In Iran potrebbe accadere qualcosa che soltanto pochi anni fa sarebbe sembrato quasi inconcepibile: il ministro che dirige l’intelligence della Repubblica islamica potrebbe non essere più un religioso. Il Parlamento sta valutando di eliminare dalla legge il requisito secondo cui il titolare del ministero debba essere qualificato in giurisprudenza islamica. Una piccola rivoluzione, almeno sulla carta. Ma sarebbe imprudente leggerla come il segnale di un Iran avviato verso la separazione tra religione e Stato. Dietro i turbanti che arretrano si vedono sempre meglio le uniformi.
La notizia raccontata da Amwaj.media arriva mentre gli equilibri della Repubblica islamica sono stati sconvolti dalla guerra iniziata con gli attacchi statunitensi e israeliani del febbraio 2026. L’Iran potrebbe diventare meno clericale senza diventare per questo più democratico. Potrebbe accadere qualcosa di assai diverso: una trasformazione progressiva del sistema nella quale aumenta il peso degli apparati militari e di sicurezza, a cominciare dai Guardiani della rivoluzione.
Una previsione che avevamo già davanti
Quando Donald Trump e Benjamin Netanyahu decisero di portare la guerra direttamente contro l’Iran, una delle grandi domande riguardava il «giorno dopo». L’idea che bombe, assassinii mirati e distruzione dell’apparato militare potessero provocare il collasso della Repubblica islamica aveva un problema evidente: non era affatto certo che dalle macerie sarebbe nata una democrazia. Era possibile esattamente il contrario.
L’ipotesi che l’indebolimento della leadership religiosa potesse aumentare il peso degli apparati più duri non nasce oggi. È una possibilità legata alla struttura stessa della Repubblica islamica: accanto alle istituzioni formalmente governative esiste un sistema militare, economico e di intelligence costruito attorno ai Guardiani della rivoluzione.
L’Iran dispone inoltre di apparati di intelligence differenti, con competenze che possono sovrapporsi: il ministero dell’Intelligence, inserito nell’esecutivo, e l’Organizzazione d’intelligence dei Pasdaran, appartenente invece all’universo dei Guardiani e molto meno dipendente dal governo eletto. Togliere l’obbligo di affidare il ministero a un religioso potrebbe rappresentare una modernizzazione. Ma modernizzare un servizio segreto non significa democratizzarlo. Un’intelligence più professionale, tecnologica e militarizzata può essere perfino più efficace nel controllo della popolazione. Il punto allora non è stabilire se spariranno alcuni turbanti. È capire chi occuperà lo spazio politico lasciato libero dal loro arretramento.
La guerra rafforza chi possiede le armi
È uno dei paradossi prodotti dall’aggressione esterna. Trump e Netanyahu hanno dichiarato di voler indebolire la Repubblica islamica. Ma una guerra tende inevitabilmente ad aumentare l’importanza di chi controlla esercito, missili, intelligence, sicurezza interna e capacità di mobilitazione. Quando un Paese è sotto attacco, il militare diventa indispensabile, la sicurezza prevale sulla politica e il dissidente può essere trasformato più facilmente in sospetto collaboratore del nemico.
Non significa che gli iraniani abbiano improvvisamente cominciato ad amare la Repubblica islamica. Significa qualcosa di molto diverso: la guerra modifica i rapporti di forza all’interno di un Paese. E in Iran la forza organizzata che può approfittarne non è un’opposizione democratica dotata di strutture diffuse, giornali, sindacati liberi e partiti capaci di competere per il governo. Sono innanzitutto gli apparati che esistono già. Possiedono uomini, armi, denaro, intelligence e una catena di comando.
Non significa che gli iraniani abbiano improvvisamente cominciato ad amare il regime. Significa che la guerra modifica i rapporti di forza dentro un Paese. E che, mentre una parte della società iraniana continua ad allontanarsi culturalmente e materialmente dalla Repubblica islamica, gli uomini meglio organizzati per controllare quella società possono diventare ancora più potenti.
E se alla guerra si aggiunge lo strangolamento economico, il problema per il potere diventa doppio: difendersi dall’esterno e prevenire la rivolta all’interno. Il ritorno di Taeb ai Basij tiene insieme esattamente queste due paure.
È qui che il paradosso della guerra diventa concreto. Trump e Netanyahu hanno dichiarato di voler indebolire la Repubblica islamica, ma l’aggressione esterna offre agli apparati più duri una formidabile giustificazione per aumentare il proprio peso: quando il Paese è sotto attacco, il militare diventa indispensabile, la sicurezza prevale sulla politica e il dissidente può essere trasformato più facilmente in sospetto collaboratore del nemico.
