Cultura

SIGNORI DELLA GUERRA | La spesa è pubblica, i profitti sono privati

Da “Lords of War” al riarmo occidentale: quando bilanci pubblici, industria militare, lobby e commesse entrano nello stesso circuito economico.


C’è una villa sul mare, una piscina, qualche decina di milioni di dollari di stipendio. E poi ci sono missili, caccia, bombe, satelliti, droni. A pagare, quasi sempre, è lo Stato.Lords of War, il mockumentary realizzato dal Quincy Institute insieme a The Intercept, usa la satira per raccontare una storia che di comico ha poco: quella dei dirigenti delle grandi industrie militari americane e delle fortune costruite attorno a una spesa pubblica per la difesa che negli Stati Uniti ha ormai superato i mille miliardi di dollari l’anno.

Il film mostra ville e compensi milionari. Ma il punto non è sapere quante piscine possa permettersi l’amministratore delegato di una fabbrica di missili. Meglio chiedersi da dove arrivino quei soldi e che cosa succeda quando la guerra diventa anche un gigantesco settore industriale.

I numeri sono impressionanti. Secondo il progetto Costs of War della Brown University e il Quincy Institute, tra il 2020 e il 2024 il Pentagono ha speso complessivamente 4.400 miliardi di dollari. Di questi, 2.400 miliardi, il 54 per cento, sono finiti attraverso contratti a imprese private. Negli anni Novanta la quota era il 41 per cento.

E il mercato è concentrato. Nello stesso quinquennio soltanto cinque società hanno ottenuto 771 miliardi di dollari in contratti del Pentagono: Lockheed Martin 313 miliardi, RTX-Raytheon 145, General Dynamics 116, Boeing 115 e Northrop Grumman 81. Nello stesso periodo gli Stati Uniti hanno stanziato per diplomazia, sviluppo e aiuti umanitari, esclusi gli aiuti militari, 356 miliardi.

In altre parole: Washington ha destinato a cinque grandi contractor militari più del doppio delle risorse impiegate per diplomazia, cooperazione e assistenza internazionale.

Le guerre passano, l’industria resta

Dopo il ritiro americano dall’Afghanistan ci si sarebbe potuti attendere una riduzione della macchina militare costruita dopo l’11 settembre. Non è successo. È cambiato il nemico indicato come prioritario, dalla guerra globale al terrorismo alla competizione con la Cina; poi sono arrivate l’invasione russa dell’Ucraina, il genocidio nella Palestina occupata e una nuova stagione di tensioni internazionali. La spesa militare e il fatturato dell’industria della difesa sono rimasti ai massimi livelli.

Non significa che le guerre vengano inventate dagli industriali delle armi. Sarebbe una scorciatoia. Significa qualcosa di più concreto e forse più inquietante: una volta costruito un sistema economico gigantesco attorno alla produzione militare, ogni aumento della tensione internazionale mette in moto ordini, commesse, investimenti, dividendi e nuovi impianti produttivi. E questo sistema dispone anche degli strumenti per difendere i propri interessi.

Nel 2024 l’industria militare statunitense impiegava circa 950 lobbisti. A questi si aggiungono finanziamenti politici, think tank, commissioni governative e quel continuo passaggio di dirigenti tra amministrazione pubblica, Pentagono e aziende private che negli Stati Uniti viene chiamato revolving door.

Poi è arrivata la Silicon Valley. SpaceX, Palantir, Anduril, Microsoft e altri gruppi tecnologici stanno conquistando una quota crescente del mercato militare: intelligenza artificiale, sistemi di puntamento, satelliti, droni autonomi, cloud militare. Non soltanto cannoni e carri armati: anche gli algoritmi sono diventati armamenti. Il mondo non è mai stato così armato

Il fenomeno non riguarda soltanto gli Stati Uniti.

Secondo il Sipri, nel 2024 i cento maggiori produttori mondiali di armi e servizi militari hanno raggiunto 679 miliardi di dollari di ricavi militari, il livello più alto mai registrato dall’istituto di Stoccolma. L’aumento è stato del 5,9 per cento in un solo anno e del 26 per cento rispetto al 2015.

In Europa, Russia esclusa, i ricavi militari delle 26 aziende presenti nella Top 100 sono aumentati del 13 per cento, arrivando a 151 miliardi di dollari. Il Sipri collega esplicitamente la crescita alla guerra in Ucraina, alla percezione della minaccia russa e all’aumento della domanda militare.

Nel 2025 la spesa militare mondiale ha poi raggiunto secondo il Sipri 2.887 miliardi di dollari. L’Italia risultava dodicesima al mondo con 48,1 miliardi di dollari, in crescita del 20 per cento rispetto all’anno precedente.

E la corsa non è finita.

La Nato ha deciso di portare entro il 2035 al 5 per cento del Pil l’impegno complessivo per difesa e sicurezza: almeno il 3,5 per cento destinato alla difesa in senso stretto e un ulteriore 1,5 per cento a investimenti collegati alla sicurezza, dalle infrastrutture alla resilienza.

Il segretario generale Mark Rutte parla apertamente di una “rivoluzione industriale della difesa”: nuovi stabilimenti, nuove linee produttive, maggiore capacità industriale. Secondo la Nato, Europa e Canada avranno speso nel solo biennio 2025-2026 oltre 250 miliardi di dollari aggiuntivi per la difesa.

E l’Italia

Da noi il nome principale è Leonardo. Nel 2025 il gruppo ha registrato 19,5 miliardi di euro di ricavi, 23,8 miliardi di nuovi ordini e un portafoglio complessivo di commesse da 46,6 miliardi. La sola divisione Defence Electronics & Security ha prodotto 8,35 miliardi di ricavi e raccolto oltre 10,6 miliardi di nuovi ordini. Numeri industriali, occupazione, tecnologia, esportazioni. Tutto vero. Ed è proprio questo il punto. La produzione militare non è più un comparto marginale da attivare soltanto quando scoppia una guerra. È diventata una componente strutturale dell’economia e delle politiche industriali. Migliaia di lavoratori, stabilimenti, ricerca, quotazioni di Borsa e bilanci pubblici dipendono da commesse che hanno bisogno di durare nel tempo. È qui che il film Lords of War smette di essere soltanto una riuscita presa in giro dei miliardari americani. Perché dietro le ville degli amministratori delegati compare una domanda molto più seria: che cosa succede a una democrazia quando la sicurezza dei cittadini e il profitto delle imprese militari finiscono dentro lo stesso circuito economico?

Non occorre immaginare complotti. Basta seguire il denaro.

Le tasse diventano bilanci militari. I bilanci diventano contratti. I contratti diventano fatturato, dividendi, occupazione, influenza politica e nuovi investimenti industriali. Quegli investimenti, a loro volta, hanno bisogno di altre commesse. Una macchina perfettamente legale, perfettamente visibile e sempre più grande. La guerra resta una tragedia pubblica. Il business, invece, ha azionisti molto precisi.




SIAMO VECCHIA STAMPA – Se hai segnalazioni, documenti o proposte di articoli, scrivici. L’informazione nasce anche dal confronto con chi legge.

CONDIVIDERE È INFORMARE – I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi citando chiaramente la fonte e inserendo il link all’articolo originale.


 

Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi