Prima viene trovato un drone carico di esplosivo vicino all’aeroporto di Lipsia. Poi Berlino indica la Russia come responsabile. Kaja Kallas parla di terrorismo sponsorizzato da uno Stato. Infine Ursula von der Leyen spiega agli europei che devono abituarsi: questa è la «nuova normalità». Tutto in poche settimane, con un’accelerazione impressionante nelle ultime ore. La guerra, insomma, non sarebbe più soltanto quella combattuta in Ucraina. Sarebbe già entrata nelle nostre città, negli aeroporti, nelle reti informatiche, nelle fabbriche, nelle infrastrutture. E quando una guerra è già arrivata a casa tua, discutere se sia opportuno spendere centinaia di miliardi per armarsi diventa improvvisamente molto più difficile.
Il drone di Lipsia esiste. Aveva esplosivo e detonatore e, secondo le autorità tedesche, l’operazione è riconducibile alla Russia. Sono stati individuati due sospetti che gli investigatori collegano all’intelligence russa. Mosca nega. L’Unione europea ha assunto l’attribuzione tedesca e prepara nuove misure contro la Russia.
Fotosintesi.info non possiede un servizio segreto e quindi non può stabilire ciò che un giornalista non può verificare autonomamente. Possiamo però distinguere una prova pubblicamente verificabile da un’attribuzione di intelligence. Non significa sostenere che Berlino menta. Significa ricordare che «lo dice il governo tedesco» e «è stato dimostrato pubblicamente» sono due frasi diverse. Sembra una pignoleria. Non lo è affatto.
DAL SOSPETTO ALLA CERTEZZA
L’Europa sostiene da tempo di essere bersaglio di una campagna russa di guerra ibrida fatta di sabotaggi, cyberattacchi, interferenze politiche, incendi, violazioni dello spazio aereo e manipolazione dell’informazione. Non è una fantasia nata ieri. Rapporti occidentali raccolgono numerosi episodi attribuiti a Mosca e descrivono servizi russi diventati più aggressivi dopo l’invasione dell’Ucraina. La stessa Unione europea elenca cyberattacchi, sabotaggi, ordigni incendiari sugli aerei, danneggiamenti dei cavi sottomarini, tentativi di assassinio e interferenze straniere.
Dunque Vladimir Putin non ha bisogno che gli inventiamo un curriculum. La Russia ha invaso l’Ucraina, conduce operazioni clandestine e combatte contemporaneamente sul terreno militare, diplomatico, economico e informativo. Il Cremlino fa politica di potenza e la fa con pochi scrupoli. Proprio per questo non serve attribuirgli anche quello che non è ancora provato.
A Colleferro il meccanismo si è visto bene. Il 13 agosto esplode un reparto dello stabilimento Knds Ammo Italy, ex Simmel Difesa, che produce munizioni di medio e grosso calibro, alcune destinate anche all’Ucraina. L’inchiesta viene aperta per disastro colposo. Pochi giorni dopo compare sui giornali la pista del sabotaggio russo, alimentata anche dall’insolito attivismo di account e bot filorussi attorno all’incidente. Il ministro della Difesa Guido Crosetto deve però frenare: al governo non risulta nulla di diverso da «un problema interno».
La Russia potrebbe essere responsabile e domani potrebbe emergere una prova che oggi non conosciamo. Ma quella prova, al momento, non è pubblica. Nel nuovo clima europeo basta però la possibilità perché la parola Russia entri nel titolo. Il sospetto acquista così una vita politica propria, anche mentre l’indagine continua.
L’INDUSTRIA CHE CAMBIA MESTIERE
Nel frattempo l’Europa si arma davvero. Non metaforicamente.
Il programma Readiness 2030, nato come ReArm Europe, punta a mobilitare fino a ottocento miliardi di euro per la difesa. Circa seicentocinquanta miliardi dovrebbero derivare dallo spazio fiscale concesso agli Stati per aumentare la spesa militare, mentre altri centocinquanta miliardi arrivano attraverso Safe, lo strumento europeo di prestiti destinato fra l’altro a missili, droni e sicurezza informatica.
Non siamo quindi davanti soltanto a una politica estera. Stiamo costruendo anche una politica industriale.
Il caso tedesco è quasi didascalico. Rheinmetall, uno dei grandi gruppi industriali della Germania, nel giugno scorso ha firmato la vendita delle proprie attività civili automotive. Nel comunicato dell’azienda non occorre interpretare molto: la cessione rappresenta una tappa della trasformazione strategica del gruppo, che intende concentrarsi sul mercato militare e della sicurezza.
Anche i droni sono diventati un mercato enorme. Leonardo e la turca Baykar hanno costituito Lba Systems, partecipata al cinquanta per cento ciascuna e con sede in Italia, per progettare e produrre sistemi aerei senza pilota. Le due società stimano che nei prossimi dieci anni il mercato europeo di caccia senza pilota, droni armati da sorveglianza e sistemi deep strike possa valere cento miliardi di dollari.
Non occorre immaginare una riunione segreta nella quale industriali, generali e presidenti decidano di inventare una guerra. È molto più semplice: la difesa sta diventando un settore sul quale governi e imprese costruiscono investimenti, occupazione, tecnologia, bilanci pubblici e prospettive di crescita. Quando un’economia comincia a organizzarsi attorno a una minaccia, quella minaccia non è più soltanto un problema di politica estera. Diventa una variabile economica.
I DUECENTODIECI MILIARDI
Poi ci sono i soldi. Quelli veri. Nell’Unione europea sono immobilizzate riserve russe per oltre duecento miliardi di euro, concentrate soprattutto presso Euroclear in Belgio. Da tempo diversi governi vorrebbero utilizzare quei capitali, direttamente o attraverso meccanismi finanziari costruiti su di essi, per sostenere l’Ucraina.
