Economia

ARABIA SAUDITA | Colpita Aramco, la guerra di Trump e Netanyahu mescola petrolio e sangue. Il conto arriva fino alle nostre tavole

Gli Houthi annunciano nuovi attacchi contro aeroporti e impianti petroliferi sauditi. L’aeroporto internazionale di Riad resta chiuso fino al diciassette ottobre. Dopo i bombardamenti sauditi sui depositi di carburante in Yemen, viene colpito il quartier generale di Aramco. La guerra investe le infrastrutture da cui dipendono trasporti, commerci e approvvigionamenti energetici.

Nella notte fra martedì tredici e mercoledì quattordici ottobre, il complesso di Dhahran, nell’Arabia Saudita orientale, è stato raggiunto da un attacco. Tre persone con conoscenza diretta dei fatti hanno riferito a Reuters di ingenti danni e di un incendio propagatosi su diversi piani. Il ministero dell’Energia saudita ha parlato invece di un incendio «di portata limitata».

Secondo due fonti, le fiamme sono partite dal nono piano dell’ala sud, estendendosi fra il sesto e il decimo. Un’altra ha descritto gravi danni agli ultimi tre piani, dove si trova anche l’ufficio dell’amministratore delegato Amin Nasser: parti del soffitto crollate, porte e finestre distrutte. Al momento del lancio, Aramco non aveva risposto alla richiesta di commento.

Le attività nel complesso sarebbero proseguite, con alcuni dipendenti invitati a lavorare da casa e alcune funzioni trasferite nelle sedi internazionali. Queste informazioni non documentano un blocco della produzione. Il bersaglio resta strategico: Dhahran ospita un centro operativo che supervisiona piattaforme, raffinerie, terminali di esportazione e migliaia di chilometri di oleodotti. L’attacco espone la vulnerabilità del sistema su cui poggia la potenza economica saudita.

Amwaj segnala intanto l’intensificazione dei contatti iraniani con Egitto, Oman e Turchia, dopo l’offerta di Teheran di facilitare un dialogo fra Arabia Saudita e Houthi. L’iniziativa si intreccia con le nuove minacce di attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. L’offerta di mediazione esiste; la possibilità di trasformarla in una trattativa resta da dimostrare.

Il danno economico ha già superato i confini dei paesi bombardati. Nel rapporto del quattordici ottobre, l’Agenzia internazionale dell’energia collega la guerra in Iran alla minore disponibilità di prodotti petroliferi, all’impennata dei carburanti e al peggioramento delle prospettive economiche. Per il 2026 prevede una contrazione della domanda mondiale di petrolio di due milioni e seicentomila barili al giorno. È il segnale di un’economia sotto pressione, costretta a consumare meno mentre l’energia costa di più.

Giorgia Meloni e i governi europei smettano di nascondersi dietro la formula «crisi in Medio Oriente». Dicano ai consumatori che cosa stanno pagando e perché. Gli attacchi all’Iran decisi da Trump e Netanyahu hanno innescato una guerra le cui conseguenze attraversano le rotte energetiche e arrivano nelle nostre economie. Le successive scelte militari dei protagonisti regionali allargano il disastro. Ciascuno risponde dei propri attacchi, anche quando li chiama rappresaglia.

Il conto passa dal carburante ai trasporti, fino alle merci e alla spesa. Lo pagano lavoratori, pensionati e imprese che cercano di tenere aperto. Liquidare tutto come nervosismo dei mercati cancella le responsabilità politiche. Trump e Netanyahu bombardano, le famiglie pagano. Meloni e l’Europa abbiano il coraggio di dirlo e agiscano per fermarli. La fedeltà agli alleati sta diventando una tassa sulla vita degli altri.




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