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IMPUNITÀ | A Gaza muoiono ancora i bambini, fuori si fanno affari. 1.358 morti dopo la tregua

Doveva essere il cessate il fuoco. Quasi un anno dopo, a Gaza si continua a morire.

Si muore ancora negli attacchi israeliani. Si muore negli edifici bombardati e rimasti in piedi abbastanza a lungo da diventare l’ultimo rifugio disponibile per chi una casa non ce l’ha più. Si continua a essere sfollati, a ricevere ordini di evacuazione, a vivere dentro una tregua che per migliaia di palestinesi non ha mai significato il ritorno alla normalità.

L’ultimo bilancio dell’Onu disponibile parla di 1.358 palestinesi uccisi e 4.541 feriti dalla tregua entrata in vigore il 10 ottobre 2025, sulla base dei dati del ministero della Salute di Gaza.

L’esercito israeliano riferisce quattro propri soldati uccisi nello stesso periodo. Il cessate il fuoco ha fermato i bombardamenti su larga scala. Non ha fermato la morte.

VIVERE DENTRO LE ROVINE

La fotografia più brutale è arrivata il 16 settembre da Gaza City.

Un edificio di sette piani, già gravemente danneggiato dai bombardamenti israeliani, è crollato mentre all’interno vivevano famiglie palestinesi. Il bilancio è salito a 21 morti, tra cui undici bambini e cinque donne.

Non erano tornate lì perché considerassero sicuro quel palazzo. Erano tornate perché non avevano un posto migliore dove andare.

Secondo la Protezione civile di Gaza, circa duemila edifici già danneggiati dai bombardamenti sono ancora abitati. Famiglie sfollate vi cercano riparo dal caldo, dal vento e dalla pioggia perché i rifugi sono insufficienti e mancano tende e sistemazioni alternative.

Middle East Eye racconta questa Gaza quasi un anno dopo la tregua: incursioni, attacchi, nuovi ordini di evacuazione, sfollamenti ripetuti e il timore che anche l’accesso al cibo possa tornare a precipitare.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani il 4 settembre ha sintetizzato la situazione con parole difficili da equivocare: quasi un anno dopo il cessate il fuoco, a Gaza nessun luogo e nessuna persona possono considerarsi al sicuro.

Soltanto tra il 28 agosto e il primo settembre, secondo l’Onu, ventiquattro palestinesi sono stati uccisi in attacchi israeliani. Quattro erano bambini.

QUARANTAMILA BOMBE

Ora spostiamo lo sguardo di qualche migliaio di chilometri. A Washington l’amministrazione Trump sta preparando una nuova vendita di munizioni a Israele per 2,8 miliardi di dollari. Il pacchetto comprende quarantamila bombe da duemila libbre, circa novecento chilogrammi ciascuna.

La vendita non è ancora definitivamente autorizzata: è sottoposta alla procedura di esame del Congresso. Ma il principale democratico della commissione Esteri della Camera, Gregory Meeks, ha già annunciato che non la sosterrà.

La ragione indicata da Meeks riguarda precisamente Gaza e il Libano: bombe di questa potenza utilizzate in zone densamente popolate pongono, secondo il deputato, gravi interrogativi sul rispetto del diritto internazionale. La sua opposizione, da sola, non è sufficiente a fermare l’operazione. Reuters ricorda inoltre che Donald Trump ha già utilizzato in passato procedure d’emergenza per accelerare forniture militari a Israele aggirando il normale esame del Congresso.

Da una parte, dunque, una popolazione che continua a vivere dentro edifici bombardati. Dall’altra, altre quarantamila bombe pesanti che potrebbero entrare nell’arsenale israeliano.

L’EUROPA COMPRA

Poi c’è l’Europa. Il 31 agosto Grecia e Israele hanno firmato l’accordo da circa tre miliardi di euro per lo “Scudo di Achille”, il sistema integrato di difesa antiaerea, antimissile e antidrone destinato alle forze armate greche. Lo abbiamo raccontato su Fotosintesi.info: missili, radar, sistemi antidrone e cooperazione tecnologica con l’industria israeliana.

Non è un episodio isolato. Nel 2025 le esportazioni militari israeliane hanno raggiunto il record di 19,2 miliardi di dollari. L’Europa ne ha assorbito il 36 per cento.

Nel frattempo la Germania approfondisce la cooperazione militare e industriale con Israele: acquisti di sistemi israeliani, test, partnership tecnologiche e progetti produttivi stanno rendendo sempre più intrecciate le rispettive industrie della difesa.

Questo non significa che ogni governo europeo condivida la politica israeliana a Gaza. Diversi Paesi hanno adottato o proposto sanzioni e restrizioni, soprattutto contro gli insediamenti in Cisgiordania. Nell’Unione europea rimangono divisioni profonde. Significa però che mentre si discute di come esercitare pressione su Israele, l’integrazione militare ed economica con Israele continua.

E IL MAROCCO APRE L’AMBASCIATA

Il 16 settembre è arrivato un altro segnale. Israele e Marocco hanno deciso di elevare le proprie rappresentanze diplomatiche ad ambasciate e di scambiarsi ambasciatori. Rabat aveva avviato la normalizzazione delle relazioni con Israele nel 2020 nell’ambito degli Accordi di Abramo promossi dagli Stati Uniti. Sei anni dopo, e dopo la distruzione di Gaza, quella relazione non arretra. Si rafforza.

Sono previsti anche il ripristino dei voli diretti e nuovi passi nella cooperazione economica. È un particolare importante perché racconta un’altra parte della risposta alla domanda che accompagna Gaza dall’inizio della guerra: perché nessuno riesce a fermare Israele?

Forse bisogna cominciare a rovesciare la domanda. Gli strumenti per esercitare pressione esistono. Embargo sulle armi, sospensione di accordi, restrizioni commerciali, sanzioni, cooperazione militare, investimenti, rapporti diplomatici. Alcuni Stati hanno cominciato a utilizzarne una parte. Altri continuano invece ad approfondire le proprie relazioni con Israele.

LA GUERRA DOPO LA GUERRA

Non esiste un’unica spiegazione. E sarebbe troppo semplice sostenere che quarantamila bombe americane, tre miliardi greci o un’ambasciata marocchina siano la causa di ciò che accade oggi a Gaza.

Raccontano però il contesto nel quale accade. Israele non è un Paese isolato dalla comunità internazionale mentre conduce le proprie operazioni militari. Continua a ricevere armamenti, a vendere tecnologia militare, a concludere contratti miliardari e ad ampliare alcune relazioni diplomatiche.

Intanto a Gaza la tregua conta già 1.358 morti. E alcune famiglie tornano a vivere nei palazzi bombardati perché non hanno altro posto dove dormire. Forse è questa l’immagine che tiene insieme tutto. Da una parte un edificio che non regge più e crolla sulle persone che vi hanno cercato rifugio. Dall’altra governi che discutono, comprano, vendono, firmano. La guerra è ufficialmente cessata. Gli affari no.


FONTI PRINCIPALI

  • Onu/Ocha, Humanitarian Situation Report, 11 settembre 2026.
  • Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, 4 settembre 2026.
  • Reuters, 15-16 settembre 2026: Gaza e proposta statunitense di vendita di munizioni a Israele.
  • Reuters, 16 settembre 2026: Israele e Marocco elevano le relazioni diplomatiche.
  • Middle East Eye: “Reliving war: One year after ceasefire, killing and displacement persist in Gaza”.
  • Ministero della Difesa israeliano: dati sulle esportazioni militari 2025 e accordo Grecia-Israele per lo Scudo di Achille.


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