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TASSA | In Nigeria si paga anche per tornare vivi. L’economia dei sequestri finanzia Boko Haram

In Nigeria c’è una tassa che non compare nella legge di bilancio, non passa dal Parlamento e non concede ricevute. La pagano famiglie, villaggi, scuole, commercianti. È il riscatto necessario per riportare a casa una persona rapita. Tra luglio 2025 e giugno 2026 almeno 7.825 persone sono state sequestrate, il sessantasei per cento in più rispetto all’anno precedente. Almeno 1.142 sono morte. I riscatti effettivamente pagati hanno raggiunto 7,78 miliardi di naira, circa 5,8 milioni di dollari. E SBM Intelligence avverte che si tratta di una stima prudente: molti pagamenti non vengono denunciati.

Chiamarla soltanto criminalità organizzata ormai non basta. The Capture of Nigeria’s Kidnap Economy, il rapporto di SBM Intelligence, descrive un sistema economico che ha trovato nel corpo umano una merce e nella paura il suo mercato. Le somme richieste dai rapitori sono perfino diminuite: da 48 miliardi di naira del precedente periodo a 22,9 miliardi. Quelle realmente incassate, invece, sono più che triplicate, passando da 2,56 a 7,78 miliardi. La percentuale riscossa è così salita dal 5,35 al trentaquattro per cento.

Ma dietro quella montagna di denaro c’è soprattutto un’organizzazione. La fazione Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati Wal-Jihad, Jas, di Boko Haram avrebbe incassato circa 7 miliardi di naira, il novanta per cento di tutti i riscatti documentati, attraverso appena otto sequestri. Non significa che Boko Haram compia il novanta per cento dei rapimenti nigeriani: significa qualcosa di diverso e forse più preoccupante. Mentre banditi e bande criminali moltiplicano i sequestri, il gruppo jihadista dimostra una capacità enormemente superiore di trasformare gli ostaggi in denaro. A fronte di 9,2 miliardi richiesti, Jas ne avrebbe incassati 7; gli altri gruppi, su 13,5 miliardi richiesti, appena 719 milioni.

Due operazioni spiegano quasi da sole l’intero bilancio. A Ngoshe, nello Stato di Borno, 416 persone sono state sequestrate e per la loro liberazione sarebbero stati pagati cinque miliardi di naira. Altri due miliardi sarebbero arrivati dal sequestro di 315 studenti e membri del personale della St Mary’s School di Papiri, nello Stato di Niger. Due rapimenti, sette miliardi. Il sequestro di massa non è più l’eccezione: 396 episodi hanno coinvolto almeno cinque persone e complessivamente 6.222 ostaggi, quasi quattro sequestrati su cinque.

Non c’è però una sola guerra e non c’è un solo nemico. Nel Nord-est opera da anni l’insorgenza jihadista, frammentata tra Jas e altri gruppi come Iswap; nel Nord-ovest e nel Nord centrale agiscono soprattutto quelle che vengono chiamate genericamente bande di bandits, reti armate che vivono di rapimenti, estorsioni, razzie e controllo del territorio. Ridurre tutto alla formula «terrorismo islamico» nasconderebbe proprio ciò che sta accadendo: il sequestro è diventato un modello criminale replicabile, utilizzato da soggetti differenti e capace di adattarsi alla povertà delle vittime.

Persino il prezzo cambia quando finiscono i soldi. SBM ha registrato casi nei quali, oltre al denaro, i sequestratori hanno chiesto motociclette, telefoni, carburante, alimenti e altri beni. In almeno sei episodi gli ostaggi sono stati uccisi nonostante fosse stato pagato il riscatto. E anche chi porta il denaro può trasformarsi in merce: vengono sequestrati perfino gli incaricati di consegnare il pagamento. È un’economia che si adegua alla capacità contributiva delle proprie vittime.

La geografia racconta il resto. Il 93,7 per cento delle persone rapite vive nel Nord. Zamfara è l’epicentro: 236 episodi, 1.921 sequestrati, quasi un quarto del totale nazionale, e 211 civili morti. Seguono Sokoto con 1.157 vittime, Borno con 892, Kaduna con 814 e Katsina con 559. Nel solo Nord-ovest sono state sequestrate 4.771 persone.

Ed è qui che il sequestro diventa anche una questione di Stato. Nello Zamfara, davanti a 236 episodi di rapimento, nell’intero anno SBM registra appena quattro operazioni anti-sequestro. In tutta la Nigeria le operazioni sono state 302. Non significa necessariamente che polizia ed esercito restino immobili: lo stesso rapporto parla di una risposta locale sopraffatta dalle dimensioni della crisi. Ma il risultato per chi vive in quei territori cambia poco.

Il nigeriano paga così due volte. Paga uno Stato che dovrebbe garantirgli sicurezza e, quando quella sicurezza non arriva, paga chi gli ha portato via un figlio, una madre, uno studente, un lavoratore. Nel mezzo può vendere terra, bestiame, casa, indebitarsi, abbandonare i campi. Le scuole chiudono o si svuotano per paura dei sequestri e le comunità rurali perdono persone e attività economiche.

E il denaro non scompare una volta consegnato. Nel caso di Boko Haram diventa una possibile fonte di finanziamento dell’insorgenza: uomini, mezzi, armi, logistica, capacità di organizzare il prossimo attacco. SBM individua proprio qui il salto di qualità. Se non vengono interrotti i flussi finanziari e contemporaneamente affrontate le condizioni economiche e sociali dalle quali i gruppi armati reclutano nuovi uomini, il rapimento rischia di consolidarsi non soltanto come industria criminale, ma come meccanismo stabile di finanziamento del terrorismo.

È questa forse la fotografia più feroce della Nigeria di oggi. Non soltanto uno Stato nel quale migliaia di persone vengono rapite, ma territori nei quali sta nascendo una seconda fiscalità. Non finanzia ospedali, scuole o strade. Finanzia chi sequestra, controlla e uccide. Una tassa sulla paura. E per chi viene portato via, una tassa per tornare vivo.


FONTI

  • SBM Intelligence, The Capture of Nigeria’s Kidnap Economy / The Economics of Nigeria’s Kidnap Economy, agosto 2026.
  • AllAfrica / Premium Times, Nigeria: Boko Haram Earns N7 Billion From Kidnapping in One Year, 28 agosto 2026.
  • Nairametrics, dati SBM sui riscatti e sulla distribuzione geografica dei sequestri, 27-28 agosto 2026.
  • Reuters, analisi sui sequestri di massa e sul loro impatto sociale ed economico in Nigeria, 26 agosto 2026.


 

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