Economia

SOTTOTERRA | Dal carbone al litio, la vecchia geografia di chi muore per estrarre la nostra ricchezza

Sette minatori morti in Nigeria riaprono una storia che attraversa continenti e secoli. Dalle miniere di carbone di Marcinelle ai pozzi artigianali africani, fino a cobalto, litio e nickel indispensabili alla transizione energetica: cambiano i minerali e le tecnologie, molto meno la distanza tra chi utilizza la ricchezza e chi rischia la vita per estrarla.


Mercoledì sera, intorno alle sette, la terra è crollata sopra sette uomini nella comunità di Kassa, nell’area di Barkin Ladi, nello Stato di Plateau, in Nigeria. Stavano lavorando in un pozzo minerario quando le pareti hanno ceduto. Gli abitanti e gli altri minatori hanno tentato di raggiungerli. Quando sono riusciti a recuperarli, erano morti. Ci sono stati anche feriti.

Potrebbe finire qui. Sette morti, poche righe nelle cronache internazionali, poi un’altra notizia. Ma Kassa non è un incidente isolato. Meno di sei mesi fa, il 19 febbraio, almeno trentatré persone erano morte in un altro sito minerario dello stesso Stato nigeriano, a Kampani Zurak. Il presidente dell’amministrazione locale parlò addirittura di trentasette vittime e venticinque ricoverati. Dopo quella strage il governo ordinò la chiusura dell’area mineraria interessata.

Il problema è che, allargando la carta geografica, i puntini cominciano a moltiplicarsi.



UN LAVORATORE SU CENTO, OTTO MORTI SU CENTO

L’Organizzazione internazionale del lavoro considera l’attività mineraria una delle occupazioni più pericolose del mondo. Un vecchio dato Ilo resta impressionante proprio per la sproporzione che descrive: le miniere occupano circa l’uno per cento della forza lavoro mondiale ma sono responsabili di circa l’otto per cento degli incidenti mortali sul lavoro. Nelle miniere di piccola scala i tassi di incidente possono essere sei o sette volte superiori rispetto alle grandi attività estrattive, persino nei Paesi industrializzati.

Sono numeri che vanno inseriti dentro una tragedia ancora più grande. Secondo le più recenti stime globali dell’Ilo, ogni anno 2,93 milioni di persone muoiono per cause collegate al lavoro. Circa 2,6 milioni muoiono per malattie professionali; gli incidenti sul lavoro provocano altre 330 mila vittime. E circa 395 milioni di lavoratori subiscono ogni anno un infortunio non mortale.

La morte sul lavoro, dunque, non è un’eccezione statistica. È una delle grandi epidemie silenziose del nostro tempo. E non è distribuita casualmente.



LA GEOGRAFIA DEL RISCHIO

Nelle miniere industriali dei Paesi ricchi, un secolo di lotte operaie, legislazione, sindacati, tecnologia e controlli ha ridotto enormemente alcuni rischi. Ma una parte crescente o persistente dell’estrazione mondiale avviene lontano dagli occhi del consumatore finale: miniere artigianali, piccole attività, lavoro informale, comunità nelle quali la miniera rappresenta una delle poche possibilità di reddito.

Qui la distinzione tra lavoro regolare, lavoro informale e semplice sopravvivenza può diventare sottilissima.

L’Ilo segnala che proprio i lavoratori dei Paesi a basso e medio reddito e quelli impiegati nell’economia informale sono particolarmente esposti ai rischi chimici delle attività estrattive. Mercurio, cianuro, acido solforico, solventi ed esplosivi accompagnano ancora molti processi minerari. Fino a diciannove milioni di minatori potrebbero essere esposti al solo mercurio nelle attività artigianali e di piccola scala. Le conseguenze possono essere disabilità, malattie croniche e morte, spesso senza che la causa professionale venga neppure riconosciuta o registrata.

Per questo la geografia delle morti in miniera non coincide soltanto con quella dei crolli e delle esplosioni. Esiste una seconda mappa, molto più difficile da disegnare: quella di chi torna a casa dalla miniera e muore anni dopo.

Silicosi, pneumoconiosi, tumori, sordità, danni neurologici. Sono morti senza sirene e senza squadre di soccorso.



QUANDO I MINATORI ERAVAMO NOI

Bisogna però stare attenti a raccontare questa storia come se appartenesse a un mondo lontano, povero e arretrato.

L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, morirono 262 lavoratori di dodici nazionalità. Centotrentasei erano italiani. Un incendio trasformò il sottosuolo in una trappola. Soltanto pochissimi riuscirono a salvarsi.

Erano emigranti.

Uomini partiti dall’Italia perché qui il lavoro non c’era e in Belgio servivano braccia per estrarre carbone. Il carbone alimentava fabbriche, treni, riscaldamento, ricostruzione industriale. La ricchezza europea del dopoguerra aveva bisogno di energia e l’energia aveva bisogno di uomini disposti, o costretti dalla necessità, a scendere sotto terra.

