Ventinove miliardi di euro.
Le cifre, quando diventano troppo grandi, hanno un difetto: smettono di parlare. Ventinove miliardi sono una montagna di denaro che nessuno riuscirà mai a immaginare davvero. Per questo vale la pena tradurli.
Sono il pieno che fai guardando il display del distributore come se fosse una slot machine impazzita. È la bolletta della luce che arriva proprio quando pensavi di aver tirato un sospiro di sollievo. È il panettiere che ti dice che la farina è aumentata ancora. È il piccolo imprenditore che rimanda un investimento. È la pensionata che davanti al banco della frutta cambia idea e rinuncia a comprare quello che fino a ieri considerava normale.
Secondo la Cgia di Mestre, se le tensioni internazionali continueranno a mantenere elevati i prezzi dell’energia, nel prossimo anno famiglie e imprese italiane spenderanno quasi ventinove miliardi di euro in più per luce, gas e carburanti.
Una cifra enorme.
Ma il punto non è quanto costa una guerra.
Il punto è un altro.
Chi paga quel conto?
Perché le guerre moderne hanno una caratteristica curiosa. Cominciano con i missili e finiscono nelle tasche dei cittadini. Il petrolio aumenta, il gas rincara, le materie prime seguono la stessa strada. E mentre i telegiornali cambiano argomento, il conto continua ad arrivare nelle case.
La Banca d’Italia, nel suo ultimo Bollettino economico, avverte che le tensioni geopolitiche alimentano l’inflazione energetica, frenano la crescita, comprimono i consumi e rendono più incerti gli investimenti. Per un Paese che importa gran parte dell’energia che consuma, ogni crisi internazionale si traduce rapidamente in stipendi che valgono meno, pensioni che faticano a tenere il passo e imprese che rinviano investimenti e assunzioni.
Il prezzo del petrolio non lo decidiamo noi.
Possiamo però decidere come distribuire il peso di quella crisi.
Ed è qui che finisce l’economia e comincia la politica.
Le imprese chiedono stabilità. I sindacati, con la Cgil in testa, chiedono salari che recuperino il potere d’acquisto perduto, contratti rinnovati, sostegno alle famiglie e una tassazione degli extraprofitti maturati durante le crisi energetiche.
Sono proposte diverse.
Ma partono tutte dalla stessa domanda: come evitare che, ancora una volta, siano lavoratori, pensionati e ceti medi a pagare il prezzo più alto?

Ogni tanto mi capita di attraversare una stazione, un portico o un giardino pubblico.
C’è sempre qualcuno che dorme su una coperta, con tutta la sua vita raccolta in uno zaino.
E c’è quasi sempre qualcuno che scuote la testa.
«Che schifo.»
«Sono dappertutto.»
«Ubriaconi.»
«Drogati.»
Qualcuno aggiunge anche «neri», come se il colore della pelle bastasse a spiegare una vita finita su una panchina.
È curioso.
Ci infastidisce vedere la povertà.
Molto meno domandarci come nasce.
Perché quasi nessuno diventa un clochard in una settimana. Ci si arriva lentamente. Dopo un lavoro perso. Uno sfratto. Una dipendenza mai curata. Una depressione lasciata sola. Una famiglia che si rompe. Una malattia mentale che non trova risposte. Una sanità pubblica che, anno dopo anno, perde personale, servizi e capacità di prevenzione.
Noi vediamo l’ultima fotografia.
Quella più scomoda.
Ma il film è cominciato molto tempo prima.
È per questo che continuiamo a sostenere una convinzione che può sembrare controcorrente: la sicurezza comincia molto prima della polizia.
Comincia con un consultorio aperto. Con un Centro di salute mentale che funziona. Con un pronto soccorso che non collassa. Con un medico di famiglia che ha il tempo di ascoltare. Con una scuola capace di non lasciare indietro nessuno. Con servizi sociali che intervengono prima che una persona perda tutto.
Curare costa.
Ma costa infinitamente meno che abbandonare.
Tra gli economisti italiani che più hanno studiato il rapporto tra fisco, sviluppo e giustizia sociale c’è Ernesto Longobardi, professore emerito di Scienza delle finanze dell’Università di Bari, già preside della Facoltà di Economia e rettore della storica Scuola Centrale Tributaria “Ezio Vanoni”. Per decenni ha collaborato con istituzioni pubbliche e con l’Ires-Cgil, occupandosi di riforma tributaria, federalismo fiscale e finanza pubblica.
Longobardi non parla da opinionista televisivo. Da oltre quarant’anni studia il modo in cui le imposte possono rendere un Paese più giusto o più diseguale.
La domanda che attraversa molti suoi studi è tanto semplice quanto scomoda: quando una crisi rende alcuni più ricchi e molti altri più poveri, il sistema fiscale deve limitarsi a raccogliere risorse oppure deve contribuire a redistribuire il peso di quella crisi?
È da questa riflessione che nasce la sua difesa della progressività dell’imposizione e l’attenzione verso la tassazione delle grandi rendite e degli extraprofitti.
Non è una questione ideologica.
È una scelta di civiltà.
Poi basta attraversare il Mediterraneo.
La Spagna guidata da Pedro Sánchez ha scelto di tassare gli extraprofitti delle grandi compagnie energetiche e del sistema bancario, rafforzando contemporaneamente gli aiuti alle famiglie e gli investimenti nella transizione energetica. Si può discutere se quella sia la strada migliore. Ma almeno il dibattito parte dalla domanda giusta: chi deve sostenere il costo della crisi?
Da noi, troppo spesso, il confronto prende una scorciatoia.
Gli immigrati.
Sempre loro.
Eppure Banca d’Italia, Istat e Inps continuano a ricordare che, in un Paese che invecchia e registra sempre meno nascite, il lavoro degli immigrati regolari è indispensabile per l’agricoltura, l’edilizia, la logistica, l’assistenza agli anziani e una parte importante della nostra manifattura.
Lo stesso vale per il lavoro delle donne.
L’Italia continua ad avere uno dei più bassi tassi di occupazione femminile d’Europa. Eppure tutti gli studi economici concordano su un punto: aumentare l’occupazione femminile significa aumentare il prodotto interno lordo, rafforzare il sistema previdenziale, sostenere i consumi e rendere il Paese più forte davanti alle crisi.
Forse il problema è proprio questo.
Da troppi anni discutiamo di come dividere la paura.
Molto meno di come produrre ricchezza, uguaglianza e futuro.
Le guerre fanno salire il prezzo del petrolio.
L’economia registra gli effetti.
Ma è la politica che decide se quel prezzo diventerà una bolletta più pesante, una panchina sotto un portico, un pronto soccorso senza medici o, al contrario, un investimento nella giustizia sociale, nella sanità pubblica e nel lavoro.
Per questo la povertà non piove mai dal cielo.
Come le guerre, ha sempre un’origine.
E quasi sempre anche un responsabile.
📚 PER SAPERNE DI PIÙ | Chi è Ernesto Longobardi
Economista tra i più autorevoli nel campo della finanza pubblica italiana, Ernesto Longobardi è professore emerito di Scienza delle finanze dell’Università di Bari, dove è stato anche preside della Facoltà di Economia. Ha ricoperto l’incarico di rettore della Scuola Centrale Tributaria “Ezio Vanoni” e ha collaborato con istituzioni pubbliche, commissioni ministeriali e con l’IRES-CGIL sui temi della riforma tributaria, del federalismo fiscale e della progressività del sistema fiscale.
Tra le sue pubblicazioni più note figura il volume “Economia tributaria”, adottato da anni in numerosi corsi universitari italiani e considerato un testo di riferimento per lo studio del sistema tributario, della finanza pubblica e del rapporto tra imposizione fiscale, sviluppo economico ed equità sociale.
Il suo contributo scientifico ruota attorno a una domanda tanto semplice quanto decisiva: chi deve sostenere il peso delle crisi economiche? Una riflessione che attraversa anche il dibattito odierno sul caro energia, sulle disuguaglianze e sul ruolo dello Stato nel redistribuire risorse e opportunità.







