Attualità

L’INCHIESTA | Televisione: cambiano i canali, ma non cambiano le facce di bronzo

Perde spettatori ma continua a decidere una parte importante di ciò di cui parliamo. Cronaca nera trasformata in serial, opinionisti che migrano da uno studio all’altro, politici moltiplicati dall’esposizione e intere parti del mondo quasi invisibili. Intanto l’Italia scivola al 56° posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa. Viaggio dentro una televisione che cambia schermo molto più rapidamente di quanto cambi linguaggio.


Accendi la televisione alle nove del mattino e trovi Garlasco. La riaccendi all’ora di pranzo e c’è Garlasco. Alle due cambia il conduttore, ma non necessariamente la storia. Nel pomeriggio arrivano un avvocato, un criminologo, un giornalista e l’inviato davanti a una casa. Alle otto il caso ricompare nel telegiornale. In prima o seconda serata può esserci ancora Garlasco.

Il giorno dopo magari è emersa un’impronta. Quello successivo un’intercettazione. Poi uno scontrino, una fotografia, un testimone, un avvocato che smentisce l’altro avvocato e naturalmente la «svolta», la «rivelazione», «quello che non torna», il dettaglio che «potrebbe cambiare tutto».

È informazione, certo. Ma quando un singolo fatto di cronaca attraversa mattina, pomeriggio, telegiornali, talk e prima serata, occupando ore e ore dello spazio disponibile, bisogna cominciare a chiedersi non soltanto cosa la televisione ci stia raccontando, ma soprattutto che cosa ci impedisca di vedere mentre ce lo racconta.

Perché mentre si costruisce il plastico della villetta, si cerca la nuova impronta e si manda per la ventesima volta la stessa immagine, da qualche parte continua la vita reale.

Una famiglia fa i conti con una spesa che non riesce più a sostenere, e quella ogni tanto diventa una notizia da servizio di costume. Ma molto più raramente si entra davvero nel modo in cui stanno cambiando le persone. Perché tanti bevono troppo. Come nasce un’incapacità di sentire l’altro. Come si forma l’affettività nei primi anni di vita e cosa accade quando qualcosa non si forma. Cosa succede dentro una casa prima che una relazione diventi violenta. Come pensa, o meglio come arriva a deformare il proprio pensiero, un uomo che considera una donna qualcosa da possedere. Quali alleanze con dipendenze psicologiche, ricatti e assenza di reti di sostegno possono stringersi intorno a una vittima senza che nessuno se ne accorga.

Ed è già qui che il discorso cambia. Perché la televisione ama il momento in cui tutto esplode. Molto meno ciò che viene prima.

È più semplice raccontare il ragazzo che brandisce un coltello in una strada o in una scuola, mostrarne le immagini e discutere per mezz’ora di sicurezza, piuttosto che domandarsi quale storia personale ci sia dietro quel gesto, quale sofferenza, quale isolamento e soprattutto se quella persona abbia bisogno di essere presa in carico prima che diventi un fatto di cronaca. Non si tratta di assolvere nessuno né di trasformare ogni comportamento violento in una diagnosi a distanza. Si tratta di fare informazione fino in fondo, andando oltre il gesto visibile per cercare ciò che lo ha preceduto.

La stessa cosa vale per un materasso buttato in mezzo alla strada. In televisione può diventare il simbolo del degrado. Ma chi l’ha lasciato lì? Perché? Quanto costa smaltirlo? Funziona la raccolta dei rifiuti ingombranti? In quel quartiere esistono servizi pubblici, spazi comuni, relazioni fra le persone? Il degrado è cominciato col materasso o il materasso è semplicemente l’ultima immagine di qualcosa che viene da molto prima?

È questa la parte di realtà che la televisione racconta poco. Quello che succede dentro le quattro mura delle case e delle classi scolastiche, dentro i reparti degli ospedali, nelle carceri, nei Cpr, nelle fabbriche e nei magazzini, nei campi agricoli, nei dormitori, negli uffici pubblici. Persino nelle buvette dei palazzi della politica o nei piccoli municipi dove magari si trova tempo, soldi e attenzione per organizzare la processione di San Tommaso e molto meno per capire chi, a poche centinaia di metri, vive una condizione di isolamento, povertà, disagio o abbandono.