La questione non è semplice. Trasformare il congelamento di beni sovrani nella loro disponibilità permanente apre problemi giuridici, finanziari e diplomatici enormi. Euroclear è già coinvolta in procedimenti avviati dalla Banca centrale russa. Ma soprattutto Kiev ha bisogno di denaro.
L’Unione ha predisposto novanta miliardi di sostegno per il 2026 e il 2027, quarantacinque miliardi per ciascun anno. Non è corretto quindi dire che senza i soldi russi domani mattina l’Ucraina smetterà di combattere. Europa, Stati Uniti e altri alleati possono continuare a finanziarla assumendosi direttamente il costo.
Il problema è precisamente questo: devono trovare i soldi.
E devono trovarli mentre finanziano contemporaneamente il proprio riarmo, aumentano la produzione militare e cercano di sostenere economie europee che crescono poco, convincendo le opinioni pubbliche ad accettarne le conseguenze sui bilanci. A quel punto quei duecentodieci miliardi congelati a Bruxelles diventano tremendamente interessanti.
NON SERVE UNA FALSE FLAG
Qui bisogna fermarsi prima di precipitare nella parte più comoda della storia.
Non abbiamo elementi per sostenere che Lipsia sia una false flag o che i governi europei inventino sabotaggi allo scopo di impossessarsi delle riserve russe. Sarebbe curioso criticare la propaganda sostituendola con una propaganda di segno opposto. Abbiamo però tutto il diritto di pretendere prove.
La storia occidentale dovrebbe averci vaccinato almeno contro l’idea che un’affermazione dell’intelligence diventi vera semplicemente perché proviene dalla nostra parte. Nel 2003 le armi di distruzione di massa irachene furono presentate come una minaccia reale. L’inchiesta Chilcot avrebbe poi ricostruito intelligence difettosa, fonti inaffidabili e valutazioni trasformate nel discorso politico in certezze molto maggiori di quanto permettessero le informazioni disponibili.
Non significa che ogni intelligence sia falsa perché quella sull’Iraq fu disastrosa. Significa che bisogna verificarla.
LA NUOVA NORMALITÀ
Oggi Ursula von der Leyen ha definito Lipsia una nuova escalation e ha spiegato che gli europei devono fare i conti con una «nuova normalità». Mark Rutte parla di una Russia sempre più spericolata. Kaja Kallas colloca l’episodio nel territorio del terrorismo sponsorizzato da uno Stato. L’Unione prepara altre sanzioni.
Le parole hanno conseguenze. Se siamo già sotto attacco, ottocento miliardi per la difesa smettono progressivamente di apparire come una scelta economica e politica sulla quale dividersi e diventano protezione. Una fabbrica di munizioni diventa un possibile fronte, chi contesta l’aumento delle spese militari rischia di apparire irresponsabile prima ancora che le sue ragioni vengano discusse e utilizzare le risorse finanziarie del Paese aggressore può sembrare non più una controversa decisione giuridica, ma la risposta naturale di chi si sta difendendo.
È qui che droni, miliardi e industria bellica finiscono nella stessa fotografia. Non perché abbiamo trovato la prova di una regia. Ma perché gli incentivi cominciano a convergere.
Kiev ha bisogno di armi e denaro. L’industria militare europea ha davanti un mercato gigantesco. I governi hanno scelto il riarmo. Bruxelles deve finanziarlo. I beni russi sono già immobilizzati. E contemporaneamente all’opinione pubblica europea viene spiegato che il nemico non è più soltanto oltre il confine ucraino: può essere sopra un aeroporto tedesco, dentro una rete informatica, accanto a una fabbrica. Non serve che qualcuno telefoni agli altri.
IL GIORNO IN CUI QUALCUNO SBAGLIERÀ
Rimane una questione ancora più grave dei soldi.
La guerra ibrida rende deliberatamente opaco il confine tra incidente, provocazione e aggressione. Se a questa opacità aggiungiamo una politica che tende a individuare rapidamente il responsabile, il margine per correggere un errore si restringe.
Un drone può davvero essere russo. Un sabotaggio può essere ordinato da Mosca. Un servizio occidentale può possedere informazioni che non può rendere pubbliche. Ma un radar può anche sbagliare. Un drone può perdere la rotta. Un gruppo autonomo può agire senza ordini. Un’informazione dei servizi può rivelarsi falsa. Un governo può interpretarla male. Una risposta pensata come proporzionata può essere letta dall’altra parte come l’inizio di qualcosa di diverso. E qualcuno può morire.
A quel punto serviranno governanti capaci di fermarsi proprio mentre giornali, opinioni pubbliche, apparati militari e alleati chiederanno loro di andare avanti. La Russia può essere aggressiva, autoritaria, cinica e perfettamente capace di condurre una guerra ibrida contro l’Europa. Tutto questo non obbliga gli europei a diventare creduloni.
Tra considerare Putin un innocente perseguitato e vedere Putin dietro ogni drone, incendio o elezione esiste ancora un luogo.
Una volta lo chiamavamo dubbio. Nel giornalismo era considerato persino un pregio.
SIAMO VECCHIA STAMPA
Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta. Fotosintesi.info è gratuito e non dipende da partiti. Se vuoi sostenerci: serviziofotosintesi@gmail.com
CONDIVIDERE È INFORMARE
I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi, integralmente o in parte, a condizione che siano indicati l’autore e la fonte Fotosintesi.info.







