La buonanima di Emma Bonino diceva: «Amatemi di meno e votatemi di più». Personalmente non saprei cosa chiedervi. Non ho aspirazioni politiche e, sinceramente, non saprei neanche come ci si candida. Lo premetto perché temo che quel che sto per scrivere piacerà a pochi. Forse a nessuno.La Sinistra è diventata un’accozzaglia di tristi fantasticherie fallimentari che non mi appartengono. E’ robba vecchia. E allora perché dovrei provare a innestarla con nuove teorie per rigenerarla?
La Sinistra ha conservato il suo posto nell’emiciclo, ma deve ancora decidere quale posto occupare nella società. Annaspa tra buonismo e identità ridotte a parole d’ordine, tra antifascismo recitato e dominio ignorato nei rapporti quotidiani. Parla di salute mentale e lascia soli chi soffre e i suoi familiari. Dice pace mentre vota il riarmo; dice accoglienza senza governare le migrazioni; dice transizione ecologica e tratta l’ambiente come una voce di spesa. Sulle nuove tecnologie non sa neppure chiedersi chi le possiede e chi le controlla.
Elucubrazioni senza senso? Lamentele da uomo del sottosuolo o da giovane Holden? Può darsi. Ma prima di cestinare queste poche righe, cambiamo la domanda: da quale idea di realtà umana vogliamo cominciare?
La Sinistra crede. Crede che l’essere umano nasca egoista e violento e che l’uguaglianza debba essergli imposta dall’esterno, come una divisa maoista. Crede nella ragione come unico pensiero, nell’economia come misura della vita, nello Stato come correttore di una natura umana che non ha mai cercato di conoscere. Ha, in qualche raro caso, tolto Dio dai comizi, ma ha comunque conservato il trascendente: una verità inventata prima dell’essere umano, alla quale l’essere umano dovrebbe poi adattarsi.
Io non credo, penso e ritengo perciò che le religioni siano invenzioni, fantasticherie, e che nessuna favola possa davvero spiegare la nascita, il desiderio o il rapporto con gli altri. La libertà di credere è un diritto; la pretesa di far diventare la fede una verità sulla realtà umana, da imporre nella scuola, nella cura e nelle leggi, è un’altra cosa.
L’invenzione del monoteismo, il volume curato da Giampiero Minasi sulla scia della ricerca di Fagioli, pone una questione che la Sinistra elude: dietro la trascendenza c’è anche l’egemonia patriarcale, la negazione della donna come essere umano uguale e diverso dall’uomo.
Se la Sinistra si rifiuta di cercare chi siamo, non sono io a dover tornare a Sinistra.
L’uguaglianza non basta proclamarla davanti alla legge, senza poi applicarla. E non significa rendere tutti identici. La Fondazione Massimo Fagioli propone di cercarne l’origine nella realtà umana della nascita. E alla nascita, sappiamo, la donna è uguale, ma diversa dal maschio. Quale uguaglianza difendiamo, allora, se misuriamo le persone soltanto per reddito, prestazione fisica o somiglianza con un modello già stabilito dagli dei?
Donne e bambini non possono essere un’aggiunta in fondo al programma. Il femminicidio non comincia con il gesto che uccide: prima può esserci la negazione o, peggio, l’annullamento della donna nella mente di chi pretende di possederla. La separazione, ci spiegano gli psichiatri, fa emergere quella violenza; non la inventa. Le leggi e i servizi servono, eccome, ma occorre conoscere anche la realtà affettiva che i diritti da soli non raggiungono. E chi conta le nascite come risorsa nazionale dovrebbe chiedersi cosa offre ai bambini: rapporto, tempo, cura, affetti e scuola con libertà di conoscere, criticare, rifiutare o amare? Non basta, infatti, nutrirli e istruirli se non si vuol consegnare loro intatte le paure degli adulti. Una politica che non cerca di conoscere la realtà affettiva degli esseri umani continuerà a parlare di diritti senza cogliere la radice della violenza che li calpesta.
