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GIUSTIZIA A OROLOGERIA | Trump mette alla fame la Corte dell’Aia. Tajani vorrebbe indagarla, Nordio correggerla, Meloni rispettarla. Purché non funzioni

Rubio annuncia nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale. A Roma il tribunale è sacro quando giudica i nemici, incompetente quando cerca gli amici. Con il piccolo inconveniente che l’Italia lo finanzia con dodici milioni di euro l’anno.


C’è una buona notizia per Antonio Tajani: finalmente qualcuno si occupa seriamente della Corte penale internazionale. Lui, nel febbraio 2025, proponeva di aprire un’inchiesta sui magistrati dell’Aia. Marco Rubio, meno portato per le lungaggini giudiziarie, ha scelto la strada delle sanzioni. Così si risparmiano tempo, avvocati e il fastidio di rispondere alle domande dei giudici.

Il segretario di Stato americano ha annunciato oggi, 9 ottobre, nuove misure contro la Corte e chi le fornisce servizi, dopo quelle già imposte a singoli magistrati e funzionari. L’obiettivo dichiarato è impedire che il tribunale eserciti la propria giurisdizione su cittadini americani e israeliani. La giustizia internazionale va benissimo, purché resti internazionale e non si avvicini troppo agli Stati Uniti e ai loro alleati.

A Palazzo Chigi dovrebbero capirlo. Il governo Meloni ha sviluppato sull’argomento una dottrina giuridica originale: la Corte è un’istituzione fondamentale, salvo quando pretende di esercitare le proprie funzioni.

Prendiamo Tajani. Nel febbraio 2025, mentre infuriava lo scandalo del generale libico Almasri, arrestato in Italia su mandato dell’Aia e poi riaccompagnato in patria con un aereo di Stato, il ministro degli Esteri ebbe un’illuminazione: «Forse bisogna aprire un’inchiesta sulla Corte penale internazionale». Il collega Carlo Nordio aveva già definito il mandato un «pasticcio frettoloso», trasformando un provvedimento giudiziario internazionale in una specie di compito in classe da restituire con le correzioni in rosso.

Il generale Almasri, considerato pericoloso dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, venne rispedito a Tripoli. Dove il pericolo, evidentemente, poteva tornare a circolare senza disturbare i rapporti diplomatici italiani. Un ricercato così pericoloso da dover essere allontanato immediatamente, ma non abbastanza da essere consegnato ai giudici che lo cercavano. Altro che estradizione: servizio navetta.

Ma il meglio arriva dopo. Il 30 luglio 2026, al Senato, Tajani ritrova un’autentica passione per la Corte: ricorda che l’Italia la sostiene fin dalla nascita e rivendica il nostro ruolo di quinto contributore netto, con circa dodici milioni di euro l’anno. Magnifico. A febbraio voleva indagarla, a luglio ne illustrava le benemerenze. Mancava soltanto la targa ricordo.

Una generosità commovente: dodici milioni per un’istituzione che, quando lavora sui fascicoli sbagliati, meriterebbe un’inchiesta. Si finanzia la giustizia internazionale, poi si contesta chi prova a farla rispettare.



Anche Guido Crosetto, davanti al mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu, aveva giudicato la decisione più politica che tecnica, pur riconoscendo gli obblighi che ne sarebbero derivati per l’Italia. I magistrati sbagliano, il mandato è discutibile, ma bisognerebbe eseguirlo. Possibilmente senza che nessuno venga a verificare.

Giorgia Meloni, da parte sua, aveva contestato l’accostamento tra le responsabilità del governo israeliano e quelle di Hamas. Peccato che la Corte non organizzi classifiche di simpatia fra governi e organizzazioni terroristiche: indaga su responsabilità penali individuali. Per capirlo non serve una laurea. Basterebbe leggere il nome del tribunale.

Ed eccoci al capolavoro diplomatico. Washington prende di mira la Corte che l’Italia ha contribuito a fondare e continua a finanziare. Gli Stati Uniti non aderiscono allo Statuto di Roma, l’Italia sì. Una piccola differenza che alla Farnesina dovrebbe risultare nota, almeno quando partono i bonifici.

La Corte ha già dovuto cercare alternative per servizi bancari, assicurativi e informatici esposti alle sanzioni americane. Il messaggio di Rubio ai governi è chiaro: potete tenervi i vostri tribunali, purché non pretendiate di farli funzionare contro la volontà di Washington.

La stessa Corte ha emesso un mandato d’arresto anche per Vladimir Putin, in relazione ai crimini contestati in Ucraina. Quando i magistrati guardano verso Mosca, il diritto internazionale diventa un principio irrinunciabile. Quando guardano verso Tel Aviv, spunta il sospetto della politicizzazione. Se poi cercano un generale libico riportato a casa dall’Italia, bisogna addirittura indagarli.

Nel giorno in cui a Oslo viene premiata Navi Pillay, protagonista della difesa internazionale dei diritti umani e delle indagini su Gaza, Washington annuncia un nuovo colpo contro l’istituzione giudiziaria dell’Aia. Una coincidenza che sembra scritta da un autore satirico con poca fantasia.

A Roma il copione è ancora aperto. Tajani potrebbe rispolverare l’inchiesta sulla Corte, Nordio offrirsi di correggere i mandati, Crosetto distinguere fra sanzioni politiche e tecniche, Meloni ricordare la fedeltà dell’Italia ai suoi impegni internazionali. E naturalmente agli Stati Uniti. Il tutto senza dimenticare i dodici milioni versati ogni anno alla Corte. Perché al governo Meloni la giustizia internazionale piace moltissimo. La paga, la celebra, la difende a parole. E quando si presenta alla porta con un mandato d’arresto, offre un biglietto aereo. Al ricercato.




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