Prima c’era l’alimentari. Entravi e chiedevi una rosetta con la mortadella, due etti di prosciutto, una bottiglia d’acqua. Il negoziante conosceva il quartiere e spesso anche chi aveva bisogno di pagare qualche giorno dopo. Poi la serranda si abbassa e non si rialza più. Poco più avanti compare un’altra insegna: minimarket, take away, franchising, una piccola attività con pochi addetti, orari lunghissimi e un modello economico completamente diverso. Non è necessariamente meglio o peggio. È un’altra economia.
E i numeri dicono che non è soltanto un’impressione. Tra il 2012 e il 2024 in Italia sono scomparse circa 118 mila attività di commercio al dettaglio in sede fissa: più di un negozio su cinque. Altre 23 mila sono sparite dal commercio ambulante. La desertificazione è stata particolarmente forte nei centri storici. Nel frattempo sono cresciute le attività di alloggio e ristorazione. Non stiamo semplicemente perdendo negozi: sta cambiando ciò che mettiamo al loro posto.
Poi arriva la bolletta.
Secondo Confesercenti, tra giugno e agosto 2026 le imprese del commercio, della ristorazione e dell’accoglienza hanno sostenuto 870 milioni di euro di maggiori costi energetici rispetto alla stessa estate del 2025: circa 700 milioni per l’elettricità e 170 per il gas. Per alberghi e ristoranti gli aumenti possono sfiorare il cinquanta per cento.
Un alimentari non può spegnere frigoriferi e banchi refrigerati. Un bar deve alimentare macchina del caffè, frigoriferi, lavastoviglie e climatizzazione. Un ristorante cucina proprio nelle ore nelle quali il consumo energetico è maggiore. Per queste attività risparmiare sull’energia ha un limite molto semplice: oltre quel limite significa lavorare meno oppure chiudere.
E molti locali arrivano alla nuova stangata già con l’acqua alla gola. Il Rapporto Ristorazione 2026 di Fipe registra nel 2025 324.436 imprese, l’uno per cento in meno in un anno. Le aperture sono state 10.062, le cessazioni oltre 25 mila, per un saldo negativo di 15.177 attività. I bar sono diminuiti del 2,2 per cento.
Il dato dei bar racconta meglio di qualsiasi teoria ciò che sta accadendo: 3.950 nuove iscrizioni contro 10.529 cessazioni in un anno. Per ogni bar che nasce ne spariscono più di due e mezzo.
Dietro quelle serrande abbassate non c’è una sola causa. Il piccolo esercizio viene stretto contemporaneamente da affitti, materie prime, costo del lavoro, contributi, tasse, Tari, diminuzione dei consumi, grande distribuzione, discount, catene, commercio online e piattaforme di consegna. La nuova impennata dell’energia si aggiunge a questo carico, colpendo un sistema che mostrava già tutta la sua fragilità.
E mentre una parte del commercio tradizionale arretra, avanzano modelli diversi. Lo street food, per esempio, è quasi raddoppiato in dieci anni: dalle 2.271 imprese del 2016 alle 4.286 del marzo 2026, più 88,7 per cento. È presente ormai in quasi duemila comuni italiani.
Cambia anche chi fa impresa. I dati Confcommercio mostrano che tra il 2012 e il 2023, nel commercio, negli alberghi e nei pubblici esercizi, le imprese italiane sono diminuite dell’8,4 per cento mentre quelle straniere sono cresciute del 30,1 per cento. Ma dietro la parola “impresa” spesso c’è qualcosa di molto meno imponente: piccoli imprenditori, famiglie, persone che si inventano la qualsiasi pur di sopravvivere onestamente. Aprono un minimarket, una frutteria, un take away, lavorano dodici o quattordici ore, coinvolgono fratelli, mogli, mariti e figli. Alla cazzimma, naturalmente, non rinuncia nessuno: né l’italiano né il bangladese, il cinese o il marocchino. Ma la cazzimma non è mafia.
