Ambiente

NUCLEARE | Non abbiamo ancora smaltito il vecchio. Ma il governo prepara già il nuovo

Scorie senza deposito definitivo, smantellamenti ancora in corso, costi, tempi e rischi. E adesso il cambiamento climatico mette in discussione anche l’affidabilità delle centrali.


L’Italia ha chiuso la stagione delle centrali nucleari più di trent’anni fa, ma non ha ancora chiuso il conto. Sogin, la società pubblica incaricata del decommissioning, indica al 31 dicembre 2025 un avanzamento complessivo dello smantellamento del 47,7 per cento. Sono ancora in lavorazione le quattro centrali di Trino, Caorso, Latina e Garigliano, cinque impianti del ciclo del combustibile e il reattore di ricerca Ispra-1.

Resta soprattutto irrisolto il nodo del Deposito nazionale. La localizzazione non è ancora definitiva e nei depositi temporanei continuano a essere custoditi rifiuti radioattivi destinati, insieme a quelli che arriveranno dallo smantellamento e dalle attività mediche, industriali e di ricerca, a una struttura che secondo Sogin dovrà accogliere circa 98 mila metri cubi di materiali: circa 84 mila a molto bassa e bassa attività e circa 14 mila a media e alta attività.

Prima di produrre nuove scorie, dunque, c’è una domanda elementare: dove mettiamo definitivamente quelle che abbiamo già?

IL GOVERNO PREPARA IL RITORNO

Nel frattempo il percorso politico è già partito. La Camera ha approvato il 4 giugno 2026 il disegno di legge governativo sulla «energia nucleare sostenibile». Al Senato, dove il provvedimento è l’A.S. 1924, la Commissione Ambiente ha concluso l’esame il 22 luglio e ha dato mandato ai relatori di riferire in Aula sul testo approvato dalla Camera.

Non è ancora il via libera a una centrale. È una legge delega: se sarà approvata definitivamente, il Governo avrà dodici mesi per adottare uno o più decreti legislativi e costruire un quadro normativo organico dell’intero ciclo di vita dell’energia nucleare. Dentro ci sono impianti, autorizzazioni, sicurezza, combustibile, smantellamento e rifiuti. In altre parole, l’architettura legislativa necessaria a rendere nuovamente possibile il nucleare italiano.

TEMPI E COSTI

Poi c’è il tempo. Il nucleare viene proposto come strumento della decarbonizzazione, ma la riduzione delle emissioni deve avvenire adesso e nei prossimi anni. Una centrale non produce energia quando viene annunciata: prima servono progettazione, autorizzazioni, finanziamenti, cantieri e collegamenti alla rete. Gli Small Modular Reactors promettono dimensioni e cantieri più contenuti, ma tra una tecnologia promettente e una filiera industriale capace di produrre elettricità su larga scala resta una distanza che non si cancella con una conferenza stampa.

E il tempo costa. Il conto non comprende soltanto la costruzione: ci sono finanziamento, sicurezza, manutenzione, combustibile, gestione dei rifiuti e smantellamento finale. Ogni ritardo immobilizza capitale e può aumentare il costo dell’opera. Se lo Stato intende tornare all’atomo, il confronto con rinnovabili, reti e accumuli va fatto sul sistema reale e sul costo complessivo, non tra tecnologie ideali.

IL RISCHIO NON È SCOMPARSO

Chernobyl e Fukushima appartengono a tecnologie, contesti e dinamiche differenti e non dimostrano che ogni reattore futuro sia destinato a un incidente. Ma neppure l’evoluzione tecnologica ha cancellato il rischio. Una centrale deve essere sicura non soltanto nel funzionamento ordinario, ma davanti a terremoti, alluvioni, incendi, perdita dell’alimentazione elettrica e problemi ai sistemi di raffreddamento. Ridurre la probabilità di un evento grave non significa azzerarne le conseguenze potenziali.

ADESSO CAMBIA ANCHE IL CLIMA

È qui che arriva un problema ulteriore. In un’analisi pubblicata il 6 settembre dal Bulletin of the Atomic Scientists, Valerie Arnhold e M. V. Ramana mostrano come caldo estremo e siccità stiano già mettendo sotto pressione centrali europee proprio mentre aumenta la domanda di elettricità.

Il punto fisico è semplice: i reattori producono enormi quantità di calore e devono disperderlo. Molti impianti dipendono quindi da grandi quantità d’acqua prelevata da fiumi, laghi o mare. Se la portata scende troppo, se l’acqua è troppo calda o se eventi estremi colpiscono prese, sistemi di raffreddamento e infrastrutture, la potenza può essere ridotta o il reattore fermato.

Nell’estate 2026 il fenomeno è diventato molto concreto. Il Bulletin ricorda che all’inizio di agosto la centrale ungherese di Paks è scesa da circa 1.960 megawatt a circa 225, mentre il 13 agosto la centrale romena di Cernavoda è stata completamente fermata. In Francia, il 12 agosto, più di un terzo della capacità nucleare risultava indisponibile: otto reattori fermi e cinque a potenza ridotta.

Non è un episodio isolato. Uno studio pubblicato nel 2021 su Nature Energy ha calcolato che la frequenza media delle interruzioni nucleari legate al clima è salita da 0,2 per reattore-anno negli anni Novanta a 1,5 nel decennio 2010-2019. Caldo e siccità non sono gli unici problemi: alluvioni, tempeste, incendi e perfino proliferazioni di meduse possono interferire con sistemi e prese d’acqua.

L’ACQUA NON È UN DETTAGLIO

Le soluzioni tecniche esistono: circuiti chiusi, torri di raffreddamento, sistemi ad aria, adattamenti delle prese. Ma non sono gratuite. Possono richiedere nuovi investimenti, consumare energia e ridurre l’efficienza o la potenza disponibile. Soprattutto, una centrale progettata oggi deve essere valutata rispetto alle condizioni nelle quali funzionerà nel 2040, 2050 e oltre, non soltanto rispetto al clima del luogo nel quale viene autorizzata.

Questo non dimostra che «il nucleare non funziona con il caldo». Dimostra qualcosa di più serio: l’affidabilità del nucleare non è indipendente dal clima. E il clima nel quale dovrebbero lavorare i nuovi impianti italiani sarà più caldo, più instabile e più esposto agli eventi estremi di quello sul quale sono stati costruiti molti dei vecchi parametri.

PRIMA IL CONTO COMPLETO

L’Italia vuole dunque riaprire una partita senza avere ancora chiuso la precedente. Abbiamo smantellato meno della metà del vecchio nucleare e non abbiamo ancora il deposito definitivo. Al conto già noto — scorie, costi, tempi e rischio — il cambiamento climatico aggiunge adesso un’altra voce.

Essere contrari a questo ritorno al nucleare non richiede di negare che i reattori producano elettricità a basse emissioni operative. Richiede di pretendere che la scelta venga giudicata per intero: quanto costeranno gli impianti, quando entreranno davvero in funzione, chi sosterrà il rischio finanziario, dove saranno costruiti, quanta acqua richiederanno, dove finiranno i nuovi rifiuti e in quale clima dovranno funzionare per decenni.

Abbiamo ancora aperto il conto del nucleare del Novecento. Prima di aprirne un altro destinato al prossimo mezzo secolo, sarebbe almeno il caso di sapere quanto ci costerà davvero.




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