Salute

TOTEM | Le responsabilità della Sinistra nella salute mentale. Da Freud a Basaglia, quando la politica prende il posto della scienza

Diritti, istituzioni e conquiste civili non bastano a spiegare che cosa sia la malattia mentale. Una parte della cultura progressista ha trasformato grandi autori e grandi battaglie in riferimenti quasi intoccabili. Ma la scienza non dovrebbe avere papi, vescovi e chierichetti


Cesare Lombroso era socialista. Nel 1893 aderì alla sezione torinese del Partito socialista e più tardi fu consigliere comunale a Torino. È un buon punto da cui cominciare perché ci libera subito da un equivoco: stare dalla parte dei poveri, degli esclusi e delle classi disagiate non rende scientificamente vera una teoria. Oggi nessuno dovrebbe difendere l’uomo delinquente di Lombroso perché Lombroso stava a sinistra. Eppure, quando dalla criminologia passiamo alla realtà psichica, il rapporto di una parte della sinistra con i propri padri culturali diventa improvvisamente più complicato.

Freud continua ad abitare libri, giornali, cinema, università, salotti televisivi e linguaggio comune. Jung attraversa psicologia, religione, simbolismo, archetipi e spiritualità. Possiamo lasciarli agli storici delle idee, ai filosofi, agli scrittori, agli psicoanalisti e anche agli attori, ai cantanti e agli opinion leader che amano citarli per dare profondità a una frase. Il problema comincia quando il prestigio culturale prende il posto della verifica. Quando una persona si ammala non siamo più in un salotto televisivo: vogliamo sapere che cosa sia accaduto, perché soffra, quali strumenti consentano di comprenderlo, quali cure funzionino e se sia possibile guarire.

L’esistenza di processi mentali non coscienti è oggi materia di ricerca sperimentale. Questo non consegna automaticamente un certificato scientifico all’intero edificio freudiano.  Dichiarato peraltro inagibile. E neppure la presunta potenza culturale delle immagini e delle farneticazioni di Jung trasforma simboli, archetipi e costruzioni, diciamo, teoriche in fatti sperimentali clinicamente. Il Novecento può aver avuto bisogno di Freud e Jung per fantasticare l’essere umano. La medicina del 2026 ha il dovere di chiedere quali parti di quelle costruzioni abbiano retto alla ricerca successiva di Massimo Fagioli.

Poi arriva Franco Basaglia e il problema diventa italiano, politico e materiale. Basaglia non fu soltanto l’uomo buono che aprì le porte dei manicomi. Questa rappresentazione celebrativa finisce persino per impoverirlo. Il suo progetto aveva una precisa concezione politica della psichiatria: istituzione, classe, esclusione, rapporti di potere, produzione sociale della sofferenza. L’Archivio Basaglia ricorda che, dopo la legge 180, temeva che riportare la psichiatria dentro la medicina riconducesse la sofferenza psichica alla categoria positivistica di malattia, facendo perdere di vista quelli che definiva i “meccanismi sociogenetici” e la dimensione sociale del problema.

È qui che bisogna fermarsi e fare una domanda. Povertà, guerra, violenza, abbandono, sfruttamento, isolamento e precarietà incidono sulla salute mentale e sono materia della ricerca contemporanea. Ma che cosa accade nella realtà psichica quando compare una psicosi? Che cos’è un delirio? Perché una persona perde il rapporto con la realtà mentre un’altra, sottoposta a condizioni sociali altrettanto terribili, non lo perde? Che cosa significa guarire? Una teoria politica della società non è ancora una teoria scientifica della mente.

Eppure proprio qui una parte della sinistra italiana sembra essersi fermata. Materialista davanti alla fabbrica, al salario, alla proprietà e alla guerra; assai più indulgente verso costruzioni teoriche diventate patrimonio della propria cultura quando entra nella stanza della psichiatria. La critica dell’istituzione ha finito troppo spesso per prendere il posto della ricerca sulla malattia. La parola stessa “malattia” diventa sospetta, quasi che riconoscere una patologia significhi cancellare la persona che ne soffre. Nessuno penserebbe di difendere la dignità di un malato oncologico negando l’esistenza del tumore.