La domanda interessante è allora economica: perché alcuni di questi modelli riescono a occupare gli spazi lasciati liberi dal commercio tradizionale? Contano il lavoro familiare, locali più piccoli, assortimenti ridotti, margini differenti, orari molto più lunghi, minori investimenti iniziali e la disponibilità ad accettare redditività che per altre imprese non sarebbero sufficienti. Dietro una serranda aperta quattordici ore al giorno può esserci semplicemente una famiglia che lavora moltissimo per guadagnare poco.
QUANDO I CONTI NON DEVONO TORNARE
Esiste però anche un’altra economia: quella dei capitali criminali. È un mondo completamente diverso da quello delle migliaia di piccoli imprenditori, italiani e stranieri, che ogni mattina alzano regolarmente una serranda.
Il 7 luglio 2026 la Direzione investigativa antimafia di Napoli, nell’ambito di un’indagine sul clan dei Casalesi, ha eseguito un sequestro preventivo che ha coinvolto quattordici società, fra le quali tre bar, un lido balneare, una piscina con bar, una pizzetteria e una sala scommesse, oltre a immobili e veicoli, per un valore complessivo stimato superiore a due milioni di euro. Secondo gli investigatori, capitali accumulati illegalmente venivano investiti in attività commerciali attraverso riciclaggio, autoriciclaggio e intestazioni fittizie a prestanome. Si tratta di accuse formulate nella fase delle indagini preliminari e gli indagati sono presunti innocenti fino a sentenza definitiva.
Qui la concorrenza cambia natura. Chi deve vivere vendendo caffè, pizze o rosette deve far tornare i conti. Chi utilizza un’attività commerciale per reinvestire denaro proveniente da altre attività può avere una logica economica completamente diversa. Può sopportare margini apparentemente incomprensibili, prezzi difficili da sostenere per un concorrente normale o un’attività che sembra non avere clienti sufficienti.
Per questo Dia, magistratura e Prefetture tengono sotto osservazione anche commercio, ristorazione e turismo. Da una parte ci sono piccoli imprenditori che cercano uno spazio in un mercato trasformato, con tutta la fatica, l’inventiva e anche la furbizia che il commercio conosce da quando esiste. Dall’altra può esserci denaro criminale che cerca un posto dove diventare apparentemente pulito. Sono due economie diverse e confonderle impedirebbe di capire entrambe.
LA FAMIGLIA PAGA DUE VOLTE
Alla fine della catena torna comunque il consumatore. Prima paga direttamente la propria bolletta. Poi incontra l’energia una seconda volta dentro il prezzo del caffè, della pizza, della spesa, della camera d’albergo: l’impresa prova inevitabilmente a trasferire almeno una parte dell’aumento dei costi sul cliente.
Se non può farlo perché il cliente non è disposto a pagare di più, comprime il margine. Se il margine diventa insufficiente, taglia personale, riduce gli orari, rinuncia agli investimenti. Alla fine può abbassare la serranda.
È così che una questione apparentemente privata tra un commerciante e il suo fornitore di energia diventa politica economica e sociale.
Perché quando scompare un piccolo esercizio non viene cancellata soltanto una partita Iva. Se ne va un pezzo della vita quotidiana di una strada: qualcuno che conosceva le persone, illuminava una vetrina la sera, vedeva crescere i bambini e invecchiare gli anziani. Al suo posto può arrivare un’altra attività, magari migliore e gestita da un ragazzo italiano, cinese, bangladese o marocchino. Il problema non è il passaporto di chi alza la nuova serranda.
La domanda è quale economia consente ancora di alzarla.
Perché se per vendere una rosetta con la mortadella bisogna pagare affitto, fornitori, tasse, dipendenti, contributi, frigoriferi e una bolletta che torna a correre, quella rosetta non è nostalgia del negozietto di una volta. È un piccolo indicatore economico. E ci sta raccontando che il Paese sotto casa sta cambiando mentre facciamo la fila alla cassa.
FONTI PRINCIPALI
Confesercenti; Fipe-Confcommercio, Rapporto Ristorazione 2026; Confcommercio; Unioncamere-InfoCamere; Direzione investigativa antimafia.
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