Non è una nomina qualsiasi. I Basij sono la grande milizia volontaria legata ai Pasdaran che il potere iraniano ha utilizzato ripetutamente anche per reprimere le proteste interne. Richiamare Taeb proprio mentre guerra, sanzioni e inflazione stanno comprimendo le condizioni di vita significa prepararsi non soltanto al nemico esterno, ma anche alla possibilità che il malcontento torni nelle strade.
C’è un nome che racconta meglio di molti discorsi la direzione presa: Hossein Taeb. Religioso, uomo dei Pasdaran, comandante dei Basij durante la repressione seguita alle contestate elezioni presidenziali del 2009, è stato successivamente per circa tredici anni alla guida dell’intelligence dei Guardiani della rivoluzione. Ad agosto è tornato alla testa dei Basij.
Il ritorno dell’uomo della repressione
Donna, vita e libertà
Qui occorre distinguere realtà differenti che da fuori vengono troppo facilmente confuse sotto la parola «opposizione». C’è innanzitutto la rivoluzione sociale, culturale e perfino antropologica espressa da Donna, vita e libertà. Donne che rifiutano il velo obbligatorio, giovani che occupano diversamente gli spazi pubblici, uomini che non accettano più il controllo religioso sulla vita delle donne. Questa trasformazione non coincide necessariamente con un partito, un leader o un governo in esilio. È avvenuta nelle strade, nelle case, nelle università, nei rapporti personali.
Per questo l’indebolimento dell’autorità del clero può contenere persino un elemento positivo. Se un numero crescente di iraniani non riconosce più al religioso il diritto di stabilire come vestirsi, amare, studiare o vivere, la Repubblica islamica ha già perduto qualcosa che nessun missile può restituirle. Ma meno religione non significa automaticamente più libertà.
Per il sindacalista, il giornalista, lo studente organizzato, l’avvocato, l’intellettuale, l’attivista politico o chi tenta di costruire un’alternativa sociale al sistema, passare dal predominio dei religiosi a quello degli apparati militari può significare semplicemente incontrare un repressore diverso. E forse più efficiente. Donna, vita e libertà può continuare a trasformare profondamente la società anche senza conquistare il palazzo. Una vera opposizione politica e sociale ha invece bisogno di organizzazione, libertà di stampa, associazione, sindacato e possibilità di contendere il potere. Esattamente gli spazi che una militarizzazione dello Stato tende a restringere. È questa la distinzione che spesso manca guardando l’Iran da lontano: l’emancipazione di una società e la conquista democratica dello Stato non sono la stessa cosa.
Il principe che l’Occidente continua a vedere
Poi c’è Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che televisioni, conferenze internazionali e settori della politica occidentale continuano periodicamente a presentare come possibile protagonista dell’Iran del «giorno dopo». La sua visibilità, però, non deve essere confusa con la sua rappresentatività.
Non disponiamo di elementi affidabili per stabilire quale consenso reale abbia dentro l’Iran. Le rilevazioni indipendenti sono estremamente difficili e l’opposizione iraniana rimane frammentata. Proprio per questo è metodologicamente sbagliato trasformare l’esposizione mediatica occidentale di Pahlavi nella prova di una leadership riconosciuta dagli iraniani.
Un’inchiesta Reuters pubblicata a luglio ha raccontato qualcosa di molto meno trionfale: difficoltà nel costruire un’organizzazione di massa dentro l’Iran, incapacità di unificare un’opposizione profondamente divisa e malumori persino tra alcuni finanziatori della sua attività. Pahlavi contesta questa lettura e sostiene di avere allargato la propria coalizione.
È precisamente questo contrasto che interessa. Non abbiamo bisogno di trasformarlo né nel salvatore dell’Iran né in una caricatura. Basta osservare la sproporzione tra la gigantesca attenzione internazionale riservata al principe in esilio e l’assenza di prove altrettanto solide della sua capacità di organizzare e rappresentare politicamente la società iraniana.
La società che ha prodotto Donna, vita e libertà è infinitamente più complessa di una restaurazione dinastica preparata negli studi televisivi occidentali. Donne che sfidano l’obbligo del velo, studenti, lavoratori, sindacalisti, intellettuali, minoranze e oppositori della Repubblica islamica non diventano monarchici semplicemente perché detestano gli ayatollah.
Ed è proprio qui che la guerra produce il paradosso più pericoloso. Se l’opposizione civile e politica interna viene repressa, dispersa o costretta alla clandestinità mentre dall’esterno si accredita un’alternativa priva di una dimostrata struttura popolare nel Paese, alla caduta del vecchio potere potrebbero non arrivare né Pahlavi né la democrazia. Potrebbero arrivare quelli che possiedono già caserme, armi, intelligence, denaro e una catena di comando. I Pasdaran.
