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IL DITO E IL BLOCCO | Kallas fa la lezione, Washington tenta di chiudere i cieli all’Iran

Gli Stati Uniti colpiscono 27 compagnie aeree iraniane e minacciano chi continua a servirle. Ma gli aerei volano ancora. Intanto nel Sistan e Baluchistan altri scontri fanno sei morti.


Guardate la faccia del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi mentre Kaja Kallas gli punta il dito. Sembra uno che ascolta per educazione la lezioncina della maestrina sciocca. Lei pare convinta che alzare la voce con mezzo mondo sia una politica estera. Intanto sono gli Stati Uniti a tentare di decidere dove possano atterrare gli aerei iraniani.

Washington ha sanzionato 36 soggetti legati all’aviazione dell’Iran, tra cui 27 compagnie aeree. Secondo il Dipartimento del Tesoro, il settore viene usato anche per trasportare armi e personale militare. La stretta riguarda inoltre chi fornisce servizi ai vettori colpiti: dagli aeroporti al carburante, fino alla vendita dei biglietti. Per quelle imprese, la minaccia è l’esclusione dal sistema finanziario statunitense.

Kallas conosce la storia della violenza di Stato: sua madre fu deportata in Siberia ancora neonata, durante l’occupazione sovietica dell’Estonia. Da prima ministra estone è diventata una delle voci europee più dure contro Mosca e a favore del sostegno militare all’Ucraina. Dal dicembre 2024 guida la politica estera dell’Unione europea. Ma la sua intransigenza ebbe un momento imbarazzante nel 2023, quando si scoprì che una società di trasporti partecipata dal marito aveva continuato a lavorare su traffici commerciali legati alla Russia. Lui annunciò il ritiro dalla società. Non risultarono violazioni delle sanzioni; rimase la distanza fra il rigore chiesto agli altri e gli affari di casa.

Ora torniamo alle piste. Mercoledì 23 settembre, giorno di entrata in vigore delle nuove restrizioni americane, gli aerei iraniani continuavano a partire verso Cina, Thailandia, Turchia e altri Paesi. Dall’aeroporto internazionale Imam Khomeini di Teheran risultavano programmati 24 voli per Istanbul. Un velivolo della Mahan Air è arrivato a Guangzhou. Diverse compagnie straniere hanno sospeso i collegamenti con l’Iran, ma il blocco globale annunciato da Washington non si è materializzato tutto insieme. Dipenderà dalle scelte dei governi, degli aeroporti e delle imprese che assistono i voli.

La Thailandia, per esempio, ha detto di non aver ricevuto istruzioni governative per respingere voli iraniani conformi alle procedure internazionali. La Cina ha condannato le misure americane. Altri Paesi e vettori hanno interrotto i collegamenti. Sui tabelloni delle partenze si misura così qualcosa che nei comunicati diplomatici si vede meno: fin dove arriva il potere degli Stati Uniti e chi è disposto a sottrarsi alla loro pressione.

Nel frattempo, nel sud-est dell’Iran, sei persone sono morte durante uno scontro a Saravan, nella provincia del Sistan e Baluchistan. Secondo le Guardie rivoluzionarie, le vittime sono cinque uomini armati e un loro membro. La provincia, abitata in prevalenza da baluchi sunniti, è tra le più povere del Paese: alla violenza dei gruppi armati e alla repressione delle autorità si sommano disoccupazione, carenza d’acqua e proteste per lo sfruttamento delle risorse. Teheran attribuisce spesso i gruppi dissidenti a Stati Uniti e Israele; anche questa volta lo ha fatto senza presentare prove.

Non ci sono elementi per collegare gli scontri di Saravan alle sanzioni sui voli. Ma entrambe le notizie raccontano l’Iran di questi giorni: un Paese sottoposto alla pressione americana, attraversato da conflitti interni e governato da autorità che rispondono al dissenso anche con la forza.

Kallas e Araghchi si sono incontrati a margine dell’Assemblea generale dell’Onu. Parlarsi è necessario. Per capire però quale parte reciti oggi l’Europa, dopo aver guardato quel dito puntato conviene alzare gli occhi sui tabelloni degli aeroporti.



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