In Fondo

L’ANELLO | “Tutti sull’attenti”. Dal 10 agosto 2023 nulla sarà più come prima. Comincia l’incubo Vannacci

Un libro autopubblicato, le reti militari, gli apparati, l’indignazione dei giornali e una carriera politica fulminea. Non abbiamo le prove di un complotto. Abbiamo però la storia di un Paese che consiglia di non ridere troppo in fretta delle domande

Il 10 agosto 2023 Roberto Vannacci pubblica su Amazon Il mondo al contrario. Nessuna grande casa editrice. Nessuna campagna pubblicitaria nazionale. Nessun autore conosciuto dal grande pubblico. Vannacci è un generale dell’Esercito italiano. Fuori dalle Forze armate il suo nome dice poco o nulla.

Otto giorni dopo lo conosce tutta Italia.

È questo intervallo che ci interessa. Otto giorni non bastano a dimostrare un complotto. Possono però raccontare come nasce un personaggio politico. E forse qualcosa di più.

Otto giorni

Il 12 agosto, appena due giorni dopo la pubblicazione, Osservatore Libero dedica al libro un lungo articolo di Sandro Addario. Il volume viene raccontato e citato. C’è già una dettagliata biografia dell’autore.

Il 13 agosto entra in scena l’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia. Non è il libro ad arrivare casualmente all’associazione. È Vannacci che comunica di averlo pubblicato.

Alla guida dell’Anpdi c’è il generale in riserva Marco Bertolini, già comandante della Folgore e del Comando operativo di vertice interforze. L’associazione riprende l’articolo di Addario.

Il 14 agosto succede qualcosa che conosciamo grazie al racconto successivo di Matteo Pucciarelli. Un suo amico, ex militare e già fonte giornalistica, gli segnala che in una chat che continua a frequentare sta circolando un articolo sul libro di un generale.

Pucciarelli compra Il mondo al contrario. Lo legge.

Il 16 agosto ne scrive Analisi Difesa, testata specializzata in questioni militari, sicurezza, intelligence e industria della difesa diretta da Gianandrea Gaiani. Il 18 agosto Repubblica pubblica l’articolo di Pucciarelli. La miccia raggiunge la polvere da sparo.

Prima di Repubblica

Possiamo già eliminare una parte della dietrologia conservandone però la domanda più interessante. Non occorre immaginare migliaia di copie acquistate clandestinamente da una centrale occulta. Esiste una spiegazione molto più semplice.

Vannacci ha una rete. E la usa.

Sarà lui stesso a raccontare di aver immaginato inizialmente una diffusione fra poche centinaia di persone: amici, conoscenti, amici degli amici.

Il problema — o l’interesse — sta nel capire chi siano gli amici di un uomo con la sua biografia. Roberto Vannacci non è un generale cresciuto dietro una scrivania. È un incursore. Ha comandato il 9º Reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin. Ha comandato la Task Force 45 in Afghanistan. È stato al vertice della Folgore. Ha lavorato nel Comando interforze per le operazioni delle Forze speciali. È stato capo di stato maggiore delle Forze speciali Nato in Afghanistan. Iraq. Afghanistan. Balcani. Poi Mosca.

Dal 2020 al 2022 Vannacci è addetto per la Difesa presso l’ambasciata italiana nella Federazione Russa. E non soltanto in Russia.

È accreditato anche in Bielorussia, Armenia e Turkmenistan.

Diplomazia militare, cooperazione, delegazioni, rapporti con gli apparati della Difesa dei Paesi nei quali rappresenta l’Italia.

È a Mosca negli anni immediatamente precedenti l’invasione russa dell’Ucraina. Poi torna in Italia.

Niente di tutto questo dimostra alcunché.

Essere addetto militare a Mosca non significa lavorare per Mosca. Comandare le Forze speciali non significa appartenere a una struttura clandestina. Significa però che quando Vannacci parla della propria rete di amici e conoscenti non sta parlando della rubrica telefonica di un uomo qualunque. Parliamo di decenni trascorsi fra Forze speciali, Nato, diplomazia militare, apparati della Difesa e missioni internazionali.

