Non è soltanto una linea su una carta. Intorno alla cosiddetta linea gialla si sta modificando materialmente la geografia di Gaza: postazioni militari, barriere, demolizioni e territori ai quali i palestinesi non possono più accedere. Medici senza frontiere la definisce «uno strumento di accerchiamento e pulizia etnica».
Secondo Msf, la linea, presentata inizialmente come misura difensiva temporanea, si è progressivamente spostata verso ovest. Le forze israeliane occupano oggi circa il 65 per cento della Striscia e la popolazione viene compressa in uno spazio sempre più piccolo. Il confine, inoltre, non è delimitato in modo chiaro: chi vi si avvicina rischia di essere colpito e i team dell’organizzazione continuano a curare feriti da arma da fuoco provenienti dalle aree circostanti.
La pressione militare ostacola anche la distribuzione dei beni essenziali. Msf ha dovuto sospendere più volte la distribuzione dell’acqua per le sparatorie vicino alle comunità che vivono in prossimità della linea.
Sei litri d’acqua al giorno
Le famiglie sono costrette a vivere in condizioni di sovraffollamento estremo, con poco accesso ad acqua pulita, servizi igienici, rifugi e cure. La maggior parte delle persone dispone di meno di sei litri d’acqua al giorno per uso domestico.
Nell’agosto scorso Msf distribuiva circa 2,1 milioni di litri di acqua potabile al giorno, ancora insufficienti rispetto ai bisogni. Dall’inizio dell’anno i team hanno assistito oltre 11 mila casi di malattie della pelle e, tra giugno e luglio, più di 1.500 casi di varicella. Gastroenteriti, infezioni respiratorie, epatiti, scabbia e infezioni batteriche proliferano dove mancano acqua, sapone e condizioni igieniche elementari.

Duecentomila traumi
Neppure il cessate il fuoco ha fermato la violenza. Soltanto tra giugno e luglio Msf ha assistito oltre 1.200 casi di trauma, tra ferite da esplosione, ustioni, colpi d’arma da fuoco e lesioni da aggressione fisica.
In tre anni l’organizzazione ha trattato più di 200 mila casi di trauma. L’offensiva israeliana ha provocato oltre 74 mila morti, di cui più di 20 mila bambini.
Un sistema sanitario distrutto
Oltre l’80 per cento delle strutture sanitarie della Striscia è stato danneggiato. Mancano medicinali, carburanti, olio motore e pezzi di ricambio. Senza generatori si fermano ospedali, ambulanze, pompe dell’acqua e impianti indispensabili alla sopravvivenza.

A Gaza lavorano oltre 1.480 operatori palestinesi di Msf. Dall’inizio della guerra l’organizzazione ha effettuato più di 2,2 milioni di visite ambulatoriali, gestito oltre 769.500 emergenze, eseguito più di 52 mila interventi chirurgici, 101.500 ricoveri e oltre 140 mila sessioni di salute mentale. Quindici operatori di Msf sono stati uccisi.
La crisi non si ferma a Gaza. In Cisgiordania e a Gerusalemme Est aumentano attacchi dei coloni, operazioni militari, demolizioni, sfollamenti e restrizioni alla libertà di movimento.
È questo il punto della denuncia di Msf: non soltanto il numero dei morti, ma la progressiva sottrazione delle condizioni necessarie alla vita. Case, acqua, ospedali, terreni, possibilità di muoversi. Persino lo spazio fisico. La linea gialla rende questa trasformazione visibile sulla carta geografica. Dietro quella linea, però, ci sono persone costrette ogni giorno a vivere in un pezzo di terra un po’ più piccolo. E dopo tre anni non si può più chiamare emergenza ciò che sta diventando sistema.