Adesso la guerra si chiama economia
Oggi Trump cambia arma. Dopo quasi sei mesi di una guerra che non ha prodotto il collasso annunciato del potere iraniano, Washington punta con sempre maggiore decisione sulla possibilità che l’economia riesca dove la forza militare non è riuscita.
Trump ha promesso una nuova offensiva economica contro Teheran. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato di una pressione senza precedenti e Washington minaccia conseguenze anche per Paesi, istituzioni e imprese che continueranno a mantenere rapporti economici con l’Iran. La strategia non riguarda quindi più soltanto Teheran. Inevitabilmente coinvolge Cina e altri interlocutori commerciali dell’Iran e rischia di trasformare ulteriormente una guerra regionale in un conflitto economico internazionale.
L’Iran, però, vive sotto sanzioni occidentali da decenni e nel tempo ha costruito reti commerciali, finanziarie e petrolifere destinate proprio ad aggirarle. La domanda rimane la stessa della guerra militare: chi paga?
Prima del generale c’è il frigorifero
L’inflazione iraniana ha raggiunto il 66 per cento in luglio e i prezzi alimentari sono cresciuti del 128 per cento. La svalutazione divora i salari, le industrie soffrono, le famiglie riducono i consumi. Reuters ha raccolto testimonianze di persone costrette a rinunciare o limitare persino alimenti che fino a poco tempo prima appartenevano alla dieta ordinaria.
Questi numeri rappresentano contemporaneamente il punto più debole della Repubblica islamica e la grande contraddizione della strategia americana. Le sanzioni vengono presentate come uno strumento destinato a colpire il regime, ma prima di raggiungere un generale dei Pasdaran attraversano il supermercato, la farmacia, il salario di un operaio, il frigorifero di una famiglia. L’impoverimento può produrre ribellione. Può però produrre anche dipendenza, paura e maggiore controllo sociale.
Le autorità iraniane temono apertamente che il deterioramento delle condizioni economiche possa provocare una nuova esplosione di protesta. Ed è qui che guerra esterna, crisi economica e sicurezza interna finiscono per incontrarsi: più aumenta il rischio sociale, maggiore diventa l’importanza degli apparati capaci di controllarlo.
Il cortocircuito è evidente. Washington pensa che più pressione significhi meno regime. Ma dentro l’Iran più pressione può significare anche più sicurezza, più repressione, più militari.
Due strategie per sopravvivere
Dentro la Repubblica islamica non esiste comunque una sola risposta. Il presidente Masoud Pezeshkian continua a sostenere che sia arrivato il momento di mettere fine alla guerra e difende la strada diplomatica. Altri settori dell’apparato insistono invece sulla capacità dell’Iran di resistere e sul costo che una nuova stretta americana avrebbe anche per gli avversari. Sono due strategie differenti per affrontare la stessa domanda: come sopravvivere.
Trump scommette che l’Iran cederà prima degli Stati Uniti e dei loro alleati. Teheran scommette di poter resistere abbastanza a lungo da rendere economicamente e politicamente insostenibile la pressione americana, mentre lo Stretto di Hormuz continua a ricordare al mondo quanto una crisi iraniana possa rapidamente trasformarsi in una crisi energetica globale.
Nel frattempo pagano gli iraniani. Ed è questo il punto che rischia di sparire ogni volta che si pronunciano con leggerezza le parole «regime change». Un regime non è un edificio che crolla dopo avergli tolto alcune colonne. È un sistema di apparati, interessi, eserciti, economie e relazioni sociali. Se si distrugge una parte senza sapere quale forza organizzata prenderà il suo posto, non necessariamente arriva quella che piace a noi.
In Iran il clero potrebbe davvero perdere una parte del proprio potere. Le donne potrebbero continuare a conquistare nella vita quotidiana libertà che nessun decreto ha concesso loro. La società potrebbe diventare sempre più distante dalla morale della Repubblica islamica. E contemporaneamente i Pasdaran potrebbero diventare più forti.
È questa la contraddizione che la guerra di Trump e Netanyahu ha reso ancora più evidente: si può tentare di indebolire una Repubblica islamica dall’esterno e contemporaneamente creare le condizioni nelle quali la componente più armata, organizzata e autoritaria del sistema diventa ancora più indispensabile.
Forse il clero sta perdendo l’Iran. Ma non è affatto detto che a guadagnarlo sia la democrazia.
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