E le reti contano.

Sei mesi prima

C’è infatti un’altra data. Febbraio 2023.

Sei mesi prima dell’uscita di Il mondo al contrario, qualcuno lavora già alla presenza digitale di Roberto Vannacci.

Slow News ha ricostruito l’attività sulla sua voce Wikipedia di un utente chiamato Hockler73, che dichiarava di intervenire per conto dello stesso generale. Il 23 febbraio viene caricata anche una fotografia privata di Vannacci risalente al 2013.

È la prova che si stesse preparando una candidatura politica? No.

Dimostra che sei mesi prima dell’esplosione del caso qualcuno considera utile sistemare la biografia pubblica di un generale praticamente sconosciuto? Sì.

La distanza fra queste due risposte è esattamente quella che separa un’indagine da una teoria del complotto.



Il dubbio di Gad Lerner

Quando il caso esplode, Gad Lerner avanza una suggestione. Si domanda se l’acquisto iniziale del libro non sia stato favorito dalla sua circolazione nei network delle Forze armate prima che diventasse un caso nazionale. Non porta la prova di una centrale organizzativa. Formula un dubbio.

Oggi sappiamo qualcosa in più.

Il libro e gli articoli che lo riguardavano circolarono effettivamente in ambienti frequentati da militari ed ex militari prima dell’esplosione nazionale.

Lo sappiamo dal racconto di Pucciarelli. Sappiamo che Vannacci comunicò personalmente l’uscita del libro all’associazione dei paracadutisti.

E sappiamo che nelle settimane successive una copia Pdf del volume circolava gratuitamente attraverso gruppi WhatsApp.

Non dimostra la tesi di Lerner. Ma rende la sua domanda meno stravagante di quanto sembrasse. Forse, anzi, le vendite sono l’indicatore sbagliato.

La domanda non è chi comprava il libro. La domanda è chi lo faceva circolare.

L’Italia degli anelli

Del resto il rapporto fra Forze armate, politica e reti informali non nasce con WhatsApp.

Dopo il Risorgimento la massoneria diventa uno dei luoghi di relazione delle nuove classi dirigenti dello Stato unitario: politici, amministratori, intellettuali, militari. Questo non significa che «la massoneria abbia fatto il Risorgimento».

Significa che nella costruzione dello Stato italiano le logge furono anche luoghi nei quali uomini delle istituzioni potevano incontrarsi fuori dalle istituzioni. Poi arriva la Repubblica.

E arriva la P2.

Quando nel 1981 vengono sequestrati gli elenchi della loggia Propaganda 2 di Licio Gelli, dentro non ci sono soltanto politici, giornalisti e imprenditori. Ci sono generali, ufficiali, uomini dei servizi, Carabinieri, Guardia di Finanza. Decine di appartenenti all’Esercito.

La Commissione parlamentare d’inchiesta parlerà dei militari come del «primo nucleo» della P2. Ai vertici dei servizi siedono uomini iscritti alla loggia. Non è dietrologia. Sono atti della Repubblica italiana.

L’Anello

Poi c’è qualcosa di ancora più sfuggente. L’Anello. Il Noto servizio alle dirette dipendenze, scrivono i maligni, di Giulio Andreotti.

Una struttura informale la cui storia emergerà molto più tardi e sulla quale restano zone d’ombra. Militari, uomini dei servizi, investigatori, personaggi provenienti da ambienti politici diversi dentro una rete utilizzabile in circostanze particolari, soprattutto nel mondo anticomunista della Guerra fredda. All’Anello sono state attribuite operazioni delicatissime. Non tutte possiedono lo stesso grado di prova e trattarle indistintamente come fatti sarebbe scorretto. Ma l’Anello ci lascia una lezione.

