Il Fmi prevede una contrazione del 3,3 per cento. La guerra mette sotto pressione entrambe le rotte del greggio saudita, mentre gli attacchi degli Houthi colpiscono anche gli aeroporti.
A Riyadh si riuniscono i signori del petrolio, ma arrivare al congresso è diventato un problema. L’aeroporto internazionale della capitale saudita è chiuso dopo gli attacchi degli Houthi yemeniti. Quello di sabato dieci ottobre ha provocato tredici morti. Diverse compagnie hanno sospeso i collegamenti: il regno che vuole attrarre capitali, imprese e visitatori deve fare i conti con uno dei suoi principali ingressi bloccato dalla guerra. Secondo Amwaj, gli attacchi contro lo scalo sono stati quattro in cinque giorni, con almeno diciotto morti complessivi. La chiusura è prevista almeno fino al diciassette ottobre.
Il Fondo monetario internazionale prevede per l’Arabia Saudita una contrazione del prodotto interno lordo del 3,3 per cento nel 2026. La stima, riferita dall’Afp, è stata elaborata prima dell’attacco di sabato. Il deterioramento dell’economia precede dunque quest’ultima escalation, che aggiunge altre difficoltà a quelle già accumulate dal regno.
La ricchezza saudita resta sottoterra. Il problema è portarla ai clienti. A est, la stretta iraniana sullo Stretto di Hormuz ostacola le esportazioni dal Golfo. A ovest, gli attacchi nel Mar Rosso minacciano la rotta alternativa. In mezzo ci sono oleodotti, terminali, impianti e aeroporti: infrastrutture costruite per sostenere l’economia che diventano bersagli del conflitto.
L’oleodotto Est-Ovest aveva consentito a Riyadh di aggirare Hormuz, trasferendo il greggio verso i porti sul Mar Rosso. Il Fmi aveva riconosciuto a luglio che questa soluzione aveva limitato la perdita di esportazioni e che i prezzi più alti avevano più che compensato la riduzione dei volumi venduti. Una distinzione essenziale: l’aumento degli incassi petroliferi può convivere con il peggioramento dell’economia. Commercio, investimenti e attività non petrolifere risentono comunque della guerra e dell’incertezza.
È proprio questa protezione a diventare più fragile quando il conflitto raggiunge anche le vie di uscita alternative. All’inizio di ottobre il Fmi segnalava che le interruzioni nel Mar Rosso, insieme alla quasi chiusura di Hormuz, avevano ridotto le esportazioni regionali di petrolio e gas. I danni agli impianti avevano inoltre intaccato la capacità produttiva, mentre minori scambi, fiducia in calo e rincari dei beni essenziali frenavano il resto dell’economia.
Gli Houthi hanno rivendicato gli attacchi come una risposta alle operazioni della coalizione saudita in Yemen. Riyadh sostiene militarmente il governo riconosciuto internazionalmente dal 2015, in una guerra che ha devastato un Paese già poverissimo. Ora il conflitto investe direttamente il territorio saudita. La giustificazione degli Houthi non cancella le vittime negli aeroporti; la difesa saudita non cancella quelle provocate dai bombardamenti in Yemen.
Anche Washington può allargare ulteriormente lo scontro. Donald Trump ha dichiarato di valutare un intervento contro gli Houthi, che hanno minacciato di colpire gli interessi americani nella regione. Intanto la coalizione guidata da Riyadh e il movimento yemenita si scambiano nuove minacce di attacco.
C’è anche l’offerta di mediazione di Teheran, mentre Riyadh promette una risposta dura. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, rivendicano però la propria scelta di continuare gli attacchi. La via diplomatica resta quindi aperta sulla carta, mentre sul terreno prevale l’escalation. I costi pesano diversamente: il regno deve proteggere aeroporti, collegamenti commerciali e investimenti; lo Yemen è già devastato da anni di guerra.
Per il regno è una contraddizione che arriva al cuore delle sue ambizioni: diversificare l’economia richiede collegamenti affidabili, continuità degli scambi e fiducia degli investitori. La guerra logora tutte e tre. Anche la ripresa prospettata dal Fmi per il 2027 dipende dalla normalizzazione del traffico marittimo: una condizione che nessun rapporto economico può garantire.
Il prossimo appuntamento è già fissato: dal ventisei al ventinove ottobre Riyadh ospiterà la decima edizione della Future Investment Initiative, il summit finanziario conosciuto come la “Davos del deserto”. Gli organizzatori confermano l’evento e promettono misure di sicurezza per aeroporti, alberghi e sedi dei lavori. Il regno vuole convincere la finanza mondiale a investire nel suo futuro. Prima dovrà convincerla che si può atterrare.
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