La stessa prova arriva con l’immigrazione. L’uguaglianza è facile da dichiarare finché chi arriva resta lontano. Quando cerca lavoro, casa, scuola e cure, quella richiesta diventa una scelta di bilancio e di diritti. Non mi convince l’accoglienza senza un piano, né la promessa di fermare tutti pronunciata da chi sfrutta il loro lavoro. Se un datore paga meno un migrante che teme di perdere il permesso di soggiorno, userà quella logica anche contro gli altri lavoratori. Servono gli stessi diritti per lo stesso lavoro, case e servizi pubblici per chi arriva e per chi già vive qui.
Gaza è la prova più terribile. Paola Caridi raccoglie storie e nomi dietro la parola genocidio. Una politica che si proclama ugualitaria e considera negoziabile la vita palestinese smentisce se stessa. Nessuna promessa divina può assegnare una terra o cancellare chi la abita; la società palestinese ha anche una storia politica e civile laica: non si spiega con il solo Corano. I palestinesi non sono tutti Hamas. E il genocidio non scompare perché chi lo denuncia viene accusato di scegliere la parte sbagliata.
Una casa calda, un affitto pagabile, un salario, un pasto equilibrato e cure quando ci si ammala sono bisogni indispensabili. Ma non esauriscono una vita. Abbiamo esigenze di rapporto, conoscenza, arte, musica, cultura e tempo libero. Ernesto Longobardi contesta l’homo oeconomicus, l’individuo che dovrebbe calcolare sempre il proprio vantaggio. Per quell’individuo un concerto, una biblioteca o un’ora con un figlio sono spese accessorie. Per un essere umano sono vita. Bogdanov portava la cultura dentro la trasformazione sociale; Gramsci non affidava il pensiero a una casta di specialisti.
Kōhei Saitō e Paolo Cacciari chiedono che cosa serva produrre e per chi. Una crescita che consuma suolo, salute e tempo può far crescere il Pil e impoverire ciò che abbiamo in comune. Non ha alcun senso promettere che il mercato riparerà il pianeta dopo averlo consumato. E non voglio un programma che riservi una riga alla pace e il bilancio alle armi. Cacciari ha scritto su Fotosintesi.info che la sicurezza non viene dagli eserciti: fare la pace dovrebbe essere il mestiere della politica.
Dal carcere russo Boris Kagarlitsky ricorda che democratizzare le istituzioni lasciando intatti i rapporti economici non basta. Assange ha pagato per aver reso pubblici documenti che i potenti volevano segreti; Varoufakis chiede chi governa le piattaforme su cui passano lavoro e informazione. Sono domande diverse, ma portano allo stesso punto: chi decide della nostra vita e chi può conoscere ciò che viene deciso?
Insomma, la prima tessera del primo movimento che metta nel programma del futuro il presente, invece di riportarci al passato e alle sue lugubri tradizioni, la prendo io. Purché non metta in vetrina statuette di san Tommaso, madonnine, crocifissi, amuleti, candelabri e Corani come certificati di verità sull’essere umano. E non tappezzi la sede con Nietzsche, Heidegger, Draghi, Kallas, Merz, Meloni, La Russa, Salvini, papi, cardinali, Pasolini, Basaglia, Freud, Lacan e fritto misto. Nessun santino, neppure laico, farà ricerca al posto nostro.
Un movimento che ami amare invece di pretendere di essere amato. Che non scambi l’odio nato dall’invidia per passione politica. Che bruci le bandiere almeno nella testa, smetta di inginocchiarsi davanti a PayPal e Amazon e usi l’intelligenza artificiale per aiutare medici e mediatori culturali, non per vendere armi o inventare nuovi dèi. Per quella tessera posso perfino imparare come ci si candida. Ma prima, per favore, troviamo gli esseri umani. Donne e bambini compresi.