Una struttura non deve necessariamente comparire nell’organigramma dello Stato per esercitare una funzione.

Può vivere attraverso le relazioni. Persone che si conoscono. Persone che sanno chi chiamare.

Gladio

Poi Gladio. Anche qui occorre evitare il grande minestrone complottista. Gladio non è la P2 e non è l’Anello.

L’articolazione italiana della rete Stay Behind nasce nel contesto della Guerra fredda per predisporre una capacità clandestina di resistenza in caso di invasione sovietica dell’Europa occidentale. Su Gladio sono nate infinite teorie e molte attribuzioni non sono mai state dimostrate. Ma il compromesso storico non è mai andato in porto. Aldo Moro è stato ucciso. Ed Enrico Berlinguer ci è andato molto vicino, il 3 ottobre 1973, a Sofia, in Bulgaria.

Ma Gladio è esistita. P2, Anello e Gladio non sono la stessa cosa. Non abbiamo prove di una catena che le unisca e tantomeno di un filo sotterraneo che conduca da quelle esperienze fino a Roberto Vannacci. Ci interessano perché dimostrano qualcosa di più semplice.

Nella storia italiana strutture ufficiali, strutture riservate e reti informali hanno convissuto. Pensare che gli apparati militari e di sicurezza siano sempre vissuti dentro una campana di vetro separata dalla politica sarebbe semplicemente falso.

La rete senza tessera

Ma cercare oggi una nuova P2 potrebbe essere il modo migliore per non trovare niente.

La P2 aveva un maestro venerabile. Iscritti. Elenchi. Numeri di tessera. Perfino un Piano di rinascita democratica.

Era una struttura del Novecento. Una rete del XXI secolo potrebbe non aver bisogno di niente di tutto questo.

Militari ed ex militari. Associazioni. Fondazioni. Società di consulenza. Industria della difesa. Intelligence. Giornalisti. Politici. Think tank. E telefoni. WhatsApp. Telegram. Chat criptate. Nessun Gran maestro. Nessuna tessera. Nessuna villa da perquisire. Non è soltanto letteratura.

In Germania le autorità hanno affrontato negli ultimi anni casi di estremismo nelle Forze armate e in particolare nell’ambiente delle Forze speciali.

Nel Kommando Spezialkräfte, il Ksk, le indagini portarono nel 2020 persino allo scioglimento di una compagnia. Intorno al militare conosciuto con lo pseudonimo Hannibal emersero chat criptate, rapporti con l’associazione Uniter e ambienti nei quali si discuteva di scenari di crisi e collasso dello Stato. Altre indagini hanno riguardato Nordkreuz e militari ed ex militari vicini all’estrema destra.

Non significa che in Italia esista qualcosa di equivalente. Significa che la rete informale fra militari, ex militari e ambienti politici radicali non è un fossile della Guerra fredda.

Il generale delle reti

C’è allora una vecchia dichiarazione di Vannacci che merita di essere recuperata.

Nel 2013, quando comandava il Col Moschin, ragionando sul futuro delle operazioni speciali parlava della necessità di una sorta di «rete globale delle operazioni speciali» capace di creare sinergie fra militari, intelligence, attori economici e industria.

Nulla di clandestino. È il linguaggio delle moderne operazioni militari. Ma racconta perfettamente il mondo nel quale Vannacci si è formato. Un mondo fatto di reti. Ed è dentro una rete che, dieci anni dopo, comincia a circolare il suo libro.



Poi arriva Repubblica

Il 18 agosto cambia tutto. Repubblica racconta le frasi contenute ne Il mondo al contrario. Omosessuali. Migranti. Femminismo. Ambientalismo. Paola Egonu. Scoppia l’indignazione.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto prende le distanze. Interviene l’Esercito. Reagisce la politica. Arrivano gli altri quotidiani. Arrivano le televisioni. E accade il miracolo mediatico. Per denunciare Vannacci bisogna parlare di Vannacci. Per contestare Vannacci bisogna mostrare Vannacci. Per spiegare quanto siano inaccettabili le sue frasi bisogna ripeterle.