Non è folclore contro welfare. È una questione di priorità e soprattutto di sguardo. La vita reale quasi mai esplode tutta insieme. Si forma lentamente. Sta nelle relazioni, nei comportamenti, nelle parole dette in famiglia, nel modo in cui un bambino viene guardato o ignorato, nel rapporto fra uomini e donne, nella solitudine di un adolescente, nel lavoro che consuma il corpo, nella scuola che non riesce a vedere chi sta scomparendo, nella cella sovraffollata, nel migrante rinchiuso in un centro di permanenza, nel bracciante che lavora dodici ore e torna in una baracca. È lì che si formano molte delle storie che un giorno, quando finalmente esplodono, diventano cronaca.

La televisione, invece, arriva spesso alla fine. Arriva quando c’è il coltello, non quando per anni si è costruita l’incapacità di avere rapporti umani. Arriva quando c’è il femminicidio, non quando un uomo comincia a concepire l’amore come possesso e una donna si ritrova progressivamente isolata. Arriva quando un ragazzo picchia un compagno o un professore, non quando nella sua storia scolastica e familiare compaiono da tempo segnali che nessuno ha saputo leggere. Arriva quando qualcuno si suicida in carcere, non mentre passa ventidue ore al giorno chiuso in una cella. Arriva quando scoppia la rivolta nel Cpr, non durante i mesi di attesa, impotenza e sospensione della vita che l’hanno preceduta.

La cronaca racconta l’esplosione. Molto meno spesso racconta la miccia.

Ed è qui che l’industria del giallo diventa qualcosa di più grave di una cattiva abitudine televisiva. Diventa una forma di depistaggio informativo. Non perché le notizie siano false e neppure perché qualcuno abbia necessariamente deciso di nascondere altro. Il depistaggio sta nella sproporzione. Se per giorni milioni di persone vengono portate a discutere di una traccia biologica, di una bicicletta, di un’impronta o di ciò che un testimone avrebbe visto vent’anni fa, quelle stesse ore non vengono utilizzate per capire come stiamo vivendo oggi.

Il caso Garlasco permette di osservare questo meccanismo quasi al microscopio. Nel corso del 2026 lo abbiamo ritrovato, con modalità e intensità diverse, in Mattino Cinque, Storie Italiane, Ore 14, La Vita in Diretta, Dentro la Notizia, Ignoto X, Chi l’ha visto?, Quarto Grado, Zona Bianca, oltre naturalmente ai telegiornali e ai canali all news. Il 25 settembre Quarto Grado ha catalogato circa novantacinque minuti della propria trasmissione sotto il titolo «Garlasco, ultima ora».

Novantacinque minuti dedicati a un solo caso.

Non stiamo sostenendo che quella vicenda non abbia rilevanza giudiziaria o giornalistica. Ne ha. Stiamo parlando della proporzione. Il Garante per la protezione dei dati personali, nel maggio 2026, è arrivato a parlare proprio a proposito di Garlasco di una «continua e morbosa spettacolarizzazione», richiamando i media all’essenzialità dell’informazione e alla dignità delle persone coinvolte.

La cronaca nera possiede del resto tutte le caratteristiche industrialmente desiderabili della serialità televisiva. Ha protagonisti riconoscibili, vittime, sospetti, antagonisti, investigatori, avvocati, misteri, attese, colpi di scena, immagini d’archivio riutilizzabili e soprattutto una quantità pressoché inesauribile di persone che possono essere invitate in studio a commentare. Costa incomparabilmente meno di una fiction o di un grande spettacolo e permette di riempire ore di palinsesto.

È quella che abbiamo chiamato industria del giallo. Un’industria che non produce soltanto programmi, ma anche una determinata percezione della realtà.

