Editoriale

TRITACARNE | Sono queste le migliori condizioni possibili per l’Ucraina? Ma a chi giova aver fatto morire inutilmente così tanta gente? Se fossi ucraino proporrei il premio Ignobel per Zelens’kyj

Se le notizie che stanno circolando in queste ore non sono frutto dell’ennesima boutade del Presidente americano, l’amministrazione Trump starebbe promuovendo un piano di pace in 28 punti per porre fine alla guerra in Ucraina. Questo piano, ispirato all’accordo di cessate il fuoco di Gaza, prevede concessioni territoriali da parte ucraina in cambio di garanzie di sicurezza. Il piano contemplerebbe la cessione di importanti regioni, la Russia otterrebbe il controllo completo di Donetsk e Luhansk oltre al congelamento delle linee di controllo nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhia.

Inoltre sarebbe accettata da parte americana la secessione della Crimea già sancita da un referendum non riconosciuto dalla comunità internazionale del 2014. Kiev vedrebbe ridotte notevolmente le proprie forze armate compresa la limitazione alle armi a lungo raggio dispiegate sul territorio ucraino e il ritiro di truppe straniere dal suolo ucraino e stop agli aiuti militari offensivi. L’Ucraina rinuncerebbe ad aderire alla NATO e verrebbero rimosse le sanzioni alla Russia ripristinando la cooperazione economica tra USA e Mosca.

Sebbene alcuni rapporti indichino che elementi del piano siano stati discussi con rappresentanti ucraini, le autorità ucraine hanno espresso forti perplessità, definendo il piano uno strumento che costringerebbe l’Ucraina a cedere la propria sovranità oltre alla riduzione dell’esercito e le limitazioni alle armi.  In sintesi, il piano Trump per l’Ucraina propone una fine del conflitto attraverso un compromesso che richiederebbe all’Ucraina di accettare ingenti perdite territoriali e limiti alla sua sovranità militare in cambio di garanzie di sicurezza ancora non ben definite. Al momento, il piano rimane una proposta in fase di trattativa e non un accordo definito, con Kiev che si mostra molto riluttante ad accettarne i termini.

Se questa fosse la situazione definitiva per porre fine alla guerra una domanda verrebbe alla mente dei meno inclini a seguire la propaganda guerrafondaia delle cancellerie occidentali: a cosa è servita una guerra lunga tre anni e mezzo che ha devastato intere regioni e ha determinato la morte di centinaia di migliaia di esseri umani? Questa guerra è frutto del fallimento di due protocolli che avrebbero potuto evitare il conflitto, gli Accordi di Minsk. Questi erano una serie di intese, mediate a livello internazionale, che miravano a porre fine alla guerra nel Donbass, combattuta tra forze ucraine e separatisti sostenuti dalla Russia. Erano costituiti principalmente da due documenti: il Protocollo di Minsk (Minsk I), firmato il 5 settembre 2014, e il Pacchetto di misure per l’attuazione degli Accordi di Minsk (Minsk II), siglato il 12 febbraio 2015 .

Riassumiamo in sintesi cosa prevedeva il piano di pace. L’accordo si proponeva di fermare i combattimenti dopo la sconfitta ucraina a Ilovaisk , imporre il cessate il fuoco immediato e bilaterale con il monitoraggio OSCE, il decentramento del potere per alcuni distretti di Donetsk e Luhansk, il ritiro di formazioni armate illegali e militari stranieri (con questo si ammetteva ciò che è sempre stato negato e cioè che all’interno del territorio ucraino operavano già dal 2014 agenti segreti, formatori militari e unità in copertura di USA e Gran Bretagna). Il Trattato Minsk II del 12 febbraio 2015   intendeva fermare l’offensiva separatista/russa dopo la battaglia di Debaltseve e il ritiro delle armi pesanti dalla linea di contatto oltre all’avvio del dialogo sull’autogoverno temporaneo per le zone di Donetsk e Luhansk con il riconoscimento dello status speciale dei territori tramite legge ucraina con relativa riforma costituzionale.

Il fallimento degli Accordi di Minsk deriva da interpretazioni contrastanti e dalla mancata attuazione delle clausole chiave da tutte le parti in causa. Esisteva un disaccordo fondamentale sulla sequenza delle operazioni. L’Ucraina e i suoi partner occidentali insistevano sul fatto che il ripristino del controllo del confine e il ritiro delle forze straniere dovessero avvenire prima di concedere uno status speciale e di svolgere elezioni nelle regioni separatiste. Temevano che un’autonomia concessa prima del ritiro russo si sarebbe trasformata in un “Cavallo di Troia” per la Russia per influenzare la politica ucraina.

La Russia e i separatisti sostenevano, per contro, che le elezioni e la riforma costituzionale (che concedeva autonomia) dovessero avvenire prima che l’Ucraina riacquistasse il pieno controllo del suo confine. Ciò avrebbe permesso alla Russia di mantenere una leva di influenza. Il processo degli Accordi di Minsk si è definitivamente concluso quando la Russia ha riconosciuto l’indipendenza delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk il 21 febbraio 2022, e il Presidente Vladimir Putin ha dichiarato che gli accordi “non esistevano più”, seguito dall’invasione su larga scala dell’Ucraina il 24 febbraio 2022.

Alla luce di questa breve ricostruzione storica è del tutto evidente la sconfitta dell’Ucraina e dei suoi alleati occidentali. Se Volodymyr Zelens’kyj sarà costretto a firmare un trattato di pace sulla falsariga di quello che si sa, al momento, della proposta Trump, questo atto sancirà una perdita in termini territoriali, di sovranità, di peso militare incomparabili rispetto a ciò che prevedevano gli accordi di Minsk. Sarebbe ufficialmente certificato a questo punto ciò che gli osservatori meno allineati alle tesi occidentali hanno cercato in questi anni di guerra di sottolineare e cioè che l’Ucraina ed il suo popolo sono stati nient’altro che le pedine di un gioco geopolitico la cui regia era ben lontana dalla capitale ucraina. Se fossi un cittadino ucraino sarei molto arrabbiato con il mio presidente che si è rivelato essere un politico fedele nelle mani di cinici giocatori per una partita a favore di chiunque tranne che del popolo ucraino. Con buona pace di tutti coloro che credono che l’interesse dell’Europa sia riarmarsi in previsione di una guerra che sembra data, ormai, per inevitabile e non riaprire tavoli di confronto con la Russia che riporti i rapporti tra UE e Mosca ai livelli di qualche decennio or sono.




 

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