La legge 180 rappresentò una frattura civile enorme. L’essere umano rinchiuso non poteva essere cancellato dietro una diagnosi. Il manicomio non poteva continuare a essere il luogo nel quale la società depositava chi non riusciva o non voleva comprendere. Ma aperto il cancello restava una domanda: dove va quella persona? E soprattutto: chi la cura? La stessa storia dell’applicazione della riforma racconta ritardi, differenze territoriali e la necessità, riconosciuta già negli anni Ottanta, di programmare e finanziare una rete di servizi di salute mentale.

Quarantotto anni dopo, la questione è ancora materiale. Servizi territoriali diseguali, personale insufficiente, prestazioni frammentate e famiglie sulle quali può ricadere una parte enorme dell’assistenza. Madri, padri, compagni, fratelli e sorelle diventano accompagnatori, sorveglianti, mediatori con i servizi e spesso l’ultimo argine nelle crisi. Famiglie che invecchiano insieme alla persona malata e convivono con una domanda elementare: che cosa succederà quando noi non ci saremo più? Anche l’area che difende l’eredità basagliana denuncia oggi l’indebolimento dei Dipartimenti di salute mentale e una condizione di abbandono che coinvolge persone con sofferenza psichica, familiari e operatori.

Poi c’è Barbara Capovani. Psichiatra, responsabile della Salute mentale adulti dell’ospedale Santa Chiara di Pisa, nell’aprile 2023 viene aggredita all’uscita dal lavoro e muore pochi giorni dopo. A ucciderla è Gianluca Paul Seung, suo ex paziente, poi condannato all’ergastolo. La sua storia aveva già incrociato servizi psichiatrici, provvedimenti giudiziari e precedenti episodi di violenza. Aveva partecipato anche a incontri pubblici dell’area della psichiatria democratica.

Dopo l’assassinio di Capovani, Peppe Dell’Acqua, storico collaboratore di Basaglia a Trieste e uno dei più conosciuti continuatori di quella esperienza, dichiarò: “Non penso assolutamente che esista la violenza del paziente psichiatrico”. La frase resta lì, accanto ai fatti. La grande maggioranza delle persone con disturbi mentali non è violenta e identificare malattia mentale e pericolosità significa produrre stigma. Esistono però singole condizioni nelle quali una persona può diventare pericolosa per sé o per gli altri. Una medicina deve essere capace di riconoscere entrambe le realtà.

La libertà non consiste nell’essere lasciati soli con la propria malattia. E neppure nel lasciare sola una famiglia. Una società che chiude giustamente il manicomio deve assumersi materialmente l’onere della cura: servizi, personale, strutture intermedie, assistenza nelle crisi, ricerca, formazione, continuità terapeutica. Altrimenti il diritto rischia di trasformarsi in un trasferimento silenzioso di responsabilità dallo Stato alla casa.

Forse allora il problema non è soltanto Basaglia, ma il basaglismo quando diventa appartenenza. Come il problema non è soltanto Freud, ma il freudismo trasformato in una lingua universale attraverso la quale interpretare qualsiasi comportamento umano; non Jung, ma la trasformazione di archetipi, simboli e intuizioni in spiegazioni della realtà psichica. Una teoria che diventa intoccabile smette di comportarsi come una teoria scientifica.

Lombroso ci ha lasciato, involontariamente, una lezione più importante delle misurazioni dei crani alle quali dedicò tanta parte della propria ricerca: anche uno scienziato progressista può sbagliare. Anche un’idea nata dalla parte degli ultimi può essere falsa. Anche una rivoluzione civile può convivere con una teoria scientifica incompleta.

I diritti non hanno bisogno che Basaglia avesse ragione su tutto. La dignità della persona non dipende dalla correttezza di Freud, Jung, Basaglia. E la sinistra, se vuole continuare a chiamarsi materialista, dovrebbe essere la prima a pretendere che davanti alla malattia mentale non esistano santini, ma ricerca, verifica e cura. La scienza non dovrebbe avere bisogno del permesso della Sinistra partorita da Repubblica.


FONTI ESSENZIALI

  • Archivio Basaglia, biografia di Franco Basaglia e materiali sulla legge 180, sui meccanismi sociogenetici e sull’organizzazione dei servizi.
  • Università di Torino, Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso: cronologia biografica e adesione di Lombroso al Partito socialista nel 1893.
  • Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani: voci Franco Basaglia e Cesare Lombroso.
  • Documentazione giudiziaria e cronaca sul caso Barbara Capovani e Gianluca Paul Seung; dichiarazioni pubbliche di Peppe Dell’Acqua successive all’omicidio.


 

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