Il governo britannico vieta il commercio con gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati e Israele reagisce ordinando la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est. Roma continua invece a rinviare le sanzioni a una decisione europea. E intanto la formula «due popoli, due Stati» sopravvive nelle dichiarazioni diplomatiche mentre sul terreno viene cancellata la possibilità stessa di uno Stato palestinese.
Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre gli operai hanno rimosso le insegne del consolato britannico a Gerusalemme Est. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha annunciato la cessazione delle sue funzioni e la partenza di venti diplomatici. Londra, però, non rinuncia alla propria presenza: la sede continuerà a operare, con personale ridotto, sotto la denominazione UK Mission, Jerusalem. Il governo britannico contesta il diritto di Israele di chiudere una rappresentanza situata in un territorio occupato, la cui annessione non è internazionalmente riconosciuta.
La rappresaglia arriva dopo la decisione britannica di vietare il commercio con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Una misura che colpisce gli interessi economici legati alle colonie senza estendere automaticamente il divieto a tutto il commercio con Israele. È la distinzione che il diritto internazionale impone agli Stati di rispettare.
Israele considera le restrizioni un’iniziativa ostile. Londra sostiene invece di voler contrastare l’espansione delle colonie e le violenze contro la popolazione palestinese.
E l’Italia?
Il governo Meloni condanna gli insediamenti, denuncia le violenze dei coloni, ribadisce il sostegno alla soluzione dei due Stati. Quando però si tratta di intervenire sui rapporti commerciali, Antonio Tajani preferisce attendere Bruxelles. L’8 settembre il ministro degli Esteri ha spiegato che le decisioni devono essere assunte dall’Unione europea, anche per evitare distorsioni del mercato interno. Ha ricordato inoltre che il Regno Unito non fa più parte dell’Unione.
Un argomento che richiama una questione reale di competenze commerciali europee, ma lascia aperta quella politica: quali misure concrete intende sostenere l’Italia e con quali tempi? Una proposta intanto esiste. Porta il numero 2916 ed è stata presentata il 4 maggio da Angelo Bonelli, con le firme di Giuseppe Conte, Elly Schlein, Nicola Fratoianni e altri esponenti delle opposizioni. Prevede il divieto di importazione e pubblicità dei beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Il 16 settembre ne è cominciato l’esame in Commissione Affari esteri alla Camera.
Intanto, tra Gerusalemme Est, le campagne palestinesi e le colline della Cisgiordania, l’occupazione prosegue. Le colonie si espandono, i terreni vengono sottratti, la mobilità è limitata, gli insediamenti palestinesi sono frammentati. E non si tratta soltanto delle denunce delle organizzazioni umanitarie. Nel parere consultivo del 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale la permanenza israeliana nei territori palestinesi occupati, riconoscendo la violazione del diritto all’autodeterminazione e la natura discriminatoria del sistema di restrizioni imposto alla popolazione palestinese. Ha inoltre rilevato la separazione pressoché completa tra le comunità dei coloni e quelle palestinesi, in violazione della Convenzione internazionale contro la discriminazione razziale.
Eppure le cancellerie occidentali continuano a ripetere «due popoli, due Stati». Dove dovrebbe nascere oggi il secondo Stato? Su quali territori, con quali confini, attraverso quali collegamenti? Come ricomporre una Cisgiordania spezzata dalle colonie e dalle infrastrutture dell’occupazione? E come restituire a Gaza una vita civile, politica ed economica dopo la devastazione?
La Palestina ha un’identità nazionale, istituzioni e un riconoscimento internazionale, ma non dispone della sovranità effettiva sul proprio territorio. Continuare a promettere uno Stato senza indicare come porre fine all’occupazione rischia di trasformare il diritto all’autodeterminazione in una concessione sempre rinviata. È tempo allora di aprire seriamente, anche sul piano internazionale, il confronto su un’altra prospettiva: un unico Stato democratico e laico, nel quale israeliani e palestinesi godano degli stessi diritti civili, politici e sociali. Una cittadinanza comune, garanzie costituzionali, tutela delle identità e delle libertà religiose, rappresentanza democratica e sicurezza per tutti. Nessuna discriminazione etnica o religiosa, nessun cittadino di serie A o di serie B. Nessun regime di apartheid.
Un progetto che presenta difficoltà enormi, a cominciare dal riconoscimento reciproco, dalla sicurezza, dal diritto al ritorno, dalla redistribuzione delle risorse e dalle garanzie per entrambe le comunità. Ma una prospettiva sulla quale può e deve aprirsi una discussione politica, senza cancellare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione.
Londra ha deciso almeno di intervenire sui rapporti economici con gli insediamenti. Roma continua a discutere delle procedure. Ma il problema non è soltanto stabilire chi debba approvare le sanzioni. È decidere se la comunità internazionale intenda finalmente intervenire sulle condizioni che rendono possibile l’occupazione. La pace non si misura dal numero degli Stati disegnati sulle carte geografiche, ma dai diritti delle persone che ci vivono.
Nella foto di copertina: All’età di 94 anni, l’ex avvocata ebrea per i diritti umani Margaret Owen viene arrestata fuori dalla conferenza del Partito Laburista, 27 settembre 2026, Liverpool (Amelia Halls)
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