Se ogni pomeriggio il Paese appare come una sequenza di omicidi, sparizioni, aggressioni e misteri, alla fine il mondo che arriva dallo schermo sembra inevitabilmente più nero e minaccioso di quello descritto dalle statistiche complessive. Ed è anche più semplice politicamente. Perché davanti al coltello possiamo discutere di repressione, pene, polizia e telecamere. Capire perché un ragazzo sia arrivato a impugnarlo costringe invece a parlare di scuola, famiglie, servizi territoriali, salute mentale, povertà educativa, relazioni umane. Richiede tempo, competenze e soprattutto l’accettazione che quasi nulla di ciò che accade agli esseri umani nasce improvvisamente.

Ma la cronaca nera non è l’unico meccanismo che restringe lo sguardo. C’è poi chi viene chiamato a spiegarci tutto questo.

Qui il problema sembra più innocente. Paolo Mieli, Corrado Augias, direttori, editorialisti, economisti, medici, criminologi, generali e professori vengono invitati perché conoscono il mezzo, sanno parlare e spesso possiedono competenze reali. Ma la questione non è stabilire se siano bravi. È chiedersi quanti altri non vedremo mai perché continuiamo a vedere loro.

Renzo Arbore apparteneva a una Rai che considerava parte del mestiere televisivo andare a cercare fuori dagli studi persone che il pubblico ancora non conosceva. Musicisti, attori, comici, autori, strani personaggi, giovani creativi. Quella televisione aveva molti difetti, ma conservava una funzione fondamentale: scoprire.

Oggi sembra prevalere il principio opposto. Se una persona funziona in televisione, la si richiama. Poi la chiama un’altra rete. Poi un altro programma. Nasce così il pendolare dell’opinione, che finisce per essere invitato non soltanto quando possiede una competenza precisa, ma perché è diventato un volto capace di funzionare televisivamente.

La nostra prima rilevazione, ancora campionaria, è interessante proprio perché non conferma la caricatura secondo cui esisterebbero soltanto dieci ospiti. A Otto e Mezzo, fra il 14 e il 29 settembre, abbiamo contato 34 presenze e 29 persone differenti. Nelle prime tre puntate stagionali di diMartedì abbiamo contato invece 67 presenze nominali per 49 persone, con sette ospiti presenti in tutte e tre. Quando però si cominciano a incrociare i programmi appare un nucleo di nomi che attraversano trasmissioni, fasce e talvolta reti diverse.

Ed è qui che il problema smette di essere semplicemente televisivo e diventa una questione di democrazia culturale.

Una democrazia non consiste soltanto nel poter parlare. Consiste anche nella possibilità concreta che idee, esperienze, generazioni e competenze diverse raggiungano lo spazio pubblico. Se la porta rimane presidiata da persone che si conoscono già, provengono dalle stesse grandi testate, dalle stesse università, dagli stessi circuiti politici ed editoriali, il numero degli ospiti può essere elevatissimo e il pluralismo culturale restare povero.

Cento ospiti non significano cento mondi.

Un ottantenne può avere un pensiero molto più nuovo di un quarantenne. Non è quindi una battaglia contro l’età. La televisione non diventa vecchia perché invita persone anziane. Diventa vecchia quando non va più a cercare ciò che ancora non conosce.

Dove sono i giovani ricercatori italiani che passano le giornate nei laboratori? I medici che lavorano nei reparti? Gli insegnanti che vedono ogni mattina trenta adolescenti entrare in classe? Gli educatori delle carceri, gli operatori dei Cpr, gli infermieri, gli agronomi, i piccoli imprenditori, i braccianti, gli psicologi, gli urbanisti, gli archeologi, i giovani storici, i nuovi scrittori, gli artisti che stanno inventando qualcosa senza avere ancora milioni di follower?