Vannacci. Vannacci. Vannacci.

Il generale che otto giorni prima conoscevano quasi soltanto militari, ex militari e frequentatori di qualche sito specializzato diventa una celebrità nazionale. Amazon ringrazia.

La migliore campagna pubblicitaria possibile

Non serve immaginare una telefonata segreta a Repubblica. Probabilmente accade qualcosa di molto più banale. Un giornalista trova una grande storia. E la storia funziona. Più il generale scandalizza, più viene raccontato. Più viene raccontato, più vende. Più vende, più diventa una notizia.

Più diventa una notizia, più la politica deve occuparsene. Poi arriva Matteo Salvini. E il libro autopubblicato di un generale diventa materiale politico. Se qualcuno avesse realmente voluto costruire Roberto Vannacci, avrebbe avuto difficoltà a immaginare una campagna promozionale più efficace dell’indignazione dei suoi avversari. Non perché Repubblica, il Corriere o le televisioni volessero favorirlo.

Esattamente il contrario. Ma nell’economia dell’attenzione odio e amore hanno qualcosa in comune: entrambi producono clic, visualizzazioni, ricerche, vendite e notorietà. L’indifferenza no.

Tre possibilità

Alla fine restano tre ipotesi. La prima è semplicissima. Vannacci scrive un libro, lo distribuisce fra amici e conoscenti, il volume circola negli ambienti militari, un giornalista lo intercetta e l’indignazione fa il resto.

La seconda richiede ancora meno dietrologia. Vannacci prepara bene il lancio, usa consapevolmente la propria rete professionale, contatta associazioni e persone che conosce e aspetta che qualcuno raccolga la provocazione. Marketing.

Poi c’è la terza. Qualcuno comprende prima degli altri che quel generale è politicamente utilizzabile. La divisa. Le Forze speciali. La Nato. Mosca. Una biografia da soldato. Un linguaggio brutale. Una cultura conservatrice radicale. E un enorme spazio politico disponibile. Qualcuno contribuisce ad amplificarlo. È possibile? Sì. Possiamo dimostrarlo? No.

Ed è precisamente qui che dobbiamo fermarci. Perché una domanda senza risposta rimane una domanda. Trasformarla in certezza significa smettere di fare giornalismo.

10 agosto 2023

Torniamo al principio. Un generale dell’Esercito italiano preme un pulsante e pubblica autonomamente un libro. Intorno a lui c’è una rete professionale costruita durante decenni nelle Forze armate. Il libro comincia a circolare. Paracadutisti. Ex militari. Chat. Siti specializzati.Un giornalista lo intercetta. Poi arriva Repubblica. E da quel momento la rete più potente non è più occulta.

Siamo noi. Giornali, televisioni, social network, politici, lettori. Tutti contribuiamo alla costruzione del personaggio che diciamo di voler combattere.

Tre anni dopo Roberto Vannacci non è più soltanto il generale che scrisse Il mondo al contrario. È un uomo politico che ha raccolto centinaia di migliaia di preferenze ed è arrivato a costruire una propria organizzazione.

Forse dietro Vannacci non c’è mai stato nessuno. Forse qualcuno ha semplicemente intuito prima degli altri cosa poteva diventare.

Forse è stato molto bravo lui. Oppure c’è qualcosa che ancora non conosciamo. La storia italiana, dalla massoneria postunitaria alla P2, dall’Anello a Gladio, suggerisce però una regola elementare. Non bisogna vedere complotti dappertutto.

Ma è altrettanto ingenuo pensare che il potere agisca soltanto dove possiamo vederlo. La domanda, dunque, non è chi ci sia dietro Roberto Vannacci. È un’altra.

Quanto deve essere grande un’organizzazione per cambiare la politica di un Paese, se oggi non ha più bisogno nemmeno di esistere come organizzazione?






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