Uno di loro si chiamava Francesco Cicoria. Aveva lasciato l’Italia per mantenere i figli. Pochi giorni prima della tragedia era tornato in Molise. Pensava al futuro della famiglia e sperava di poter presto rientrare definitivamente. L’8 agosto era di nuovo nei cunicoli di Marcinelle. Non tornò più. La memoria di Marcinelle serve anche a questo: a impedirci di guardare i sette minatori di Kassa dall’alto. Eravamo noi.

PRIMA ANCORA

La storia industriale è disseminata di queste fosse comuni.

Nel 1906 la catastrofe di Courrières, nel nord della Francia, uccise più di mille minatori. Nel 1942, nella miniera di Benxihu, nella Cina occupata dal Giappone, un’esplosione di gas e polvere di carbone provocò la morte di oltre millecinquecento lavoratori: è ricordata come la più grave catastrofe della storia dell’estrazione carbonifera. Poi Marcinelle.

Cambiano le lingue, i governi, le epoche. Resta una costante: per molto tempo l’energia necessaria allo sviluppo è stata prodotta facendo scendere qualcun altro sottoterra. Sembrava una storia appartenente al Novecento. Non lo è.



DAL CARBONE AL LITIO

Oggi abbiamo una ragione in più per occuparcene. E riguarda proprio una delle battaglie più importanti del nostro tempo: la transizione ecologica.

Per costruire automobili elettriche, batterie, pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, reti elettriche e sistemi di accumulo servono enormi quantità di minerali. Litio, cobalto, nickel, rame, manganese, grafite e terre rare sono diventati materiali strategici dell’economia mondiale.

Nel luglio 2026 la stessa Ilo ha ricordato che la domanda di minerali fondamentali per la transizione energetica potrebbe quasi triplicare entro il 2030 e quadruplicare entro il 2040.

È una buona notizia se significa abbandonare progressivamente carbone, petrolio e gas. Ma una transizione ecologica non diventa automaticamente una transizione giusta.

Un’automobile elettrica non smette di essere ecologica perché il litio o il cobalto sono stati estratti da un lavoratore povero. Ma smette certamente di rappresentare un progresso completo se per costruirla accettiamo che quel lavoratore abbia meno diritti, meno sicurezza e una vita considerata meno preziosa della nostra.

L’Ilo ha posto esplicitamente il problema nel 2026 parlando delle catene globali di litio, cobalto e nickel: informalità, lavoro minorile e condizioni insicure continuano a essere questioni centrali proprio mentre cresce la domanda mondiale dei minerali critici.

Non è un argomento contro la transizione ecologica. È esattamente il contrario. È la richiesta che la transizione sia ecologica anche per gli esseri umani.



LA RICCHEZZA SALE, IL RISCHIO RESTA SOTTO

C’è una fotografia invisibile dietro quasi ogni oggetto della nostra quotidianità. Il telefono, il computer, l’automobile, una batteria, un pannello solare. Vediamo il prodotto finito, il design, il marchio, il prezzo. Molto più difficilmente vediamo la miniera.

La catena globale del valore ha questa straordinaria capacità: separare geograficamente il beneficio dal costo.

Il minerale può essere estratto in Africa, raffinato in Asia, trasformato in componenti altrove e infine venduto in Europa. A ogni passaggio aumenta il valore economico. Ma il rischio maggiore spesso rimane vicino al punto iniziale della catena, dove qualcuno ha dovuto scavare la terra.

Per questo le morti bianche hanno una geografia. Non dividono semplicemente Nord e Sud del mondo e non rispettano confini perfetti, ma raccontano disuguaglianze di reddito, potere contrattuale, protezione sociale, tecnologia e capacità degli Stati di imporre regole.

La sicurezza comincia molto prima dell’incidente. Comincia dal salario, dal contratto, dalla possibilità di rifiutare un lavoro pericoloso senza condannare la propria famiglia alla fame. Comincia dai controlli, dalla libertà sindacale, dalla formazione, dagli investimenti, dalla responsabilità delle imprese lungo tutta la catena di fornitura. E comincia dalla possibilità di sapere da dove arriva ciò che compriamo.

SETTE

Torniamo allora a Kassa.

Sette minatori sono entrati in un pozzo mercoledì sera e non ne sono usciti vivi. La terra è crollata sopra di loro e altri lavoratori e abitanti del villaggio hanno scavato per recuperarli.

Non sappiamo quasi nulla delle loro vite. Nei primi resoconti internazionali non compaiono nemmeno i loro nomi. Sappiamo invece che nello Stato di Plateau l’attività mineraria informale e artigianale è diffusa e che, dopo altre decine di morti soltanto pochi mesi fa, la sicurezza delle miniere era già diventata un problema pubblico.

Sette uomini possono diventare una statistica. Oppure possono costringerci a guardare la carta geografica.

Da Kassa a Marcinelle, dal carbone al cobalto, dal mercurio al litio, la domanda è rimasta sorprendentemente simile: quanto della nostra ricchezza siamo ancora disposti a costruire sulla possibilità che qualcun altro muoia per estrarla?

La transizione più difficile, forse, comincia proprio qui. Non sostituire soltanto una fonte di energia con un’altra, ma smettere di considerare alcune vite una materia prima.




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