Un Paese di quasi sessanta milioni di persone non può essere raccontato sera dopo sera da qualche centinaio di facce. Non è soltanto noioso. È una mutilazione della democrazia culturale, perché la televisione dovrebbe essere anche il luogo nel quale una società scopre di avere pensieri, storie e persone che ignorava di possedere. Se invece riconosce soltanto chi è già riconoscibile, smette di esplorare il Paese e comincia a riprodurre sé stessa.

E quando questo meccanismo entra nella politica, il problema diventa ancora più delicato.

Abbiamo cominciato a osservare, per esempio, la presenza televisiva di Roberto Vannacci. Nel solo mese di settembre il suo nome, le sue iniziative e il fenomeno politico che rappresenta compaiono ripetutamente in Otto e Mezzo, In Onda, L’Aria che Tira, Piazzapulita, Quarta Repubblica, È sempre Cartabianca, telegiornali e all news. Non significa che quelle trasmissioni lo sostengano. Spesso accade l’opposto. Ma per diventare protagonista dell’agenda non occorre che parlino bene di te. Occorre che parlino di te.

È uno dei meccanismi conosciuti dagli studi sull’agenda setting: i media non decidono automaticamente ciò che il pubblico penserà, ma contribuiscono potentemente a stabilire di cosa penserà. Criticare incessantemente una figura politica può quindi produrre un paradosso: contestarne le idee e contemporaneamente ampliarne la presenza pubblica.

Poi allarghi ancora lo sguardo e scopri che il problema non riguarda soltanto chi entra in studio. Riguarda anche quali pezzi di mondo entrano nello schermo.

Nel nostro primo campione ricorrono continuamente Stati Uniti, Ucraina, Russia, Unione europea, Israele, Palestina e Gaza. Il Libano appare più raramente. La Siria emerge soprattutto quando incrocia Israele, Russia, Turchia o jihadismo. Poi il cono di luce diventa sempre più stretto. Somalia, Bangladesh, Nepal, Cuba riescono molto più difficilmente a conquistare uno spazio stabile, salvo una catastrofe o un collegamento diretto con l’Italia o con una delle grandi potenze.

Non abbiamo ancora trasformato questa osservazione in una graduatoria statistica completa, quindi non sarebbe serio spacciarla per tale. Ma la domanda esiste ed è difficile evitarla: quanto mondo scompare perché continuiamo a raccontarne sempre la stessa parte?

In Somalia possono morire decine di persone e la notizia attraversare velocemente lo schermo. Un nuovo particolare di un delitto italiano può produrre ore di programmazione. È una scelta editoriale anche quando nessuno la percepisce più come una scelta.

E anche quando una guerra riesce a entrare stabilmente nell’inquadratura, non tutte vengono raccontate dentro la stessa cornice.

Il confronto fra Russia e Israele è istruttivo proprio perché i due casi non sono sovrapponibili. Dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022, la Russia è stata sottoposta a un isolamento politico, economico, sportivo e culturale molto ampio. FIFA e UEFA hanno escluso nazionali e club russi dalle competizioni e l’Unione europea ha costruito negli anni una lunga successione di pacchetti sanzionatori contro energia, finanza, imprese, persone ed entità russe.

Con Israele la risposta occidentale è stata molto più circoscritta. L’Unione europea ha sanzionato singoli coloni estremisti e alcune organizzazioni,  ma non è scattato un isolamento generale paragonabile a quello applicato alla Russia. Israele continua a partecipare alle competizioni sportive europee e a rimanere pienamente inserito in numerosi circuiti culturali e istituzionali occidentali.

Di fronte alla Russia, una parte consistente dell’Occidente ha sostenuto che sport, cultura, economia e politica non potessero essere separati dalla responsabilità dello Stato. Nel caso israeliano quello stesso principio è stato applicato in maniera assai più limitata. Anche questa differenza entra nel racconto televisivo, perché il problema non è soltanto quante volte pronunciamo Ucraina o Gaza, ma con quale cornice le pronunciamo. Nel caso russo sanzioni, isolamento e responsabilità collettiva sono entrati rapidamente a far parte del linguaggio ordinario dell’informazione. Nel caso israeliano prevalgono molto più spesso la prudenza diplomatica, le responsabilità individuali e la separazione fra le scelte del governo e la presenza di Israele nello sport, nella cultura e nelle relazioni economiche.


