio, cambiando più volte aliquote e scadenze. Sulla benzina, nella settimana considerata, il prelievo era tornato pieno. Il risultato è il paradosso: il prodotto industriale costa meno che in Spagna, ma il consumatore italiano lo paga di più.
Quanto costa davvero il petrolio
Il prezzo industriale non coincide con il costo di estrazione. Dentro quell’euro ci sono il greggio comprato sui mercati internazionali, il trasporto, le assicurazioni, la raffinazione, lo stoccaggio, la distribuzione e i margini delle compagnie e dei gestori. Il petrolio, inoltre, non viene venduto in base a quanto costa tirarlo fuori dal sottosuolo, ma al prezzo stabilito dal mercato mondiale. Un giacimento saudita, una piattaforma nel Mare del Nord e le sabbie bituminose canadesi hanno costi di produzione completamente diversi, ma il barile viene valorizzato seguendo gli stessi riferimenti internazionali.
Con il Brent sopra i cento dollari al barile, la materia prima vale grossolanamente poco più di 50 centesimi per litro di greggio. Non significa che da ogni litro di greggio si ricavi un litro di benzina: dalla raffinazione escono gasolio, cherosene, Gpl, nafta e altri prodotti. Serve però a capire la distanza tra il costo fisico dell’estrazione, il valore di mercato del petrolio e i 2,08 euro chiesti all’automobilista.
E nel mezzo ci sono margini che crescono durante le crisi. Secondo gli esperti della Banca centrale europea citati da Euronews, nella terza settimana di settembre il margine di raffinazione aggiungeva circa 17 centesimi a ogni litro di benzina nell’area euro e addirittura 41 centesimi al diesel. Non è una tassa e non è neppure il costo del pozzo: è la differenza tra quanto la raffineria paga il greggio e quanto ricava vendendo i prodotti raffinati.
La guerra arriva in bolletta
Il pieno è soltanto la parte più visibile. Tra febbraio e agosto 2026, nei primi sei mesi di conflitto, i prezzi di elettricità, gas e altri combustibili sono aumentati dell’11,4 per cento. Secondo Confartigianato, l’aggravio complessivo sulle bollette dei quasi 27 milioni di famiglie italiane ha raggiunto 1,8 miliardi di euro.
Nello stesso periodo l’inflazione generale si è fermata al 2,8 per cento: quattro volte più lenta dei prezzi energetici. A trainare sono stati soprattutto il gas, cresciuto del 13,5 per cento, e l’elettricità, aumentata del 10,1. Anche il peso territoriale è disuguale: 329 milioni di euro in più per le famiglie lombarde, contro i 4 milioni della Valle d’Aosta.
Sono numeri che spostano il soggetto politico del racconto. Il problema non sono soltanto le accise, presentate ogni volta come un’eredità inevitabile o come il salvadanaio al quale non si può rinunciare. È l’intera rendita energetica trasferita dalle famiglie allo Stato e alle imprese del petrolio, del gas e della raffinazione.
La Spagna dimostra che una parte del prezzo dipende da decisioni pubbliche. Ma tagliare temporaneamente le tasse sui combustibili fossili non basta: può alleggerire il conto nell’emergenza, non sottrae il Paese alla dipendenza dal petrolio e dal gas né impedisce che la crisi alimenti nuovi profitti. Servirebbero misure selettive per le famiglie con redditi più bassi, un prelievo serio sugli extraprofitti e investimenti capaci di ridurre davvero i consumi fossili: trasporto pubblico, efficienza energetica e fonti rinnovabili. Perché dal pozzo alla pompa, dalla centrale elettrica alla cucina di casa, la guerra segue sempre la stessa strada. I profitti salgono verso l’alto. Il conto scende verso il basso.
ITALIA E SPAGNA, UN LITRO A CONFRONTO
| Componente (€/litro) | Italia | Spagna |
| Prezzo prima delle imposte | 1,035 | circa 1,12 |
| Imposte | 1,049 | circa 0,75 |
| Prezzo alla pompa | 2,084 | 1,867 |
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