Da oggi il Pianeta è in debito anche con la plastica. Il 6 settembre è il Plastic Overshoot Day 2026, la data in cui la quantità di rifiuti plastici prodotti nel mondo supera la capacità dei sistemi esistenti di raccoglierli e trattarli in modo sicuro. Da qui alla fine dell’anno, in altre parole, produrremo plastica che il sistema globale non è più in grado di gestire correttamente.
Secondo le elaborazioni di EA – Earth Action, nel 2026 saranno prodotti nel mondo quasi 227 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, circa 27,4 chili per abitante. Quasi 72 milioni di tonnellate, il 31,6 per cento del totale, saranno gestite in modo inadeguato, con il rischio di contaminare suolo, fiumi, laghi, mari e atmosfera. Sono 116 giorni di “plastic overshoot” in un solo anno.
Il dato apparentemente positivo c’è. Dal 2021 il Plastic Overshoot Day si è progressivamente spostato di qualche giorno verso la fine dell’anno, segno che i sistemi di gestione dei rifiuti sono leggermente migliorati. Ma nello stesso periodo la quantità complessiva di rifiuti plastici è passata da circa 202 a quasi 227 milioni di tonnellate e quella gestita male da circa 69 a quasi 72 milioni. Raccogliamo e trattiamo un po’ meglio, ma produciamo sempre di più. Il miglioramento viene così divorato dall’aumento dei volumi.
La responsabilità non è distribuita uniformemente. Dodici Paesi producono quasi il sessanta per cento dei rifiuti plastici mal gestiti del Pianeta. Cina, India, Russia, Brasile e Messico sono ai primi posti in termini assoluti. Ma sarebbe troppo comodo trasformare anche questa in una storia dei Paesi emergenti o con sistemi di raccolta inefficienti. Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania appartengono infatti alla categoria degli “Overloaders”: producono mediamente circa 78 chili di rifiuti plastici per abitante all’anno, quasi tre volte la media mondiale, anche se riescono a gestirne correttamente oltre il novanta per cento all’interno dei propri sistemi.
L’Italia produce circa 61 chili di rifiuti plastici pro capite ogni anno. Il suo Plastic Overshoot Day arriverà il 5 novembre: meglio della media mondiale, ma peggio di Paesi europei come Svizzera, Francia e Spagna. Anche il nostro Paese viene classificato tra quelli caratterizzati da elevati volumi di rifiuti plastici.
Il problema, dunque, non si esaurisce nella raccolta differenziata. Se la produzione continua a crescere più rapidamente della capacità di recuperare, riutilizzare e trattare i materiali, migliorare la gestione dei rifiuti significa rincorrere una quantità sempre maggiore di plastica. Il Wwf avverte che, senza interventi anche a monte della filiera per ridurre produzione e consumo, la quantità di plastica che rischia di disperdersi nell’ambiente potrebbe quasi raddoppiare entro il 2040.
C’è anche una questione che riguarda direttamente la salute. Micro e nanoplastiche sono state individuate in diversi organi e tessuti umani, tra cui cervello, placenta, apparato cardiovascolare e riproduttivo. Sugli effetti a lungo termine la ricerca è ancora in corso, ma proprio l’incertezza sugli effetti di un’esposizione ormai così diffusa rende difficile considerare la plastica soltanto un problema di rifiuti.
Il Plastic Overshoot Day racconta infine un paradosso industriale. In Europa riciclare la plastica è diventato in molti casi economicamente difficile proprio mentre dovremmo farlo sempre di più. Raccolta, selezione, lavaggio, energia e trasformazione hanno un costo, mentre la plastica vergine può beneficiare di materie prime fossili relativamente convenienti, grandi economie di scala e importazioni a basso prezzo. Nei primi mesi del 2026 l’aumento del petrolio provocato dalla crisi mediorientale ha temporaneamente migliorato la competitività del riciclato. Ma, come ha sintetizzato Recycling Europe, «la guerra non è un modello di business». Un’economia circolare non può funzionare soltanto quando una crisi internazionale rende più caro il petrolio.
Per questo la responsabilità riguarda la politica industriale e le imprese: ridurre gli imballaggi inutili, progettare prodotti riciclabili, rendere conveniente l’utilizzo di materia seconda e fare in modo che chi immette plastica sul mercato partecipi ai costi del suo recupero. Ma fermarsi qui significherebbe raccontare soltanto metà della storia.
L’altra metà siamo noi. I rifiuti abbandonati lungo una strada, dentro un fosso, sulle rive di un fiume o accanto a un cassonetto non sono il risultato inevitabile del capitalismo, della petrolchimica o di una direttiva europea sbagliata. Qualcuno ce li ha lasciati. E una raccolta differenziata fatta senza attenzione può trasformare materiale recuperabile in uno scarto più difficile e costoso da trattare.
Serve quindi anche una politica pubblica molto meno timida verso i comportamenti individuali: educazione ambientale fin dalla scuola, informazione continua, sistemi di raccolta semplici, deposito cauzionale dove utile, incentivi, controlli e sanzioni efficaci contro chi abbandona i rifiuti.
Perché un rifiuto non è soltanto qualcosa di cui liberarsi. È materia, energia e lavoro già impiegati per produrlo; spesso è materia prima che può avere una seconda vita. Recuperarlo significa conservarne almeno una parte del valore. Gettarlo in un fosso significa perderlo e lasciare alla collettività il costo economico e ambientale della propria inciviltà.
Industria, politica e cittadini, dunque. Nessuno può scaricare il proprio pezzo di responsabilità nel cassonetto degli altri.
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