La televisione, dunque, non seleziona soltanto le notizie. Seleziona anche il metro con cui ci abituiamo a leggerle. A questo punto il problema non riguarda più soltanto qualche cattivo programma o qualche opinionista troppo presente. Riguarda la qualità complessiva dell’ambiente informativo italiano.



Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters sans frontières l’Italia è scesa al 56° posto su 180 Paesi, con 65,16 punti. Nel 2025 era 49ª con 68,01. Sette posizioni perse in un anno. Nell’indicatore sociale è 77ª, in quello economico 58ª e in quello politico cinquantesima. RSF segnala minacce della criminalità organizzata e di gruppi estremisti, Slapp e ostacoli al lavoro giornalistico nella copertura delle vicende giudiziarie.

Non è una graduatoria sulla bravura dei giornalisti italiani. Misura le condizioni nelle quali il giornalismo può svolgere liberamente la propria funzione. Ma proprio per questo va presa sul serio.

Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute aggiunge un dato che forse racconta il risultato finale meglio di tante classifiche: soltanto il 32 per cento degli italiani dichiara di fidarsi generalmente delle notizie, mentre il 36 per cento afferma di evitarle almeno qualche volta. La televisione continua inoltre a rappresentare il 73 per cento dei ricavi dei media tradizionali e Rai, Sky e Mediaset raccolgono insieme il 69 per cento dei ricavi televisivi.

Libertà di stampa, pluralismo e qualità dell’informazione non sono la stessa cosa. Si può essere formalmente liberi di parlare e avere pochissimo spazio per far arrivare idee nuove. Si possono avere decine di canali e ritrovare continuamente le stesse persone. Si possono avere centinaia di ore di informazione e raccontare pochissimo della vita reale. Si può avere pluralismo partitico e contemporaneamente una povertà enorme di pluralismo culturale.

Ed è forse proprio questo il paradosso della televisione italiana. Sta cambiando tutto ciò che ha intorno. Lo schermo, le piattaforme, lo streaming, i social, le clip, gli smartphone, persino i sistemi utilizzati per misurare gli ascolti. Eppure dentro la programmazione continuano a funzionare il contenitore del mattino, il cuoco a mezzogiorno, il delitto nel pomeriggio, il quiz prima di cena, il tavolo degli opinionisti, il politico trasformato in personaggio, il criminologo, l’avvocato e l’esperto visto il giorno prima su un altro canale.

La televisione è diventata digitale. Non è detto che sia diventata contemporanea. Arbore andava a cercare persone che nessuno conosceva. Oggi troppo spesso sembra che uno dei requisiti per apparire in televisione sia esserci già stato.

Forse una televisione comincia davvero a diventare vecchia non quando mostra le rughe, ma quando perde la curiosità. Quando smette di cercare la persona sconosciuta, il pensiero che non è ancora stato addestrato ai quaranta secondi disponibili, la storia che non contiene un delitto, lo scienziato senza ufficio stampa, il musicista senza milioni di follower, il bambino che sta crescendo male prima che diventi un titolo di cronaca, la donna che vive una relazione distruttiva prima che arrivi il femminicidio, il detenuto prima del suicidio, il migrante prima della rivolta, il lavoratore prima dell’incidente, il quartiere prima che il materasso abbandonato venga ripreso come immagine del degrado.

Informare non dovrebbe significare arrivare quando tutto è già esploso. Dovrebbe significare anche avere abbastanza curiosità, cultura e coraggio per raccontare ciò che sta accadendo mentre ancora nessuno lo sta guardando.



Fonti principali consultate: AGCOM; Censis; Reporters sans frontières; Reuters Institute for the Study of Journalism; Garante per la protezione dei dati personali; Commissione europea; Consiglio dell’Unione europea; UEFA; archivi ufficiali Rai, Mediaset e La7; Auditel.


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